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Eccidio di Pietrarsa, 6 agosto 1863: la Storia della Strage

Ancora prima dei moti di Chicago, il cui ricordo portò all’istituzione della festa del primo maggio, un altro terribile eccidio di lavoratori avvenne nei confini del nostro Paese. Siamo nel 1863, a Pietrarsa. Il 6 agosto di quell’anno morirono, per mano dell’esercito, 7 operai e ne rimasero gravemente feriti altri 20. Facciamo però un passo indietro.

A pochi chilometri da Portici, sede della prima ferrovia italiana, era in funzione lo stabilimento ferroviario più grande d’Italia. Istituito nel 1840 dal re Ferdinando II di Borbone, l’opificio avrebbe dovuto affrancare l’Italia dalla produzione ferroviaria inglese.A pieno ritmo la fabbrica dava lavoro a oltre 1.100 persone che produssero oltre 13 locomotive. Fu anche il modello per il grande complesso di Kronstadt, in Russia, che poi prese altre strade.

Con la decadenza del Regno delle due Sicilie e successiva annessione al Regno d’Italia, Pietrarsa e altri stabilimenti simili entrarono lentamente in declino. Non c’era la volontà politica di mantenere in vita uno stabilimento che concorresse alle officine Ansaldo di Genova. Pietrarsa fu quindi privatizzata e i dipendenti furono a poco a poco licenziati, arrivando nel 1863 a contare solo 400 dipendenti.

Pietrarsa, cronaca del 6 agosto

Per quel giorno gli operai entrarono in sciopero sia per i continui licenziamenti sia per chiedere il pagamento degli stipendi arretrati. Fu organizzato, secondo la terminologia moderna, un sit-in pacifico all’entrata della fabbrica. I poliziotti, credendo di non poter arginare la protesta, chiesero al questore Nicola Amore (poi sindaco di Napoli) di inviare un contingente di bersaglieri. La richiesta fu assecondata. All’arrivo del contingente, gli operai iniziarono a fuggire; per risposta i bersaglieri aprirono il fuoco causando morti e feriti. I fatti furono liquidati come una “fatale ed irresistibile circostanza”.

Nonostante l’incidente non fu mai smentito dalle autorità, il numero delle vittime fu sottostimato. Solo successive ricerche storiche, studiando i verbali degli ospedali del circondario, accertarono che persero la vita sette persone e ne furono ferite venti. Dopo la strage l’opificio continuò a funzionare a ritmi ridotti, finché negli anni 70 del nuovo secolo divenne uno stabilimento fantasma. Da allora la struttura è stata riconvertita in museo ferroviario, che attira l’attenzione di turisti ed appassionati. Una piccola soddisfazione per la memoria di chi ha pagato la propria protesta con la vita.

Matteo Squillante

Napoletano di nascita, attualmente vivo a Roma. Giornalista pubblicista, mi definisco idealista e sognatore studente di Storia e Culture Globali presso l'Università di Roma Tor Vergata. Osservatore silenzioso e spesso pedante della società attuale. Scrivo di ciò che mi interessa: principalmente politica, cinema e temi sociali.

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