16 marzo 1978: Rapimento di Aldo Moro

16 marzo 1978: Rapimento di Aldo Moro

Il più efferato attacco al cuore della politica italiana ebbe inizio una mattina di 39 anni fa, e lasciò con il fiato sospeso un intero paese fino alla conclusione che ormai tutti conosciamo, 55 giorni dopo. Era il 16 marzo 1979, quando un commando delle Brigate Rosse rapì a via Mario Fani il presidente della Dc Aldo Moro, facendo scempio dei cinque uomini della scorta che vennero trucidati. L’impatto di questa azione fu talmente traumatizzante, che sembrava lasciare intendere la resa totale dello Stato ad una organizzazione terroristica di estrema sinistra: era il culmine degli Anni di piombo.

La vicenda Moro ha tante questioni aperte che lasciano dubbi sulla linea politica della fermezza, mai scesa a compromessi per ottenere la liberazione, così come sulle indagini condotte in quei giorni ed accusate di omissioni, errori e negligenze. E ancora oggi infatti ci si chiede perché non sia stato salvato un uomo che – come scrisse Pasolini – era “il meno implicato in tutte le cose orribili che sono state organizzate dal ’69 ad oggi nel tentativo, finora formalmente riuscito, di conservare comunque il potere”.

Il percorso politico di Aldo Moro

Aldo Moro era un politico intelligente, che negli anni si era guadagnato una evidente posizione di preminenza all’interno delle istituzioni, dove fece il suo ingresso appena trentenne nel 1946 alla Assemblea costituente. Da lì un’ascesa continua cominciata dentro la Commissione dei Settantacinque, che redasse il testo costituzionale, e culminata nella presidenza del Consiglio: la prima volta dal 1963 al 1968, la seconda dal 1974 al 1976. Considerato fin troppo audace nello scandagliare nuove vie politiche, nel 1962 (era da tre anni segretario a Piazza del Gesù) fu probabilmente il primo a parlare di “nuova convergenza” con le forze della sinistra, dichiarandosi disposto a pagare anche in termini elettorali questa scelta.

Il Rapimento

Quella mattina del 1978 era pronto a recarsi alla Camera, dove il quarto Governo Andreotti stava per ottenere la fiducia con una larghissima maggioranza di deputati e senatori. Era la più ampia dal secondo dopoguerra, ottenuta grazie anche ai voti dei comunisti, il cui principale artefice era stato il presidente della Dc.  Nei giorni di prigionia che seguirono, l’Italia tutta mostrò profonda commozione, mobilitandosi in maniera trasversale; ne è testimonianza la manifestazione sindacale di San Giovanni – tenuta nello stesso giorno del rapimento – dove lo scudo crociato sventolò accanto alla falce e martello, e sul palco si alternarono oratori come Giorgio Benvenuto e Luciano Lama. E proprio quest’ultimo, allora segretario della Cgil, auspicava rabbiosamente e dolorosamente uno sforzo congiunto di partecipazione all’impegno contro il terrorismo.

Invece la prigionia terminò drammaticamente il 9 maggio 1978, quando una telefonata del brigatista Valerio Morucci annunciò la morte di Moro con imperturbabile freddezza: “Adempiamo alle ultime volontà del Presidente, comunicando alla famiglia dove potrà trovare il corpo dell’onorevole Aldo Moro”. E così avvenne in Via Caetani a Roma, poco distante da Botteghe Oscure e da Piazza del Gesù, sedi rispettivamente del Pci e della Dc. A nulla erano serviti gli appelli che egli stesso aveva rivolto alla dirigenza di partito e direttamente a Papa Paolo VI, attraverso lettere autografe – rinvenute e pubblicate prima dell’assassinio –  dai toni anche aspri verso gli altri colleghi di parte politica. Nella missiva dell’8 aprile in particolare leggiamo come venisse rimarcata “la cattiveria di tutti i democristiani che mi hanno voluto nolente ad una carica, che, se necessaria al Partito, doveva essermi salvata accettando anche lo scambio dei prigionieri. Sono convinto che sarebbe stata la cosa più saggia. Resta, pur in questo momento supremo, la mia profonda amarezza personale”. E restano ancora oggi domande senza risposta, insieme alle dure parole di papa Montini che, nel rito funebre di suffragio del 13 maggio, elevò contro il cielo il suo strazio: “Chi può ascoltare il nostro lamento se non ancora tu, o Dio della vita e della morte? Tu non hai esaudito la nostra supplica per la incolumità di Aldo Moro”.

Condividi