Fahrenheit 11/9 di Micheal Moore: Recensione del film su Trump

Dal 22 al 24 Ottobre Fahrenheit 11/9 sarà al cinema per raccontare i problemi della “maggioranza silenziosa” americana.

Fahrenheit 11/9 Recensione

Ben 14 anni fa Micheal Moore indagava l’America di George W.Bush dopo l’attacco alle Torri Gemelle nel 2001, il film si chiamava Fahrenheit 9/11. Il suo nuovo film, incentrato sugli Stati Uniti dell’ultima era Obama e del primo capitolo Trump si chiama Fahrenheit 11/9 e uscirà al cinema dal 22 al 24 Ottobre 2018.

L’inversione della data nel titolo è emblematica: per Moore, unico ad aver predetto la vittoria di Trump alle elezioni, solo due presidenti sono stati il cosiddetto “male assoluto” per la nazione: Bush figlio e Donald Trump. Il documentario, dalla durata di ben 120 minuti si propone di raccontare non la sua presidenza – dando le notizie di attualità per scontate – ma come è arrivato lì.

Fahrenheit 11/9: la ricerca nel cuore dell’America

Moore dice esplicitamente che i Russi tramite Putin hanno permesso che Trump diventasse presidente; ma non c’è solo questo. Lo scopo del nuovo Fahrenheit 11/9 è raccontare i sentimenti e la rabbia del popolo statunitense negli swing states della cintura industriale, raccontando due casi in particolare: la protesta dell’acqua in Michigan e la protesta degli insegnanti in West Virginia.

Il regista gioca in casa parlando del caso di avvelenamento di massa avvenuto a Flint, in Michigan, l’occasione è ottima per raccontare la corruzione e il malaffare del Partito Repubblicano nel suo stato. Il precedente secondo Moore anticipa, poi, quella che sarà la politica turbocapistalistica e sprezzante di Donald Trump.

Fahrenheit 11/9 Recensione

L’altra faccia della medaglia è quella dell’inettitudine del Partito Democratico a riconquistare gli elettori persi e gli astenuti per le politice centriste del partito liberal. In questo caso è lo stesso Obama a deludere i cittadini – che nutrivano nel primo presidente nero della storia grandi speranze – dimostrandosi dalla parte del sistema.

In West Virginia è stato, invece, ottimamente documentato lo sciopero degli insegnanti della scuola pubblica, tasto dolente del welfare americano, per il loro stipendio da fame e per il ricatto da loro subito sull’assicurazione medica. Il campo dell’istruzione è così vasto che Moore non ha potuto non soffermarsi sulle proteste studentesche sulla sicurezza nelle scuole alla luce delle recenti sparatorie.

Fahrenheit 11/9: il dito puntato contro i Democratici

Il merito principale, al di là delle eccentricità del regista americano, è quello di mostrare grandi problemi di piccole comunità, riuscendo a proporle come chiave risolutiva di un sistema più grande. Alla base delle Elezioni Americane ci sono indubitabili responsabilità russe e non, ma la colpa principale è del partito di opposizione che – come nel resto del mondo – ha iniziato a “vergognare” di definirsi socialista.

In un lungo processo che parte da Bill Clinton, marito della presidentessa in pectore, la sinistra americana (Moore specifica che gli Stati Uniti sono un “paese di sinistra”) ha rincorso i Repubblicani per ottenere ingenti finanziamenti da grandi gruppi che – con i loro capitali – riescono a cambiare l’esito delle elezioni.

Ciò che, però, risulta incomprensibile è l’endorsment alla Clinton. Visto che neanche Barack Obama, uno dei presidenti più amati di sempre, è stato risparmiato da critiche, è strano che Moore non abbia accennato alle ambiguità politiche della Clinton. È vero che il documentario non la propone certo come volto nuovo e pulito della politica, ma traspare un sostegno ingiustificato dai fatti, a voler essere coerenti.

In Fahrenheit 11/9 c’è spazio per le nuove promesse della sinistra americana come Alexandra Ocasio-Cortez, volto nuovo dei Democratici apprezzato in tutto il mondo, ma anche per vecchi-nuovi come Bernie Sanders, i quali voti alle primarie – secondo le fonti del regista – sarebbero stati truccati a favore della Clinton.

Donald Trump è il nuovo Hitler?

Micheal Moore non ha dubbi e sia nel girato, sia in conferenza stampa alla Festa del Cinema di Roma ha dichiarato che “Trump non è il nuovo Hitler, ma è Hitler ad essere Trump”. Convinto che il fascismo del XXI secolo verrà attraverso i media e non attraverso la forza bruta, identifica il dittatore in Donald Trump, proponendo scene di paragone molto forti e destinate a far discutere.

In Fahrenheit 11/9, Moore cerca di affrontare un argomento seguendo uno schema abbastanza lineare e – a volte – pervaso dall’ironia. Presenti problema, causa e soluzione, il film non lascia allo spettatore quasi nessun dubbio, visto anche i dati presentati in maniera chiara e dimostrabile.

Commentare le sue posizioni politiche esula dall’ambito cinematografico. Rimanendo in quest’ultimo, il film riesce ad emozionare e far riflettere e – con tutti gli eccessi e le contraddizioni – ad informare veramente.

Voto 4/5

Pubblicato da Matteo Squillante

Napoletano di nascita, attualmente vivo a Roma. Idealista e sognatore studente di Lettere presso l'Università di Roma Tor Vergata. Osservatore silenzioso e spesso pedante della società attuale. Scrivo di ciò che mi interessa, principalmente politica e temi sociali.
Twitter: @MattSquillante