Maurizio Scandurra, Intervista al Giornalista che demolisce la Musica Italiana

Abbiamo incontrato per voi il dissacrante esperto musicale, che ha espresso la sua opinione sulla discografia di oggi.

La crisi della musica italiana è l’argomento centrale dell’intervista esclusiva che abbiamo rivolto al giornalista Maurizio Scandurra, noto anche per essere l’agente stampa di numerosi artisti, che ha duramente attaccato e criticato il sistema discografico, reo di non rappresentare i gusti del pubblico, ma di proporre soltanto prodotti destinati ai giovanissimi.

Ama definirsi “un visionario competente”, ma è noto anche come il “Beppe Grillo della musica italiana” per la capacità innata di guardare sempre avanti. Diversi gli argomenti affrontati, che spaziano dall’abuso dei talent show alla crisi della discografia, passando per il fenomeno del rap in Italia, gli artisti dimenticati, fino alla formula per risanare l’industria musicale.

Credi che oggi ci siano più artisti o prodotti discografici? “Definire artisti coloro che non stimo affatto, sarebbe compiere un abuso di titolo o macchiarsi di millantato credito. L’attenzione alla persona, oggi, è completamente assente dal panorama discografico italiano. Tra un ragazzino in età compresa tra i 18 e i 25 anni e un vasetto di yogurt, o qualsivoglia prodotto alimentare in formato usa e getta, non vi è alcuna differenza: durano il tempo di un pasto, così anche le canzoni soltanto il tempo di una stagione. E poi si ricomincia da capo: ‘avanti il prossimo’. La ricerca di suoi nuovi, la cosiddetta sperimentazione ed esplorazione, tanto nella musica quanto nei testi, la libertà compositiva oppressa da stupide logiche ed assolutamente assurde restrizioni radiofoniche, di fatto annulla tutto in una globalizzazione di ascolti che spazio alcuno lascia alla creatività propriamente intesa”. 

Cosa pensi del fenomeno del rap esploso nel nostro Paese? “Il rap è un genere che non appartiene all’Italia. Piantiamola di sfornare questi dischi. Non ne abbiamo bisogno. Che gusto c’è ad andare a vedere il ‘concerto’ di uno che parla a valanga su una base musicale, che non suona e che non canta? I rapper usano tutti la stessa tonalità, lo stesso timbro, lo stesso accento ed inflessione. Occorre lasciare spazio alla diversificazione delle età dei cantanti, perché anche persone più in là negli anni possiedono una sensibilità, una capacità emotiva e contenutistica a livello artistico, frutto di esperienze di cultura o di vita che oggi i giovanissimi, leggi i figli dei talent, non hanno”.

Quali giovani artisti stimi del panorama discografico di oggi? “Tra i talent, l’unica eccezione è Ilaria Porceddu: quando esordì a Sanremo, per il mio portale sanremonews.it, da sempre il più letto e seguito durante il Festival, la definì una voce di cristallo. La cantautrice sarda è una figura originale, che ha saputo fare una scelta controcorrente: guardare i brani di spessore, rinunciando a successi facili e a canzonette demenziali, come invece fanno gli altri suoi colleghi che non fanno altro che cantare di amori disperati, di sfighe che sono loro accadute, su basi perlopiù pop-dance che non farebbero muovere neanche un tyrannosaurus rex. Del disco ‘Di questo parlo io’ di Ilaria, cito una sola canzone, giusto per far capire il livello della giovane ragazza: ‘Tabula rasa’, magnifico inedito firmato da Gaetano Capitano, che dimostra che anche i giovani, quando vogliono, sanno fare poesia, gradevole poesia moderna. L’ha detto anche Mario Luzzatto Fegiz, Michele Monina, saremo mica tutti pazzi?”.

La crisi e l’avvento dei talent hanno portato le case discografiche a fare a meno di numerosi artisti, che possiamo definire purtroppo oggi dimenticati. Chi tra questi ricordi particolarmente? “La lista degli artisti dimenticati, in Italia, è pari a quella dei debiti contratti da Paperino con Zio Paperone: Fabio Concato, Andrea Mingardi, Anna Oxa, Mariella Nava, Gatto Panceri, Eduardo De Crescenzo, Gerardina Trovato Gigi Finizio, Marcella Bella, Marina Rei, i Tazenda, Tullio De Piscopo, i Dirotta su Cuba e potrei continuare all’infinito. Si tratta di gente che, però, riempie le piazze, essendo ancora nelle grazie della gente e degli impresari, specie quelli del sud. I quali, quando qualcuno propone per un concerto di piazza un’artista giovane che viene dai talent, in simpatico dialetto gli rispondono: ‘cu fù?’. Tutti coloro che ho citato sono ottimi artisti, la discografia ingrata e immemore dei fatturati che ha fatto grazie a loro negli anni d’oro oggi, invece, li dimentica. Li accantona come traversine in legno ormai in disuso nelle vecchie stazioni dismesse. Questi artisti, nonostante l’assoluta miopia dei discografici di oggi, sono invece ancora treni in corsa. Mi auguro che qualcuno di ben più lungimirante degli omuncoli che oggi decidono sulla musica, sia in grado di ridare loro la luce che meritano”.

Di quali artisti del passato si sente maggiormente la mancanza oggi? “Ne cito due. I quali, oltretutto, si conoscevano e stimavano anche, sin dalla seconda metà degli anni ’80: Lucio Dalla e Pino Mango. Due fuoriclasse della voce, due estensioni incredibili, due timbri potenti e suadenti al tempo stesso. Ma, soprattutto, due cantautori degni di portare questo nome, che hanno sperimentato la musica producendo canzoni che oggi sfido chiunque a cantare o a riscrivere nello stesso mondo. Mango è il poeta della voce, Lucio Dalla è poeta dell’emozione. Entrambi ci hanno lasciato alcune memorabili esibizioni insieme, di cui YouTube consegna degna memoria. Mi manca moltissimo Giuni Russo, ma anche Pino Daniele, Enzo Janacci, Ivan Graziani e Fabrizio De Andrè. Tutti figli di una irripetibile generazione di geni musicali di cui oggi, mio malgrado, non vedo erede alcuno all’orizzonte”.

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C’è qualcuno che può in qualche modo avvicinarsi a questi grandi artisti? “Sono tutte stelle inarrivabili. Hanno lasciato, però, una strada ricca di insegnamenti e di suggestioni. Sicuramente, per capacità vocali ed altrettanto pathos espressivo, Cleò: la voce misteriosa del web, di cui parla in maniera lusinghiera ed incoraggiante tutta la migliore stampa specializzata musicale italiana. Basta ascoltare le cover che ha pubblicato su YouTube, per rendersi conto di come ha reso assolutamente personali e in tonalità originale, brani difficilissimi di Mina, Mango, Matia Bazar, Antonella Ruggiero e Fabrizio De Andrè. Compresa anche l’indimenticata Valentina Giovagnini. La vocalità di Cleò racchiude un insieme di colori e caratteristiche assolutamente sconosciute a tutti gli artisti dei talent. Cleò può essere la via alla nuova musica italiana, capace di soddisfare sia il pubblico giovane che quello un pochino più avanti negli anni. Si sente che è un cantante di razza. Mi auguro che i presidenti delle tre multinazionali Marco Alboni (Warner Music), Andrea Rosi (Sony Music), Alessandro Massara (Universal Music), ma anche i tre grandi player indipendenti del mercato discografico, vale a dire Caterina Caselli (Sugar Music), Dario Giovannini (Carosello) e Dino Stewart (BMG), si accorgano per tempo di un fenomeno che merita di avere una giusta collocazione discografica. Tra l’altro, da voci che circolano insistentemente nell’ambiente musicale, pare che Cleò abbia pronto anche un album di inediti scritto dai più grandi autori della musica italiana. E scusate se è poco, per un emergente”.

Qual è, secondo te, il rimedio per risanare l’industria discografica italiana? “E’ molto semplice. Parlo da economista. In tempo di crisi, resistono solo le aziende che sanno differenziare, aprendosi a nuovi beni, prodotti e servizi, moltiplicando, di fatto, l’offerta. Le case discografiche continuano, imperterrite, a credere che il connubio web-tv-talent sia un tris vincente. Forse lo è stato. Oggi questi elementi accusano segni di evidente stanca: non mi sembra che Alessio Bernabei, nonostante tre Festival di Sanremo di fila, sia diventato Michael Jackson. Elodie? Ne avevamo proprio bisogno? Con rispetto parlando. E intanto Maria De Filippi continua a sfornare altri cantanti, tutti in età da diploma o poco più. Per cambiare, occorre recuperare la capacità di sfornare dischi in grado di essere recepiti dall’80% della popolazione, che oggi non li acquista più perché stufa di vedere sulle vetrine dei negozi, o sulle piattaforme digitali, sempre e solo un genere: quello dei cosiddetti ‘bebè musicali’. L’Italia è il Paese demograficamente più vecchio al mondo: ma anche uno dei più benestanti, soprattutto per quanto riguarda il reddito e la capacità di spesa della fascia di età più avanzata della popolazione. Gli stessi che comprano Mina-Celentano, magari acquisterebbero anche Andrea Mingardi, Anna Oxa, Antonella Ruggiero e tutti quelli di cui sopra ho detto, se solo qualcuno avesse ancora il coraggio di scommettere su di loro”. 

A proposito di Anna Oxa, per concludere, abbiamo letto sul web il tuo accorato appello a favore di un suo ritorno… “Anna Oxa, ma la lista potrebbe essere molto più lunga, è una di quelle artiste ingiustamente maltrattate dalla discografia e dimenticate dal sistema musicale. Eppure, è una che di concerti ne fa, anche a pagamento, e sono sempre strapieni di gente. La sua partecipazione ad ‘Amici’ è stato un enorme regalo che la cantante, albanese di nascita ma italiana di adozione, ha fatto a Maria De Filippi. Anna Oxa fa rima con voce, con classe, con talento, eleganza e capacità di stupire. E’ un’artista vera e pura, può permettersi di fare e cantare quello che vuole, perché tanto fa sempre bene. Questa è la differenza tra una big come lei e gli artisti dei talent, che Anna Oxa ci si nasce, artisti dei talent ci si diventa. Ma artisti dei talent si scompare, per lasciare spazio al prossimo. Anna Oxa si resta per sempre, per l’eternità. Mi auguro che la Sony Music, che detiene il 90% del catalogo editoriale e discografico della cantante, sia così lungimirante da farle una proposta in ottica di continuità: sono in tanti, me compreso, che attendono una rentrée degna di nota di Anna Oxa. Confidiamo nel buon Dio”.