Cannabis e legalizzazione: la riforma dimenticata

Cosa è stato del DDL Cannabis? Una riforma finita nel dimenticatioio?

Legalizzazione della Cannabis in Italia: progetto di legge bipartisan

“Indietro non si torna: una strada è stata tracciata, e noi la seguiremo fino in fondo”. Così diceva l’On. Farina, concludendo un appassionato intervento alla Camera dei Deputati. Era il 25 luglio scorso, e per la prima volta si discuteva in aula la legalizzazione della cannabis e dei suoi derivati.
Ma la proposta di legge che tanto scalpore aveva levato nell’estate 2016, a settembre è stata inghiottita in un buco nero; e neppure la vicenda del giovane di Lavagna, suicidatosi mentre la Guardia di Finanza perquisiva la sua stanza, e l’onda di dibattito circa la diffusione delle droghe tra i giovani, l’ha strappata all’oblio. Cosa è stato del DDL Cannabis, dopo quella seduta?

DDL per la legalizzazione della Cannabis e suoi derivati

La “proposta di legge per la legalizzazione della cannabis e dei suoi derivati” era approdata per la prima volta in Parlamento nel luglio 2015, con un movimento trasversale – 218 firmatari, provenienti da quasi tutti gli schieramenti politici – e con l’ambizioso proposito di dare soluzione alle questioni che la Direzione Nazionale Antimafia aveva sollevato nella sua relazione annuale per il 2015. La DNA denunciava, in quell’occasione, “il totale fallimento dell’azione repressiva” in materia di contrasto della diffusione della cannabis e dei suoi derivati. I dati diffusi nella relazione del 2015 – e in quella successiva, del 2016 – raccontano un mercato nazionale enorme, che vede tra i 1,5 e i 3 milioni di chili di cannabis l’anno; per intenderci, è abbastanza per procurare a ciascun cittadino 100 – 200 dosi l’anno. Un business, questo, in gran parte controllato dalle organizzazioni criminali, a cominciare dai gruppi criminali balcanici e albanesi, dalla Camorra campana e dalla criminalità organizzata pugliese. E che, ad oggi, richiede uno sforzo repressivo altrettanto ingente: per combattere la diffusione della cannabis – che degli stupefacenti è quello che desta il minor allarme sociale, in Italia come in Europa – vengono sottratte forze al contrasto di reati penalmente più gravi, dal traffico di droghe “pesanti” alla corruzione, dal traffico dei rifiuti alla tratta degli esseri umani. Un paradosso, a dimostrazione che in questo frangente il sistema di repressione tradizionale “non è più sostenibile”.

La Proposta per la Depenalizzazione

É proprio la DNA a suggerire, tra le scelte che il Parlamento potrebbe adottare per superare questa situazione, la depenalizzazione: una legge che bilanci il diritto alla salute dei cittadini (garantendo educazione all’uso consapevole e accesso alle cure) con la possibilità di vendere legalmente, e tassare, i cannabinoidi, consentirebbe il prosciugamento di un mercato criminale, allontanerebbe i fruitori delle droghe leggere, e soprattutto i giovani, dagli ambienti criminali – riducendo in modo consistente il ruolo della cannabis come “sostanza gateway”, ovvero ponte per le droghe pesanti; e al contempo libererebbe tra le forze dell’ordine e la magistratura risorse dirottabili sul contrasto di altre attività illecite. Oltre, naturalmente, agli ingenti guadagni economici che lo Stato trarrebbe dalla relativa tassazione.Cosa Stabiliva la proposta?

Seguendo questi spunti, il testo della proposta stabiliva il principio del possesso lecito – per i soli maggiorenni – di una modica quantità di cannabis per uso ricreativo (15 grammi in casa, 5 grammi fuori casa); la possibilità di coltivarne fino a 5 piante in casa, fermo restando il divieto di venderne il raccolto, oppure in forma associata in enti senza fini di lucro, i c.d. Cannabis social club, aperti a un massimo di 50 membri. Quanto alla vendita, la legge istituiva un monopolio dello Stato: sì a coltivazione, lavorazione e vendita al dettaglio previa licenza; no a importazione o esportazione. Si consentiva, inoltre, l’auto-coltivazione per fini terapeutici e venivano semplificati la prescrizione, la dispensazione e la consegna di farmaci a base di cannabis. Il testo vietava, infine, il fumo nei luoghi pubblici e la guida in stato di alterazione. Un testo sicuramente migliorabile; ma che gettava le basi per normare una realtà che incide in modo determinante tanto la sfera sociale, quanto quella della giustizia.

Un freno al percorso della legge

Tuttavia, una parte consistente della politica ha alzato un muro contro questa discussione. Un muro di emendamenti e articoli aggiuntivi: le Commissioni Giustizia e Affari sociali se ne sono visti recapitare oltre 1700, a pochi giorni dalla discussione alla Camera. Troppo poco tempo per poterli esaminare tutti, troppo carico per affrontarne l’esame in Aula. Così, il 6 ottobre scorso la palla torna in Commissione: tutto da rifare, o quasi. A novembre, un secondo stop: in Commissione Bilancio viene bloccato un emendamento a firma di Daniele Farina, già relatore della proposta di legge, che proponeva l’istituzione del monopolio sui cannabinoidi, e la destinazione dei maggiori introiti ai territori colpiti dal sisma della scorsa estate. Da allora, le Commissioni competenti non si sono più riunite.

Con oltre 700mila firme, lo scorso autunno è stata depositata alla Camera anche una proposta di legge popolare sostenuta dai Radicali e da un nutrito gruppo di associazioni: una proposta tesa a integrare il PDL Cannabis, regolamentando, tra l’altro, il divieto di pubblicità per le droghe legali. Ma a distanza di quasi cinque mesi, il testo non è stato nemmeno assegnato in commissione. La strada per raggiungere un confronto maturo e consapevole su questo tema, è ancora tutta in salita.

Condividi
Cremasca di nascita prestata alla bella città di Brescia. Ho deciso di diventare giornalista perché permettere alle persone di sapere significa renderle libere. Sono laureata in giurisprudenza, mi occupo di scartoffie giudiziarie, di attualità e di diritti