Cinema

7 Sconosciuti a El Royale: Recensione del film di Drew Goddard

1959. Un uomo arriva in un albergo a cavallo tra due stati: l’El Royale, all’epoca ritrovo di star e personaggi di spicco. Dopo aver nascosto una valigetta rossa sotto le travi del pavimento viene ucciso dall’ospite che aspettava. Dieci anni dopo, nel 1969, sette persone che hanno decidono di passare la notte in quello stesso albergo: un prete, un venditore di aspirapolveri, una cantante e una hippie.

Questi gli elementi ed il plot principale di 7 Sconosciuti ad El Royale (Bad Times at the El Royale), secondo lungometraggio di Drew Goddard con un cast di tutto rispetto. Tra i protagonisti Jeff Bridges (Padre Flynn), Dakota Johnson (Emily), Cyntia Erivo (Darlene) e Chris Hemsworth (Billy Lee); ognuno ha un “capitolo riservato” introdotto da cartelli con il numero della stanza a loro assegnata.

La metonimia nell’identificazione tra personaggio e numero di stanza indica l’ingresso dei personaggi in una realtà paralella, quella – appunto – di El Royale, dove le loro storie passate hanno importanza per comprendere la narrazione e svelare il mistero dell’omicidio di dieci anni prima.

7 Sconosciuti ad El Royale: il luogo è al centro del film

Come in Shining di Kubrick e Grand Budapest Hotel di Wes Anderson – non a caso entrambi film ambientati quasi interamente in un hotel – il protagonista assoluto è il luogo dove si svolgono le vicende dei personaggi. Come in una specie di umanizzazione, il set influsice sul carattere e sulle azioni dei protagonisti tramite colori, forme, sensazioni.  Le quattro stanze date ai protagonisti sono tutte diverse l’una dall’altra, sia per arredamento che per colori e – probabilmente – rispecchiano la personalità degli occupanti.

Drew Goddard offre diversi tributi a grandi maestri del cinema: già dalle prime scene è chiaro come lo stile rassomigli alla perfetta simmetria di Wes Anderson oppure all’atmosfera “country” e malinconica tipica dei lavori dei fratelli Coen. Tuttavia è innegabile un tocco personale del regista, specialmente estetico e visivo, che regala un surplus al film.

È difficile, nonostante tutto, credere alle parole del giovane receptionist che parla con nostalgia dei grandi tempi vissuti dalla struttura, ora in declino. Un’attenzione maniacale negli arredamenti e nelle ambientazioni rende El Royale sospeso nel tempo tramite un procedimento astatto e surreale.

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I quattro ospiti dell’hotel.

Il Jukebox in cui convivono dischi nuovi e datati, il distributore delle torte sempre pieno ed immacolato (nonostante l’albergo sia chiuso per l’inverno); tanti dettagli che ingannano piacevolmente e permettono una catarsi completa nelle storie e nelle vicende dei protagonisti.

L’hotel è più simile ad un set pubblicitario di uno spot anni ’50 che ad un hotel vero, ma la sensazione che si insinua a mano a mano nello spettatore è che tutto faccia parte di un inganno tacito e taciuto.

7 Sconosciuti ad El Royale come un Hotel California

La tentazione, per quanto possa risultare scontata, di accostare l’ambientazione ed i personaggi che la vivono alla celebre canzone degli Eagles è forte. Non a caso, il buffo confine che divide a metà El Royale è tra Nevada e California, quindi nel bel mezzo del deserto.

El Royale è un posto da dove ci si entra, ma non ci si esce. Le esperienze segnano i protagonisti in maniera indelebile; starci a lungo – poi – porta alla morte spirituale. È il caso del giovane receptionist, macchiatosi di innumerevoli peccati nonostante la sua età e il suo aspetto.

L’hotel è diretto da persone misteriose che hanno interesse a spiare e controllare i propri ospiti illustri a fini altrettanto misteriosi. Neanche il continuo riferimento a Nixon, ripreso in una televisione accesa, non può essere casuale. El Royale diventa facilmente un Watergate, dove cadono le stelle. Il riferimento politico è pero solo marginale rispetto alla narrazione, a metà tra reale e fantasia.

Musica e immagini per un’immersione globale

L’estrosità registica è ben esplicitata in diverse inquadrature dall’alto e dal basso; a guardare la scena non è mai solo un occhio e non è mai un solo punto di vista. Un’attitudine voyeurista è in tutti i personaggi, non sempre a scopo prettamente sessuale, ma di qualcosa che vi si avvicina. Punti di osservazioni nascosti, occhi indiscreti sono ovunque: ciò non fa altro che aumentare il senso di straniamento e di surrealtà che lo spettatore prova davanti ad El Royale.

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Dakota Johnson in un frame del film.

La colonna sonora, invece, è quasi sempre azzeccata. Pezzi folk, country, soul, rock si affollano da contorno ad ogni scena: il ritmo è così travolgente che non risparmia di tirare a sè ogni oggetto della stanza. I personaggi compiono azioni come ballando al ritmo di una canzone non ben specificata (che non è Hotel California).

7 Sconosciuti ad El Royale è un film completo e totale che rimane in bilico e fa rimanere in bilico per più di due ore senza annoiare.

Voto: 4/5

 

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Matteo Squillante

Napoletano di nascita, attualmente vivo a Roma. Giornalista pubblicista, mi definisco idealista e sognatore studente di Storia e Culture Globali presso l'Università di Roma Tor Vergata. Osservatore silenzioso e spesso pedante della società attuale. Scrivo di ciò che mi interessa: principalmente politica, cinema e temi sociali.
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