Facebook trema e il capo della sicurezza si dimette

Zuckerberg nell’occhio del ciclone per i datagate. Intanto Facebook perde in borsa il 7%.

facebook-datagate-borsa

Dopo il crollo in borsa, Facebook ora trema a causa del datagate e delle numerose pressioni che il suo fondatore, Mark Zuckerberg, sta ricevendo sia da Stati Uniti che Unione Europea. Intanto è di poche ore fa l’annuncio che si è dimesso il capo della sicurezza alle informazioni, Alex Stamos, per “dissidi interni” su come gestire una situazione complicata e su vedute diametralmente opposte rispetto ai vertici anche sulla gestione delle Fake News che circolano sul noto social.

L’addio di Stamos viene visto come un atto di aperta polemica nei confronti del gruppo dirigenziale e soprattutto di forte tensione nei vertici del colosso digitale dei social. Il capo della sicurezza invitava Sheryl Sandberg, direttore generale del gruppo, a fare chiarezza circa le attività di disinformazione della Russia sulla piattaforma.

alex-stamos-facebook

Facebook e la paura di Mark

Questa volta però a vacillare è anche il suo ideatore, Mark Zuckerberg, posto nell’occhio del ciclone in questo caso come non mai. Dagli Stati Uniti, fino all’Unione Europea, tutti vogliono e chiedono chiarezza su quello che sembra essere un vero e proprio “datagate”. In borsa la caduta è stata pesante, infatti il colosso social ha perso oltre il 7% e non era mai andato così male sin dal 2012, trascinando con se al ribasso anche Wall Street.

L’accusa stavolta è di quelle che pesano come un macigno per il colosso della Silicon Valley: aver ignorato o, peggio ancora, aver tenuto all’oscuro gli utenti su quanto è accaduto, ossia le informazioni di oltre 50 milioni di persone sono state raccolte, analizzate e catalogate tramite app dalla Global Science Research, una società di ricerca, e rivendute poi alla Cambridge Analytica, azienda che lavorava alla campagna di Donald Trump.

Come se ciò non bastasse si aggiunge anche il sospetto di aver influenzato non una ma ben due votazioni fondamentali. La prima è il referendum britannico per l’uscita dall’Europa. Il governo di Londra sospetta che la Brexit sia stata favorita dal Social e per questo è stato dato mandato di perquisizione negli uffici della Cambridge Analytica. La seconda votazione è quella Usa che ha visto Trump trionfare. Se i sospetti potessero esserci con l’intromissione russa, ora appare evidente come qualcosa sia davvero successo.

mark-zuckerberg-facebook

Zuckerberg difende e si difende ufficialmente spiegando come l’app “thisisyourdigitallife” aveva ottenuto il consenso a raccogliere dati solo a fini accademici e nel momento in cui ci si è accorti della vendita degli stessi alla Cambridge Analytica, sia questa che la GSR sono state cancellate dalla piattaforma. Tutto vero? A sentire Aleksandr Kogan, l’accademico che in prima persona ha gestito la raccolta dei dati, le cose sarebbero andate diversamente. “Non sono una spia russa e sono pronto a parlare con l’Fbi e davanti al Congresso americano o al parlamento britannico. E non abbiamo mai detto che il nostro progetto era finalizzato ad una ricerca universitaria”.

Cresce dunque la tensione attorno a Mark, al quale viene chiesto di esporre con chiarezza ciò che è successo, alla luce di molte considerazioni emerse. Infatti Joseph Chancellor, fondatore assieme Kogan della GRS, è anche un dipendente di Facebook dal 2015, quando la vendita dei dati era già avvenuta. Altro elemento che mette in imbarazzo e non poco il Colosso Social.

Le reazioni politiche

Intanto la commissaria UE alla giustizia, Vera Jourova, si scaglia contro Facebook “il cattivo uso per fini politici di dati personali appartenenti agli utenti di Facebook, se confermato, è inaccettabile, spaventoso”. Anche l’Italia non sembrerebbe essere esclusa da questo giro di dati. Infatti, secondo Michele Anzaldi del PD, è bene che il ministro degli Interni, Minniti, e quello degli Esteri, Alfano, si attivino per verificare la regolarità delle elezioni del 4 marzo. La Cambridge Analytica sarebbe stata la consulente di un partito politico italiano e l’identikit porterebbe proprio al secondo vincitore del 4 marzo, la Lega di Matteo Salvini.

Chiunque rispetti la democrazia non può che dirsi preoccupato per quanto sta emergendo dal clamoroso caso Facebook-Cambridge Analytica. L’utilizzo di dati personali e psico-attitudinali a fini politici, in violazione della privacy di milioni di persone, è un tema su cui una democrazia matura ha il dovere di interrogarsi” – ribatte Debora Bergamini, deputata e responsabile della comunicazione di Forza Italia.

La bomba “datagate” è ufficialmente scoppiata e ora toccherà a Mark Zuckerberg dare le giuste risposte per tranquillizzare gli animi di tutti. Gli occhi del Mondo ora puntano al cuore della Silicon Valley e attendono spiegazioni.

Pubblicato da Davide D'Aiuto

Laureato in Scienze dell'Informazione editoriale, pubblica e sociale, amo scrivere più di qualunque altra cosa al mondo. Il giornalismo è la mia vita. Quando non scrivo viaggio e scatto fotografie perché adoro scoprire il mondo e leggerlo come un libro.