“Il cittadino illustre” di Mariano Cohn e Gastón Duprat: Recensione

Il cittadino illustre, ecco la recensione del film

Stoccolma, un uomo sessantenne con la fronte alta e corrugata attende la cerimonia del Nobel per la letteratura, il premio più ambito a livello internazionale. E’ lo scrittore argentino Daniel Mantovani, ormai una celebrità monumentale.

L’onorificenza coincide già con un “ritiro dalle scene”: Daniel, schivo e riservato, rifiuta gli inviti. Tuttavia, accetta di fare ritorno nella natia Salas, un gretto e minuscolo paesino argentino di pochi e sguaiati abitanti dove è cresciuto, e da cui è scappato. Lì viene accolto calorosamente, ma ben presto le sue idee finiranno per attirarsi più nemici che alleati.

Recensione

Film da Festival ma non da Festival di VeneziaIl cittadino illustre di Mariano Cohn e Gustavo Duprat era piaciuto alla critica internazionale e alla giuria, tanto da aggiudicarsi la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile all’attore Oscar Martínez, peraltro meritata. Il cittadino illustre è un film con un ottimo interprete principale. E basta. Tolta l’interpretazione di Martínez e i primi dieci buoni minuti di film, non rimane molto.

Il film ha una fotografia inesistente e una regia fin troppo semplice (per non dire povera). La scelta di girarlo alla maniera più semplice possibile può anche avere le sue buone ragioni, ma per poterlo fare occorrerebbe innanzitutto una scrittura molto forte, e non è questo il caso. Il film dura 108 minuti che sembrano 108 anni passati in fondo alla fossa di Buffalo Bill ne Il silenzio degli innocentiCento-otto minuti di nulla, in cui non succede assolutamente nulla di particolarmente rilevante, in cui la maggior parte delle scene sono assolutamente prive di nucleo narrativo e il film sembra piuttosto un documentario su una gretta città, tra l’altro anche realizzato da una compagnia teatrale amatoriale.

Non che manchino tematiche interessanti o buone idee di partenza al film, ma la regia non opera mai una scelta precisa e il film sembra molto lasciato al caso. Anzi, c’è anche un’inutile ripetizione drammaturgica, nel senso che spesso vengono accostate due scene che hanno lo stesso senso e dicono la stessa cosa. Se la regia ha sentito spesso e volentieri questa necessità, è perché evidentemente non c’era una scrittura approfondita. Anzi, il film potrebbe benissimo finire 20 minuti prima perché c’era la possibilità di sfruttare un’immagine piuttosto emblematica ai fini della narrazione, ma l’occasione non è stata colta e il film risulta soltanto un cortometraggio (molto) forzatamente allungato.

“Rester Vertical (Staying Vertical)”, nuovo film di Alain Guiraudie: la recensione

Laureato in DAMS all’Università degli Studi di Torino e diplomato in Filmmaking presso la Scuola Holden, ha frequentato diversi workshop di sceneggiatura e critica cinematografica, formando la sua esperienza anche presso alcuni Festival cinematografici (Torino, Bobbio e Venezia). Già redattore presso “Darkside Cinema” e “L’Atalante”, è autore di racconti, soggetti e sceneggiature, nonché regista di un cortometraggio, “Interno familiare”. Nel 2016, un suo soggetto per lungometraggio è stato tra i finalisti al Pitch in The Day- Concorso Opere prime.