Musica

Canadians tornano insieme con l’abum “Mitch”: Recensione

“Mitch” è il titolo del disco nuovo dei Canadians, dedicato all’ex componente e fondatore Michele “Mitch” Nicoli che continua a collaborare con il gruppo facendogli usare la sua sala prove. Altro componente che ha lasciato il gruppo è Vittorio Pozzato che suonava le tastiere, banjo e glockenspiel. Adesso, quindi, il gruppo è formato da Duccio Simbeni, voce e chitarra, Massimo Fiorio al basso e Christian Corso alla batteria.

“What I could be and I’m not” apre l’album per raccontare, descrivendola, l’atmosfera e il profumo di quando si sta assieme a lei/lui e tutto sembra meraviglioso. La batteria e i sinth, parte la melodia della chitarra. Basso e voce sognante per aprire l’aria, il sole alto e con un eco sulla voce si ritrova una certa dolcezza lo-fi a cui con si resiste.

“To the end” per raccontare quando c’è da raccogliere i cocci e farsi forza prendendo la decisione giusta. Il giro iniziale che sembra ancora in dubbio, diventato deciso accompagnato dal basso e la batteria che mettono i punto finale.

“It’s gone” con la chitarra solista che apre diretta sulla melodia in una pagina malinconica legata al passato si ricordano le emozioni ormai passate attraverso delle immagini che tornano e dondolano nella testa come un conforto, da tenere comunque pulito e da non dimenticare.

“Dying for you” una dichiarazione d’amore con gli alti e bassi delle montagne russe su cui fa andare l’amore passionale, con la melodia che si tronca e ricomincia fino a girare su se stessa con il cantante che concede le sfumature con la sua voce, ad esempio finendo le frasi allungando le vocali.

“Something broken” poche parole cantate ma un ritornello che rimane in testa, con la batteria a tratti e la chitarra e il basso che si scontrano ruvidi per raccontare quando arriva il cantante che le giornate a volte sono solo da dimenticare.

“Jennifer Parker” dedicata al personaggio di “Ritorno al Futuro” interpretato da Claudia Wells in una vera ammirazione amorosa con tanto di cori che riprendono la voce solista del cantante e nel quadro d’insieme la più indie rock del disco. In “Charlie the goose” sale su la delicatezza dream pop per avvolgerci nella sua coinvolgente e rassicurante coperta.

“Epiphany Day” per raccontare, passo dopo passo, una storia d’amore che va a scemare con la voce che tratteggia gli attimi e sembra ingoiare man mano i mille rospi e arrivati con fatica alla fine si è quasi contenti che l’agonia sia finita e si potrà pensare ad altro.

Dopo dieci anni di silenzio ci voleva proprio alzare ancora il volume per riascoltare la loro creatività.

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