Il Vizio della Speranza: Recensione in anteprima del Film

Il cinema italiano si consolida nelle “periferie della Nazione”. Il Vizio della Speranza è un film in cui le protagoniste lottano per cercare di uscire dalla loro condizione subalterna.

il vizio della speranza recensione

Castel Volturno, nelle sue eterne contraddizioni, è una nuova Cinecittà a cielo aperto per il nuovo cinema italiano. Dopo Gomorra e il candidato all’Oscar Dogman, Edoardo de Angelis gira qui il suo nuovo lungometraggio “Il Vizio della Speranza”. 

Tra immondizia, ruderi e degrado vive una comunità di prostitute tenute in stato di semi-schiavitù da un’organizzazione diretta da Zì Marì (Marina Confalone), donna senza scrupoli e dal passato torbido. Tra le sue “dipendenti” spicca Maria (Pina Turco) che, però, decide di allontanarsi dal mestiere perchè scopre di essere incinta.

La gravidanza la “rammollisce” (come dice la sua padrona) ed è quindi costretta a scappare se è intenzionata a continuare la gravidanza, proprio come Fatima (Odette Gomis) giovane donna africana costretta a scappare per tenere il figlio. Maria capisce presto che, se vuole sopravvivere, deve diffidare di tutto e di tutti, compresa la comune di prostitute dove si rifugia per qualche giorno.

La giovane donna trova un solo punto d’appoggio in Carlo Pengue (Massimiliano Rossi), unico uomo presente nel film ed unico “essere umano rimasto al mondo”, come definito da Maria.

Il Vizio della Speranza: è in questa direzione che va il cinema italiano

Il nuovo cinema italiano, quello inaugurato da Gomorra e Romanzo Criminale, è un tipo di arte arroccata nelle periferie. Zone del paese depresse e disagiate (ma soprattutto, realmente esistenti) cui si svolge il corso della vita di persone semplici e sfortunate.

La direzione è quella di un cinema degli ultimi caricato di iperrealismo, e Il Vizio della Speranza appartiene a pieno titolo a questo filone – che possa piacere o meno – attingendo soprattutto a piene mani dal Dogman di Matteo Garrone. Sia per ambientazioni che per fotografia, raccontare gli ultimi con una sottile vena critica (ma disfattista) è diventato un topos a cui i nostri artisti sembrano non voler rifiutare.

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Le tragedie umane vissute con incredibile leggerezza messe in scena da De Angelis non possono non smuovere l’animo dello spettatore. L’inno alla vita perpretrato nel corso del film colpisce e scandalizza molto.

Non colpisce tanto la cattiveria degli uomini e la loro attitudine a perpetrare il male, bensì la cappa oppressiva di chi non ha altre soluzioni. Maria – in preda alla disperazione – prova a scappare, chiedere aiuto ad associazioni del territorio, nascondersi nel calore di amici, ma non riesce a scappare dal futuro senza prospettive che gli si para davanti. Non a caso il mondo dove vivono le persone “civili” è lontano e sfocato. De Angelis preferisce i primi piani ai campi lunghi, rendendo sfocato il ponte dell’autostrada o le sparute case del centro abitato.

Con una certa allegoria cristiana, non negata dallo stesso sceneggiatore, l’unica speranza è il figlio che Maria porta in pancia, come un novello Salvatore pronto a riscattare il futuro della donna oppressa. L’operazione, però, risulta quanto mai rischiosa. L’iconografia cristiana poco si sposa ad un film drammatico ed immerso nel reale come Il Vizio della Speranza. La teleologia della nuova vita mette a rischio l’epilogo della narrazione, rendendolo quanto mai stucchevole.

Il Vizio della Speranza è un film totalmente al femminile

Il regista regala un grande omaggio al genere femminile rappresentandolo in tutte le sue sfumature senza cadere negli sterotipi. Nel film ci sono quasi solo donne, alcune cattive, altre prevaricanti, altre generose ed altre ancora combattive.

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Nonostante il film ruoti intorno alla donna-prostituta che, nell’immaginario comune, è ricoperta da una coltre di tabù ed omertà, non c’è nelle protagoniste l’appiattimento della persona nelle professione. De Angelis mostra il lato più becero dello sfruttamento della prostituzione, mettendo in scena donne schiavizzate, ma anch’elle con sogni, ricordi e desideri.

La disperazione porta Maria a desiderare che suo figlio nasca maschio, per sottrarlo alle angherie del racket della prostituzione. Il suo desiderio è così forte da voler chiamare suo figlio “Uomo”, come figura altra rispetto a quella parte del genere maschile che usufruisce del bisogno di soldi di povere donne disperate.

Il connubio tra musica ed immagini è meraviglioso

A firmare la colonna sonora è Enzo Avitabile, amatissimo artista napoletano che è impegnato in prima linea contro lo sfruttamento e la povertà dei più deboli. Nel film sono inseriti brani strumentali e brani dal suo album Lotto Infinito che irrompono nel girato con una potenza inaudita.

Un sax malinconico accompagna la vita (scandita in “settimane di gravidanza) di Maria e delle altre, riuscendo a portare bellezza in un mondo grigio e cupo, reso implacabile dalla fotografia di Ferran Paredes Rubio. Come anticipato in conferenza stampa al RomaFF13, Enzo Avitabile ha definito la sua colonna sonora come “un canto randagio”, proprio come il cane che Maria porta con sè.

Voto: 3,5/5

Pubblicato da Matteo Squillante

Napoletano di nascita, attualmente vivo a Roma. Idealista e sognatore studente di Lettere presso l'Università di Roma Tor Vergata. Osservatore silenzioso e spesso pedante della società attuale. Scrivo di ciò che mi interessa, principalmente politica e temi sociali.
Twitter: @MattSquillante