Cinema

“Ta’ang” al Torino Film Festiva 2016: Recensione

E’ una delle poche occasioni di vedere un film del cinese Wang Bing, autore internazionale e spesso ospite a Venezia da quando nel 2010 presentò a sorpresa La fossa, suo unico film di finzione nel bel mezzo di una miriade di esperienze da documentarista.

Già avvistato a Locarno, Ta’ang è uno dei primi documentari visti al 34esimo Torino Film Festival. I Ta’ang sono una popolazione orientale conosciuta anche col nome di Paulaung. Una guerra civile ha visto per anni protagonista la regione Kokang, nel Myanmar, spingendo i Ta’ang ad emigrare in Cina conducendo una vita nomade. Il documentario è la rappresentazione delle giornate di cui si compone questa vita.

Una vita trascorsa tra le montagne e dedita alla raccolta di canna da zucchero. Tuttavia, nonostante questo stile di vita, non sono esattamente un popolo arretrato (una ragazza ta’ang, pur possedendo pochi averi, ha un telefono cellulare, per esempio. Ta’ang è il racconto di una migrazione forzata e delle conseguenti difficoltà a ricominciare una nuova vita. Tuttavia, nonostante queste stesse difficoltà, i ta’ang non hanno perso il loro spirito di popolo, rimanendo tutti fratelli (la sera si riuniscono intorno al falò a raccontarsi le proprie storie e cercano costantemente di mantenere viva la comunicazione all’interno del gruppo.

Ta’ang è un racconto molto lento, interessante ma con pochi picchi, tanto che soltanto pochi momenti del film incidono a dovere sullo spettatore. Ciò che invece più rimane impresso di questo film è la bellissima fotografia con i suoi colori accesi rosso e ocra. Nel complesso, è un buon documentario, con quel suo che di folklorico, anche se magari non possiede la drammaturgia di un Fuocoammare. Tuttavia, per tutto il film, non fa altro che cercare il fuoco della propria narrazione.

I film di Wang Bing sono fatti tutti allo stesso modo, il che è positivo per l’autore, che può almeno vantare una propria impronta autoriale. E hanno una resa estetica sempre ben più forte del racconto per immagini. L’unica nota negativa di Ta’ang è che c’erano molti aspetti interessanti che emergevano nel corso dell’osservazione del popolo ta’ag e il regista, cercando di approfondirli tutti, ha finito invece col non approfondirne nessuno, dando pertanto l’idea che 140′ minuti circa siano forse un po’ eccessivi per un film che espone argomenti che potevano essere esplicitati con molto meno.

https://www.newsly.it/jesus-primo-film-concorso-al-torino-film-festival-recensione

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Claudio Rugiero

Laureato in DAMS all'Università degli Studi di Torino e diplomato in Filmmaking presso la Scuola Holden, ha frequentato diversi workshop di sceneggiatura e critica cinematografica, formando la sua esperienza anche presso alcuni Festival cinematografici (Torino, Bobbio e Venezia). Già redattore presso "Darkside Cinema" e "L'Atalante", è autore di racconti, soggetti e sceneggiature, nonché regista di un cortometraggio, "Interno familiare". Nel 2016, un suo soggetto per lungometraggio è stato tra i finalisti al Pitch in The Day- Concorso Opere prime.
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