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“Gomorra” Roberto Saviano: Anteprima Nuova Prefazione 2016

Dopo dieci anni di Gomorra, Roberto Saviano ha scritto una nuova prefazione, arricchendo la sua opera d’esordio. Qui l’anteprima prefazione 2016.

In occasione dell’anniversario, nella collana Oscar Absolute di Mondadori è stata pubblicata la nuova edizione 2016 del libro di Roberto Saviano, Gomorra, nel quale l’autore torna a scrivere sulle pagine del suo libro. Arricchito di una nuova prefazione viva, forte, sentita, attraverso la quale Saviano riflette profondamente sulla propria vita, sull’Italia e su cosa Gomorra abbia rappresentato durante questi dieci, travolgenti anni. Repubblica.it ha pubblicato un estratto in anteprima di questa nuova travolgente prefazione, eccola qui riproposta in parte.

DIECI anni, dieci anni, dieci anni, dieci anni, dieci anni, dieci anni, dieci anni, dieci anni…

Ho sentito la mia voce pronunciare queste nove lettere dopo averle ripetute a mente infinite volte. E ho iniziato a scrivere queste righe quasi per gioco, per imitare Jack Torrance in Shining e il suo “Il mattino ha l’oro in bocca”. Ripeto le mie nove lettere per convincermi, per fare i conti con questi dieci anni trascorsi da quando la prima persona ha avuto Gomorra tra le mani e ne ha iniziato la lettura. Quei primi mesi furono indescrivibili. Mi chiamava chiunque mi avesse visto anche solo una volta nella vita, anche solo per strada e per caso. Erano in molti a sentire di dovermi dire cosa pensassero del libro, a sentire la necessità di comunicarmi cosa avevano provato nella testa e nella carne. Mi chiamavano per dirmi che lo avevano letto e lo avevano regalato. Mi chiamavano per dirmi che avevano fatto appena in tempo a finire di leggere l’ultima parola che c’era già un amico pronto a ricevere il testimone, a prendere un libro già letto da altri per allungarne la vita. Così è nato Gomorra. A Napoli, a Caserta, in Campania e poi oltre. Il boss casalese Antonio Iovine ha detto: “Saviano con Gomorra ci ha portati in America”, e io sto ancora qui a chiedermi se davvero un libro possa esistere a prescindere da chi lo ha scritto. E se chi lo ha scritto può prescindere da parole che prima di essere inchiostro su carta sono state pensiero, umori, vita. Talvolta mi viene da pensare (e da sperare) che è necessario riuscire a separare la storia di un libro da quella del suo autore. Mi piace credere che siano due storie completamente diverse. Che l’oggetto assuma una vita propria e l’uomo ne diventi l’appendice. Prima che il libro esista, che esista materialmente intendo, è l’autore ad avere lo scettro. Prima che il libro sia scritto è l’autore a dominare la materia, perché è tutto ancora nella sua mente, in quella fase difficilissima e frenetica che serve a foggiare parole e sostanza. Ma una volta scritto, l’impressione è che sia lui, il libro, a dominare. Una volta pubblicato può accadere di tutto: nella migliore delle ipotesi libro e autore si salutano e continuano vite separate, ognuno per la propria strada. Oppure può accadere che rimangano indissolubilmente legati, padre e figlio, fratelli, compari, amanti, nemici giurati, carnefici l’uno dell’altro. Io e Gomorra non ci siamo mai separati. E mi accorgo di detestarlo come un padre odia il figlio che gli somiglia troppo. Odio di lui tutte le caratteristiche che scorgo di me. È tortuoso, è reale, è narrativo, è teatrale, convulso, lirico. Non ha paura ed è poco avveduto. È incosciente. È un flusso di coscienza ed è cronaca. È spavaldo pur avendo una paura fottuta di tutto. È figlio, Gomorra, come lo sono io. Un figlio odiato perché odioso. Ma che spera silenziosamente d’essere amato. È infelice, Gomorra, come lo sono io. Infelice perché è ancora ragazzo nel corpo di un adulto. Perché è diventato uomo troppo in fretta, sbagliando epoca e generazione.

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