Francesco Baccini contro i Talent: “De Andrè docet: soltanto gare per ugole”

Francesco Baccini, cantautore genovese, demolisce X Factor, Amici e Sanremo. E punta il dito contro discografici incompetenti, manager da due soldi e produttori incapaci.

Deluso dal sistema discografico, Francesco Baccini lancia il suo personale appello scagliandosi contro chi deturpa la musica, denunciando i mali che da tempo affliggono il mondo della canzone italiana. Attraverso una sentita lettera aperta divulgata tramite i social, l’artista genovese ha espresso la sua sincera amarezza e profonda incazzatura, concetti ribaditi dettagliatamente in questa lunga e interessante chiacchierata.

Ciao Francesco, partiamo dal presente: lo scorso 30 giugno è stato lanciato il tuo nuovo singolo “Le notti senza fine” in coppia con Sergio Caputo. Cosa rappresentano per te questa canzone e questa collaborazione? “La collaborazione con Sergio è nata un anno fa, io sono stato sempre un suo grande fan, lui è un genio dello swing, mentre io nel corso della mia carriera c’ho giocato parecchio, così come con altri generi. Tutto è nato da una sua mail, l’idea iniziale era di fare dei concerti insieme, poi abbiamo deciso di fare un album di inediti. Cosa che né io, né lui, separatamente avevamo intenzione di fare. Vivo benissimo anche senza, perché se non hai una major che ti fa promozione e le radio che ti passano, al pubblico non arrivi nemmeno”.

Quale periodo stiamo vivendo discograficamente parlando? “Un momento di grande cambiamento, una rivoluzione pazzesca e, forse, non ce ne stiamo nemmeno rendendo conto. La generazione di mio figlio non sa nemmeno cosa sia un disco, inteso come supporto, ma non parlo solo dal punto di vista musicale, purtroppo. Viviamo in un mondo liquido, con il rischio che un giorno non rimanga davvero più niente di quello che abbiamo creato. Tempo fa ho letto una frase che mi ha molto colpito di un americano, che diceva: ‘vi piace una foto? stampatela, perché rischiate che sparisca’, sostenendo che tra duecento anni di questo periodo potrebbe non rimanere davvero nulla. Mettendo tutto in un contenitore come internet, c’è il rischio che le informazioni vengano perse. In più i linguaggi cambiano, prendiamo ad esempio i geroglifici: gli antichi pensavano di tramandare chissà quali informazioni, invece chi è arrivato dopo non c’ha capito una mazza. Se vado in banca e voglio i miei soldi mi fanno storie e cinquecento domande, perché in realtà loro non ce li hanno, è diventato tutto virtuale e questo, ragazzi, è davvero un gran casino. Chi dice che internet cambierà il mondo, non si è accorto che l’ha già cambiato”.

Nella società in cui viviamo si sente la mancanza di un buon livello culturale? “Assolutamente si. Io ho avuto la fortuna di nascere in un periodo in cui andava di moda essere colti, quando anche i figli degli operai iniziavano ad andare all’università, quindi il livello medio di quei giovani era altissimo, sotto tutti i punti di vista, dalla musica al cinema. Poi sono arrivati gli anni ’80, è arrivato Berlusconi con la sua tv commerciale che ha abbassato il livello a sotto terra. Se io mi metto a parlare di musica con un ventenne di oggi, dopo cinque minuti mi sento male, perché non sa una mazza, conosce soltanto Pino di ‘X Factor’, Antonella di ‘Amici’ e ignora l’esistenza dei The Police e degli Eurythmics. Un buco nero della musica creato dalle radio, se io per vent’anni ti trasmetto della merda, va a finire che tu te la mangi e dici anche che è buona”.

Nei giorni scorsi hai divulgato sui tuoi canali social una lettera aperta dove parli dei mali che stanno distruggendo la musica. In cosa ha fallito la discografia? “In quella lettera ho detto delle cose che pensano tutti, ma che nessuno ha il coraggio di dire. La musica in televisione non tira, non fa audience, ciò che fa spettacolo è la gara. I talent show vengono spacciati per trasmissioni musicali, ma alla televisione della musica non frega davvero niente, perché non fa ascolti. Io ci sono cascato con ‘Music farm’ perché avevo la presunzione di pensare di poter usare la televisione, invece mi ha usato lei perché è più forte. Pensavo fosse un’opportunità, dopo sei mesi di insistenza ho accettato e ne sto pagando ancora oggi le conseguenze. Poi sono arrivati i talent, che non sono altro che una grande gara di karaoke, di voci più o meno intonate. Ricordo che un giorno Fabrizio De Andrè mi disse che il Festival di Sanremo e le kermesse in generale non erano di suo interesse, le considerava come una gara di ginnastica e di ugole. La generazione di oggi è convinta che quello che passa per i talent è musica, il palco è la cosa meno democratica del mondo, non dobbiamo essere ipocriti: non tutti sono nati per cantare, non tutti sono degli artisti, è come dire che giochiamo a calcio tutti come Maradona. Essere artisti vuol dire essere inimitabili e non copiati, l’unicità è un qualcosa che scopri solo dal vivo, il supporto è un prodotto industriale che, oggi come oggi, non conta più niente”.

C’è ancora meritocrazia nella musica? “In Italia? A parole! Vai in Francia e in Inghilterra, prova a fare il furbo e a scavalcare la coda che diventi un emarginato. Da noi, invece, passi inosservato perché è pieno di gente che non sa cosa sia la correttezza e l’onestà intellettuale. In America il massimo della raccomandazione è farti fare un provino con qualcuno, non darti un contratto senza nemmeno ascoltarti, e ci vanno pure con cautela perché devi essere bravissimo, perché se sei una pippa chi ti propone fa una bella figura di merda. Questo succede anche in Italia? Non credo. Per non parlare della politica, dove né a sinistra né a destra sanno ormai cosa significa la parola meritocrazia”.

A volte ci si dimentica che questo è un problema che affligge anche i giovani e che prima o poi toccherà tutti. Un Tiziano Ferro tra vent’anni, o forse anche meno, avrà la stessa difficoltà di esprimersi che ha oggi un Francesco Baccini. E’ un ingrato ricambio generazionale. Cosa ti senti di dire ai giovani? “Se io oggi avessi vent’anni, non andrei da nessuna parte. Non è un discorso generazionale ma generale, perché oggi chi fa musica non ha spazio, a meno che non si svenda con i talent, che se ti va bene ti fanno lavorare per qualche mese, mentre se ti va male sei considerato già finito ancora prima di cominciare. Per non parlare dei giudici, alcuni di loro hanno fatto soltanto due album… e uno come me che ne ha fatti quattordici? Chi è il presidente della Corte Suprema? E’ come dire che uno con la terza media può fare il preside. Poi a volte ci mettono gente che non c’entra nulla con la musica, attori, presentatori e rappers. Cosa ne sa Fedez della musica? Lui potrebbe essere un perfetto giudice di marketing, perché ha messo su un impero con niente, ma cosa c’entra con la musica… non scherziamo ragazzi”.

Quali sono secondo te le soluzioni per risanare la discografia? “Non lo so, ma sicuramente sarà qualcosa che io non vedrò, forse mio figlio. Prima o poi ci si sveglierà e si deciderà di resettare tutto e ricominciare da capo, perché la crisi è un vortice che non ti lascia via di scampo. Ci si appiglia a personaggi di carta che vanno di moda e che stanno alla musica come io sto all’atletica leggera, portati alle stelle dai media. Togliendo spazio a tutti gli altri plagiano il pubblico più giovane, convincendolo che non esiste altro rispetto a questo tipo di proposta. Oggi l’importanza di un cantante è data dall’apporto mediatico e non dal suo vero valore artistico. Poi in Italia c’è una grande prerogativa: devi essere simpatico, solo così puoi fare di tutto, dal Presidente del Consiglio alla rockstar, se risulti antipatico puoi anche essere il più bravo del mondo ma non ti considera nessuno. Io confido soltanto in internet, secondo me, l’unico modo per risanare e riazzerare tutto. I discografici e i direttori delle radio devo stare molto attenti, perchè questi sono gli ultimi stipendi che prendono”.