Elezioni Anticipate in Inghilterra, 8 giugno: il punto della situazione

L’8 giugno si avvicina, le elezioni britanniche pure, e un ciclone sta sconvolgendo tutte le carte in tavola. Nelle intenzioni del primo ministro Theresa May le elezioni anticipate da lei richieste sarebbero state un rischio calcolato: ad aprile il partito conservatore era in vantaggio di 20 punti sul partito laburista. Il rischio era così misurato da indurre la premier a smentire tutte le posizioni prese in precedenza; usanza abituale della May, dato che lo stesso copione si è ripetuto nel post-brexit. Nella campagna elettorale lei fu sul carrozzone del remain, per poi subentare a Cameron e diventare la paladina dell’”hard brexit” (o come da lei definita “bloody brexit”, modo di dire un gradino sotto la blasfemia).

Cosa è successo in poco più di un mese?

Oggi, dopo un mese, il partito conservatore è in vantaggio di soli sei punti, e i sondaggi potrebbero presto cambiare. Thatcher docet: un leader può cadere più velocemente di quanto ci ha impiegato a salire se non riesce a domare l’onda anomala che è la comunicazione. I giornalisti, a suo tempo, non aspettavano di trovare simpatia nelle parole di Margareth Thatcher, ma la fermezza, l’autorità. Quando in assenza di argomenti politici, la Thatcher si lasciò andare alla contraddizione e alla presunzione, fu politicamente eliminata dalla retorica ammaliante di Tony Blair.

L’inaspettato cambio della situazione politica è, quindi, un problema comunicativo; un passo falso nella “storia” della signora May. È vero che è stata influente l’indignazione sulla mancata prevenzione della strage di Manchester e relativo silenzio politico. I britannici però continuano a credere al programma sulla sicurezza dei conservatori. L’intoppo è altrove, e precisamente nella titubanza su alcuni punti del suo programma.

Lunedì, durante il dibattito televisivo tra i due candidati (svolto in forma di intervista personale, la May ha rifiutato il confronto diretto, ndr) il giornalista Paxman ha accusato la conservatrice di non essere ferma sulle sue decisioni. “I negoziatori di Bruxelles, guardandola, penseranno che lei si spaventa e cambia idea molto facilmente”, dice il presentatore. Silenzio. L’intervistata non ha una risposta alla domanda. Se la storia ama ripetersi, l’incipit di questa storia è molto simile a quella che portò al declino la signora di ferro.

Altro punto molto discusso è la cosiddetta “dementia tax” (tassa sulla demenza, così rinominata dall’opposizione), la legge che renderebbe a pagamento le cure per i soggetti affetti da malattie degenerative come il morbo di Alzheimer. Il tema della riforma sanitaria è al centro del dibattito pubblico almeno dai tempi di Clement Attlee, e la lotta tra i fautori del Welfare State e dello Stato non assistenziale non si è placata.

La disaffezione, infatti, non nasce da posizioni controverse ma dall’abbandono dell’ideologia di partito e della disponibilità a cambiare strada pur di intercettare il maggior numero possibile di elettori. Stessa linea è seguita in casa Labour: Corbyn ha un passato da militante di estrema sinistra ed è stato spesso criticato per le sue posizioni molto controverse, ma attrae elettori. L’ex militante rosso attrae giovani e persone colte ma il suo personaggio è incompatibile sia con la linea classica dei whigs, sia con i “nuovi” ideali della third way.

Ad ogni modo, il dado non è ancora tratto e resta da determinare quanto i sondaggi convincano l’opinione pubblica e quanto le parole si trasformeranno in voti validi. Probabilmente Theresa May non vedrà il suo peso politico azzerarsi, ma sicuramente sarà ridimensionato, in caso di vittoria “di misura” dei conservatori, i Labour e Corbyn vedrebbero crescere la loro popolarità, e le linee da seguire per i negoziati europei sarebbero incerte ed imprevedibili.

Il confronto su come organizzare il Brexit

A un anno dal famoso referendum, i britannici hanno accettato de facto la scissione, al contrario il confronto è aperto sulla linea da seguire. Il tracollo del partito di colui “che fece per viltade il gran rifiuto”, Nigel Farage, e l’avvicinamento dei britannici ad un modello di sinistra un po’ “vintage”, fa intendere che un “dannato brexit” non sia più tanto popolare. Probabilmente anche il divorzio annunciato dalla Germania, “il Regno Unito non è un partner affidabile” – ha ribadito la cancelliera Merkel, causa malumori in patria. La situazione in vista delle elezioni, come prima ribadito, non è inedito per la politica britannica. Dopo la caduta rovinosa dell’UKIP, il sistema bipolare tories-whigs sembra ancora mantenere e l’alternanza tra le due leadership è fenomeno consolidato. Resta da stabilire, però, quanto il populismo abbia incentivato l’elasticità delle posizioni prese. La vera incognita rimane questa.

Napoletano di nascita, attualmente vivo a Roma. Idealista e sognatore studente di Lettere presso l’Università di Roma Tor Vergata. Osservatore silenzioso e spesso pedante della società attuale. Scrivo di ciò che mi interessa, principalmente politica e temi sociali.
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