Jackie: recensione del film di Pablo Larrain

La storia della Frist Lady moglie del presidente Kennedy interpretata da Natalie Portman

Mostra del Cinema di Venezia: Natalie Portman con

Una Jacqueline Kennedy spaesata percorre un sentiero alberato. Questa prima inquadratura antonioniana, un riferimento molto sentito dal film, apre Jackie, il nuovo film del giovane regista cileno Pablo Larrain, il suo secondo film realizzato quest’anno dopo il precedente Neruda. Lei ha il volto delicato di Natalie Portman, forse l’unica a possedere lo stesso identico fascino sofisticato della vera Jackie.

E’ il 1963 e la First Lady è stata vittima di un attentato che l’ha resa vedova privandola dell’amato marito John, che lei talvolta chiama “Jack”, ucciso dall’attivista ed ex militare Lee Harvey Oswald. La testa di suo marito le è esplosa sanguinosamente sul suo elegante tailleur rosa all’improvviso mentre viaggiavano sulla limousine presidenziale. I media si affrettano a scrivere dell’attentato, diffondendo notizie false o inesatte. Ed è per questo che Jackie accetta l’invito del giornalista Theodore H. White (Billy Crudup) a raccontare non la sua versione dei fatti, bensì la verità. Negli stessi giorni in cui è impegnata a gestire un lutto e i funerali del marito, Jackie si trova improvvisamente a dover prendere le redini di un potente Stato rimasto privo di una guida politica…

Spesso si ricorda l’omicidio Kennedy, tralasciando la dignità con cui la First Lady seppe affrontarlo a livello nazionale. Il film non vuole analizzare o spiegare l’enigmatica figura della First Lady, preferisce piuttosto ricordarne il fascino e lo fa con una mise en scène di gusto raffinato ed elegante, non priva però della consolidata personalità autoriale del regista cileno. Con Jackie Pablo Larrain riesce nell’intento di usare una formula già sperimentata del biopic tradizionale sotto-scrivendoci un discorso sulla storia e sul problema delle fonti, dimostrando come spesso negli eventi tragici la tragedia storica sia “sciacallata” dai media senza alcun ritegno per la tragedia umana: non c’è spazio nella Storia per il dolore di Jackie, per i suoi dubbi, il suo unico conforto è il pastore interpretato dal compianto John Hurt. L’approccio registico del regista, pur personale, presenta interessanti analogie con il migliore Antonioni e con il The Queen precedentemente diretto dal regista Stephen Frears. Premio Osella per la migliore sceneggiatura al Festival di Venezia.

Laureato in DAMS all’Università degli Studi di Torino e diplomato in Filmmaking presso la Scuola Holden, ha frequentato diversi workshop di sceneggiatura e critica cinematografica, formando la sua esperienza anche presso alcuni Festival cinematografici (Torino, Bobbio e Venezia). Già redattore presso “Darkside Cinema” e “L’Atalante”, è autore di racconti, soggetti e sceneggiature, nonché regista di un cortometraggio, “Interno familiare”. Nel 2016, un suo soggetto per lungometraggio è stato tra i finalisti al Pitch in The Day- Concorso Opere prime.