Musica

Fabrica, Bar Sayonara è il nuovo album: Recensione

“Bar Sayonara” è il secondo album per i Fabrica, dopo “Come vento in faccia” del 2013 e il primo EP “Sogni in scatola istruzioni per l’uso” del 2012. Un gruppo che canta in italiano ed è originale sin dalla struttura delle canzoni che hanno strofa e ritornello come nella classica forma canzone, ma le melodie e le velocità cambiano di continuo rendendo il disco sorprendente dall’inizio alla fine.

“Panorama” che apre il disco per raccontare il punto della situazione, tra due persone che si lasciano e si accorgono di quello che va, ciò che è rimasto indietro. Col cantante che arriva malinconico con le parole che cercano giustificazioni possibili. La melodia si fa agitata, perché arriva una piccola speranza. Ma anche l’istintività che porta a strappare tutto e ricominciare daccapo non può durare e si finisce per guardare da lontano quello che è rimasto prima di cambiare tutto.

Un giro di pianoforte dell’ospite Pasquale Nargino, raggiunto dalla chitarra per la title track, Bar Sayonara. La batteria scandisce la parte lirica sulle domande di un futuro incerto per una generazione che sembra non riuscire a farsi le ossa e quindi a diventare forte. La paura è grande perché poi si ritroveranno a non saper prendere le proprie decisioni importanti, come cosa fare da grande.

“Oceano” supportata da cori angelici di Roberta Cacciapuoti e la tromba dell’altro ospite Ciro Riccardi per aprire la melodia, per raccontare come a volte fermarsi è importante, per guardare quello che ci circonda da vicino, ma anche per rilassarsi di fronte alla vita, cambiando sempre come fa l’oceano quando si avvicina alla spiaggia.

Roberta torna anche in “Illogica” per fare da seconda voce a Michele che racconta i diversi tipi di uomini, quelli freddi e finti e quelli accondiscendenti che cercano solo di non disturbare, ma ci sono anche quelli che agiscono inaspettatamente e così diventa una sfida di ogni giorno conquistarlo ogni giorno senza fare errori.

Claudio Domestico aka Gnut partecipa alla voce in “Buonvento”, una canzone lecca ferite per auto sorreggersi, per pensare al futuro con un sorriso cullandosi nella posa di una ballata e le voci che si incontrano.

“A luci spente” lontani dai rumori del giorno vengono fuori i pensieri profondi che riguarda lei che ci si rende conto di amare alla fine senza dubbi e viene fuori la propria insicurezza di non essere forse alla sua altezza ma alla fine si rimane ad aspettarla parafrasandoli ‘sempre a luci spente’.

Un disco dai colori pastello sfumati effetto nuvola.

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