Intervista a Pasquale Marinelli, in mostra con “Imperfetta Bellezza – Letture”

"Ho scelto di andare controcorrente e ricondurre la fotografia al suo significato originario di memoria e testimonianza". Intervista a Pasquale Marinelli, in mostra a Roma fino al 28 maggio con "IMPERFETTA BELLEZZA - Letture".

L’intervista di Newsly.it all’artista Pasquale Marinelli impegnato fino al 28 maggio presso la ART G.A.P. Gallery di Roma con la mostra personale “IMPERFETTA BELLEZZA – Letture”, curata da Valentina Spinoso. L’iter espositivo, nel suo articolarsi in tre progetti, si propone come una riflessione sulla natura del medium fotografico e sui confini della bellezza, andando ad esplorare i processi di trasformazione cui sono sottoposti corpi, paesaggi ed oggetti nel corso del tempo.

Pasquale Marinelli, oggi la fotografia ha trovato diverse applicazioni con risultati che spesso sconfinano dall’ambito artistico. Quanto è labile, secondo lei, il discrimine che separa quello che possiamo considerare arte da ciò che non lo è? La questione su cosa sia arte e cosa non lo sia è spinosa, lo sappiamo bene oggi più che una sessantina di anni fa. Da un lato ci troviamo in una società passivamente più esposta alle immagini (se non praticamente satura, tanto da non riuscire a distinguere); dall’altro c’è una propensione degli artisti ad usare media capaci di integrarsi e di comunicare con lo spettatore in maniera plateale – sintomo di una società allo stesso tempo esibizionista. Lascio rispondere dunque a chi ha più competenze di me. In generale credo che qualora ci sia dietro un’idea, un pensiero, una riflessione, allora si può parlare di arte. Nello specifico della fotografia, la differenza tra i selfie che ci facciamo e la serie Selfie (2012-2016) di Ai Weiwei, ad esempio, sta nel significato e nelle intenzioni dell’artista”.

Perché ha scelto il medium fotografico? Dice bene, ho scelto il medium fotografico. Non mi ritengo un fotografo, o meglio, solo un fotografo. Ho sentito l’urgenza di usare e riflettere sulla fotografia oggi, prima che fosse troppo tardi.La comunicazione non avviene più attraverso le parole, ma attraverso immagini. Lo hanno compreso bene anche i social, per cui adesso c’è l’opzione di descrivere la propria giornata attraverso “una storia” ad immagini. Voglio andare controcorrente, e parte delle mie opere si muovono dalla fotografia vista nella sua natura di “ricordo”, traccia, documento – ciò che è stato fino a poco fa. In fondo, le fotografie di Viaggio in Italia altro non sono che souvenir, fotografie di viaggio, quelle che si fanno per serbare il ricordo di un luogo, con l’aggiunta di un pensiero critico verso il paesaggio nostrano. Ho scelto la fotografia per ricordare il suo vero significato, la sua accezione di traccia, memoria, testimonianza; e non di condivisione, velocità di lettura, bella immagine da pubblicità o da National Geographic“.

Nel corso dei secoli l’idea di bello in arte è cambiata e con essa la sua concezione. Molti sono stati i filosofi, gli artisti e i letterati che si sono cimentati nel tentativo di trovare dei criteri per definire la bellezza artistica. Com’è nata l’idea per la mostra? “La mostra innanzitutto è nata grazie a Valentina Spinoso, mia curatrice oltre che amica, la quale mi ha coinvolto nel suo progetto espositivo. Qui però voglio puntualizzare che la mostra prevedeva in origine l’esposizione di soli due dei miei progetti: Viaggio in Italia e M. La scelta di includere poi Une et TRE Nausée è stata dettata da una duplice incidenza: il bisogno di realizzare ed esporre un’idea fissa da un anno e la mia ossessione per il numero tre; di modo che si ci fossero tre opere esposte. Solo in un secondo momento, confrontandomi col mio compagno, sono arrivato alla definizione e in seguito al titolo della mostra: fondamentale è stato il suo commento di Roma come una “bellezza imperfetta” – del resto lo sono le altre città italiane che ho fotografato. È stata una definizione calzante oltre che per il reportage di città, anche per la serie del progetto M e l’installazione riguardante La Nausea. La mia non è una mostra sulla bellezza. La mia è una mostra che racchiude riflessioni riguardanti le imperfezioni, i cambiamenti, il prima-e-dopo, tra città in trasformazione, corpi declinati nel tempo e oggetti che si confrontano con la modernizzazione tecnologica”.

All’interno del percorso espositivo trova spazio anche una riflessione sull’imperfezione dell’oggetto analogico. Lei ritiene che il concetto di bellezza artistica oggi debba essere più inclusivo? “Come ho detto, Une et TRE Nausée è un dialogo tra analogico e digitale, è un’affermazione dell’esistenza del libro nel suo essere imperfetto contro la predominanza dell’e-book, è una riflessione sul libro come oggetto materico, sul suo essere aut-aut (o si scrive/legge o si vive), e sul significato contenuto nel contenitore. La bellezza, la perfezione, l’efficienza: questi sono concetti del nostro tempo nel quale non è prevista l’esistenza di nei, smacchi o imperfezioni. Paradossalmente, sebbene coscienti e abituati a corpi, oggetti e immagini brutte, non perfettamente fruibili, decadenti, abituati a vedere i corpi maciullati nelle terre d’Oriente, preferiamo vedere e sognare Dubai, modelle inesistenti costruite con Photoshop, comprare l’ultimo prodotto della Apple. Quindi no, non penso che la bellezza di opere di design spacciate per opere d’arte debba essere così predominante come lo è allo stato attuale. Se mai ci sarà qualcosa che salverà il mondo non è questo tipo di bellezza”.