Turchia, Colpo di Stato 2016: la situazione un anno dopo

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Un anno fa, il 16 luglio, tutto il mondo si risvegliò con la notizia che il golpe in atto in Turchia era stato sventato e gli insorti iniziavano ad essere catturati. Molti non erano informati sui fatti della notte precedente, trascorsa tra voci e testimonianze confuse. Televisioni e giornali di tutto il mondo cercarono disperatamente di recuperare contatti con inviati e cittadini, sfidando il blocco delle comunicazioni in tutto il paese.

Mentre autostrade, caserme, televisioni ed aeroporti erano già stati occupati dai militari ribelli, cresceva la preoccupazione per l’irreperibilità del Presidente Erdogan, allora in vacanza. Quando molti pensavano che fosse morto, arrivò, poco prima di mezzanotte, il messaggio del presidente che, tramite FaceTime, invitava ad insorgere. Alle prime luci dell’alba iniziarono ad arrivare le prime immagini della cattura degli insorti e di popolazione in festa. Il colpo di stato era stato sventato, e il Presidente godeva di popolarità inaudita, simile a quella di un resistente.

Epurazioni e stato di emergenza

Da allora la Turchia ha cambiato totalmente il suo volto. Seguirono arresti, nell’ordine di centinaia di migliaia, tra militari, comandanti, magistrati, professori, intellettuali, incolpati di essere parte della diabolica rete del nemico dello Stato per antonomasia, l’imam Gulen. Personaggio non conosciutissimo in Europa, è uno dei maggiori intellettuali turchi critici verso l’estremismo religioso del presidente Erdogan. A seguito di uno scontro politico tra i due, Gulen fu costretto a trasferirsi negli Stati Uniti, dove, secondo fonti governative, sarebbe a capo di una rete eversiva.

Nonostante non sia stata provata l’esistenza di questa rete eversiva, le epurazioni in patria continuarono e si allargarono sempre di più, arrivando ad includere anche gli avversari politici di Erdogan. Dalla notte del 16 luglio 2016 fu dichiarato lo stato di emergenza e la sospensione dei diritti umani. Nonostante per definizione le norme di emergenza sono provvisorie, il protocollo è stato più volte rinnovato, suscitando la riprovazione della comunità internazionale. Frustate, torture e umiliazioni hanno colpito molti degli arrestati, dei quali non si ha più notizia a distanza di un anno dal golpe.

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Tensioni sociali e Referendum costituzionale

Non solo i manifestanti filo-governativi dopo quella notte hanno espresso il loro volere in piazza, ma anche molti contestatori hanno partecipato alle manifestazioni che hanno lasciato sull’asfalto morti e feriti. Ci sono state tensioni internazionali anche tra Turchia e Stati Uniti. L’amministrazione Obama era stata accusata di aver favorito il golpe e in seguito di aver negato l’estradizione per l’imam Gulen, seguirono parole dure tra il presidente turco e il segretario di stato americano. Suscitava anche molte preoccupazioni il referendum costituzionale che da lì a poco avrebbe portato alle urne il popolo turco.

La consultazione, poi svoltasi il 16 aprile 2017 in pieno stato di emergenza, se approvata, avrebbe conferito al Presidente turco poteri enormi. Egli infatti avrebbe avuto voce in capitolo sulla giustizia, sull’esecutivo, sull’istruzione, sui posti di potere e così via. Prima della ratifica parlamentare, poi, molti deputati dell’opposizione furono arrestati con l’accusa di terrorismo e interdetti al voto; manovra che portò al boicottaggio delle votazioni parlamentari. Nonostante tutto il referendum si svolse e la riforma fu approvata di misura. Solo il 51% degli elettori fu a favore della proposta costituzionale e la consultazione fu accusata di essere stata falsata dalle commissioni elettorali. La riforma, però, è attualmente realtà.

Le manifestazioni a distanza di un anno

Quella che fu, un anno fa, una giornata di disordine e di incertezza è diventata giornata della vittoria, di festa nazionale. Migliaia di persone si sono radunate in piazza per ascoltare il discorso di Erdogan. In un paese tuttora diviso si continua a parlare di vendetta per gli artefici di quella notte, anche al costo di “tagliargli la testa”, come ha ribadito il Presidente.

Non è un segreto, infatti, che Erdogan sia a favore della pena di morte, e neanche che probabilmente verrà presto ratificata a danno di qualsiasi oppositore politico ed intellettuale. Mentre i manifestanti esultano il trionfo del presidente contro gli avversari, i destini dello stato anatolico si allontanano sempre di più da quelli di uno stato democratico.

Napoletano di nascita, attualmente vivo a Roma. Idealista e sognatore studente di Lettere presso l’Università di Roma Tor Vergata. Osservatore silenzioso e spesso pedante della società attuale. Scrivo di ciò che mi interessa, principalmente politica e temi sociali.
Twitter: @MattSquillante