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Libia News: cessano gli scontri ma la situazione è instabile

A Tripoli da qualche giorno vige il cessate il fuoco dopo l’attacco dei miliziani della Settima Brigata nel sud della capitale a fine agosto, che ha anche coinvolto un albergo vicinissimo all’ambasciata italiana. La Settima brigata è solo una delle decine e decine di milizie che si contendono potere, territorio e ricchezze in Libia e che cambiano spesso alleato, ora il Primo Ministro del Governo di accordo nazionale Fajez Al-Sarraj, ora il Generale Khalifa Haftar. Il Governo di Al-Sarraj si è formato in seguito agli accordi di pace del 2015 con il benestare dell’Onu, Italia compresa, e controlla Tripoli. Tuttavia non ha un esercito proprio, perciò si affida a quelle forze armate che gli sono fedeli, per ora.

Il Generale Haftar controlla invece la Cirenaica, ossia l’est della Libia, zona che vanta importanti giacimenti di petrolio, insieme con la Tripolitania. Sebbene qualche mese fa sia stato dato per spacciato dato il suo grave stato di salute, pochi giorni dopo l’attacco a Tripoli si è presentato a Bengasi in ottima salute (dopo il ricovero a Parigi), davanti a capi tribù e notabili, minacciando di marciare su Tripoli e di vanificare le elezioni se non saranno trasparenti. Ha inoltre svelato di avere contatti con alcune milizie di Misurata e  Zintan, due città che geograficamente accerchiano Tripoli, e che sarebbero pronte a prendere la capitale. Le elezioni a cui Haftar ha fatto riferimento sono quelle parlamentari e presidenziali previste per il 10 Dicembre prossimo.

Queste elezioni sono fortemente volute dalla Francia, che mercoledì scorso ne ha ribadito la necessità anche in sede di Consiglio di Sicurezza, tramite l’ambasciatore Delattre. E’ la sola però a volerle, poichè USA, Germania, Gran Bretagna e Italia si sono schierate contro, trovando anche una certa complicità dalla Russia. Questi ultimi ritengono che prima delle elezioni ci debba essere una forma di stabilizzazione del paese e lo stesso Cedric Perrin, senatore francese all’opposizione e autore di un report parlamentare sulla Libia ha detto che le elezioni anticipate “servono più a dare piacere al Presidente che a risolvere il problema libico”.

La Francia del Presidente Macron sostiene il Generale Haftar e Haftar a sua volta sostiene quel gruppo parlamentare di Tobruk che starebbe ostacolando la procedura sulla approvazione di una legge referendaria destinata a sua volta ad approvare quel disegno costituzionale fermo ormai da troppo tempo. Non bisogna tralasciare poi gli interessi energetici del Governo francese e della Total, che vorrebbero la Libia spacchettata (in Tripolitania, Cirenaica e Fezzan, in onore del passato coloniale), un doppio numero di enti che gestiscono il petrolio nel paese e la mezzaluna petrolifera nelle mani di Haftar. Ovviamente questo progetto si scontra con quello dell’Italia, che è presente in Libia con le attività dell’ENI, che favorisce l’unità del paese e che non vuole ostacolare il NOC, l’ente che gestisce più della metà del petrolio libico.

In realtà i battibecchi tra Italia e Francia si allacciano ad eventi accaduti nel lontano, ma non così tanto, 2011 e alla rivolta che portò all’uccisione di Gheddafi. L’ONU, con la Francia dell’allora Presidente Nicolas Sarkozy, non si oppose alla morte del dittatore e la NATO intervenne. Il Ministro dell’Interno Matteo Salvini e successivamente anche il Presidente della Camera Roberto Fico e la Ministra della Difesa Elisabetta Trenta hanno infatti recentemente accusato la Francia di azioni sconsiderate, dettate da “motivi economici e interessi personali che mettono al rischio la sicurezza del Nordafrica e dell’Europa tutta”.

Dopo la morte di Gheddafi il paese è precipitato nel caos tra divisioni, rivalità e nessuna legge. In Libia si contano circa 300 milizie che controllano il territorio , le istituzioni statali, le risorse e le strutture petrolifere, gli aeroporti, le carceri e i posti di frontiera e che giorno dopo giorno consolidano la loro smania di ricchezza. Tra le milizie meglio armate ci sono: la Settima Brigata, guidata da Abdel Rahim Al-Khani,che si muove nelle zone a sud della capitale, si compone di alcuni ex alleati di Gheddafi e che nel 2016 giurò fedeltà all’esecutivo ma ora vuole fare piazza pulita di tutte quelle milizie che a Tripoli “prosciugano denaro pubblico”, le Brigate Rivoluzionarie di Tripoli, fedeli al Governo di accordo nazionale e che si occupano della sicurezza del sud della capitale, le Forze Di Dissuasione, alleate di Tripoli e impegnate nel controllo dell’aeroporto e del penitenziario ad esso collegato e la Brigata Abu Salim che difende la zona Abu Salim di Tripoli in cui è situato anche un carcere di massima sicurezza.

In Libia però le rivalità non sono solo tra miliziani ma anche tra tribù e clan. La maggior parte di queste tribù presero parte alle rivolte contro il Regime di Gheddafi (compreso il colpo di stato nel 1993), ciascuna di esse controlla una piccola parte del territorio libico e ovviamente ciondolano tra diverse alleanze. Il gruppo dei Warfalla è il più numeroso poichè formato da 1 milione di persone. Le sue unità sono disseminate in Cirenaica e sono alleate del Generale Haftar. Il gruppo dei Magarha è il secondo più numeroso, insediato nella zona della costa. Infine c’è il gruppo dei Qadhadfa, dal quale proveniva Gheddafi e insediato per lo più a Sirte e gli Zuwayyah, insediate nelle aree rurali della Cirenaica e ricche di petrolio e in ottimi rapporti con i Ferjan, a cui appartiene il Generale Haftar.

La presenza straniera in Libia non si limiterebbe però solo a Francia e Italia. Stando a stime militari imprecise nel paese nordafricano ci sarebbero circa 350 soldati italiani, impegnati nell’assistenza e nel supporto al Governo di Al-Sarraj e nel contrasto a immigrazione e traffici illegali, un numero non ufficiale di soldati francesi e un altrettanto non specifico numero di soldati inglesi e americani tra Sirte e il Sud della Libia. Gli aiuti militari verrebbero anche da altri paesi geograficamente più vicini alla Libia: Egitto ed Emirati Arabi Uniti avrebbero fornito ad Haftar militari, armi e raid aerei, mentre Turchia e Qatar sostengono la fazione opposta a quella del generale cirenaico. E’ proprio in relazione a questo quadro di alleanze che, secondo alcuni analisti dell’area, l’Italia dovrebbe mantenere buoni rapporti con l’Egitto, giocarsi la carta economica, energetica e “turistica” e così tentare di coinvolgere il Presidente Al-Sisi in un progetto di unificazione della Libia.

Concludo unendomi all’opinione dell’accademico e politico libico Guma El-Gamaty pubblicata lo scorso 31 Agosto su Al-Jazeera che spiega in alcuni punti come la Libia può raggiungere la stabilità interna: limitare le interferenze straniere, accordo e collaborazione tra Francia e Italia e concordia tra tutti i paesi occidentali sugli sviluppi utili per il paese, promulgazione della Costituzione prima delle elezioni, processo di riconciliazione nazionale efficace che includa tutti i soggetti politici, militari, tribali e clanici coinvolti nel conflitto e che venga creato prima a livello locale e regionale, ricompattare la Banca Centrale perchè vengano avviate nuove politiche monetarie e fiscali, insediare un governo nazionale ed autorevole  e riunire esercito e agenzie di sicurezza e infine risolvere il problema delle milizie con un piano di disarmo e di reinserimento dei miliziani in lavori e carriere alternative e processandone i leader.

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Anna Loschiavo

Studentessa di Studi dell'Africa e dell'Asia e laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all'Università Di Roma La Sapienza, sono appassionata di politica, storia e cultura africana. Scrivo per informare me stessa e gli altri di argomenti a cui la stampa nazionale non presta la giusta attenzione.

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