Musica

”Shallow nothingness in molten skies”, quarto disco di Lebenswelt

Per entrare nel mondo sonoro di Giampaolo Loffredo aka Lebenswelt, che aveva esordito con “Starting at life in the rain” nel 2003, bisogna farlo con delicatezza, come svegliandosi dopo una notte di sonno ristoratore o mentre già si sta ballando un lento con il proprio amore e tra un pezzo e l’altro arriva questo bravo musicista e cantante con le sue pose leggere e le sue movenze morbide.

L’inizio del disco “Intro/ A Grey Seaguli” è come un vento leggero che scuote una lastra di metallo che diventa voce. La direzione della melodia viene guidata dal piano e la voce scandisce la stessa frase come una sentenza: un rintocco inoppugnabile ordinato dal tempo.

La title track tesse le trame di un progetto che guarda al futuro ma nel frattempo si contorce nei suoi dubbi: se poi andrà male? se poi non sarà come ce l’aspettavamo? Sembra questo lo stato emotivo estrapolato. La musica sembra salire su di una scala a chiocciola che però non è stabile e così ci si ritrova a trovarsi in aria librando. Gli impatti sul suolo non sono contemplati tra queste trame compositive e per questo si continua in un clima soffice, ondulato.

I suoni si fanno più intensi e drammatici in “Just Like Rain”, dove ci si può perdere lasciandosi andare e ritrovare per similitudini, come quando ci si rincontra dopo tanti anni con un amico e si ritrovano le stesse dinamiche. Parafrasandolo, come la pioggia che viene giù ci si lascia cullare dal suo ritmo.

In “In Her Bad Thoughts” ci sono delle assonanze con gli Arab Strap per la voce e l’atmosfera. La batteria nella parte finale della canzone interviene e sembra chiamare a sé gli altri strumenti che si uniscono in una danza noise strumentale e pacata.

“Shame for What i have Done” inizia con gli archi che si abbracciano e si raccontano di quanto stanno bene in armonia. Entrare in un mantra di auto coinvolgimento per prendere coraggio e così farsi forza, cercare il giusto equilibrio e rimanere lì, però, come catturati.

“Land” con la chitarra che fa la voce ‘grossa’ e si impone per farsi seguire dagli altri. Una volta avuta l’attenzione mostra la sua purezza e la drammaticità della sua storia viene accentuata dalla voce, quasi rotta dal pianto.

“Lost” ha al suo interno l’unica distorsione noise del disco e diventa melodica anche quella, riportando la serenità tra le trame.

E infine Lebenswelt chiude il disco cantando la poesia di T. S. Elliot “The Love Song of J. Alfred Prufrock” con queste sfumature anglosassoni nell’accento che gli ascolti del rock inglese ci hanno reso familiari e la canzone diventa, proprio per la voce elegante e per la musica a goccia malinconica, interpretata dalla chitarra ipnotica con un finale al piano e canto da sirena con un effetto ad hoc.

Da tenere d’occhio.

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