Storia Macchina da Scrivere: il 23 giugno 1968 la prima Typewriting Machine

La storia della macchina da scrivere (o typewriting machine) inizia il 23 giugno 1868

Era il 23 giugno del 1868 quando il direttore di un quotidiano della contea di Milwaukee nel Wisconsin decise di perfezionare un apparecchio che avrebbe cambiato il modo di fare giornalismo: la macchina da scrivere. Ad accaparrarsi la paternità di quest’ultima sono stati tanti inventori: dal conte Agostino Fantoni al britannico Henry Mill, solo per citarne alcuni, ma fu Christopher Latham Sholes a farne un prodotto di successo, un dispositivo che avrebbe rivoluzionato il mercato commerciale e non solo.

Con l’aiuto di Samuel W. Soule, all’epoca uno stampatore poco noto, e di Carlos S. Glidden, un meccanico alle prime armi, progettò una rudimentale typewriting machine – macchina da scrivere in italiano – la cui tastiera rassomigliava in tutto e per tutto a quella di un pianoforte: c’erano tasti neri e bianchi, disposti in fila per due, fatti di ebano e avorio. Pensate che le lettere erano tutte in maiuscolo e inoltre mancavano i numeri “uno” e “zero”, proprio perché gli addetti ai lavori pensavano che sarebbe stato semplice sostituirli con le lettere “I” e “O”. Perché dunque sprecare spazio? Col tempo naturalmente si comprese che non erano affatto tasselli superflui.

Tastiera macchina da scrivere: l’invenzione della Qwerty

Christopher Latham Shoes fu tra l’altro il primo ad accorgersi che la disposizione in ordine alfabetico dei tasti era poco funzionale, così decise di optare per un ordine diverso che tenesse lontane le coppie di lettere più impiegate. Quest’intuizione fu significativa, risolse, infatti, uno dei problemi più comuni: i martelletti di battitura della macchina da scrivere tendevano ad incastrarsi continuamente, rallentando così il lavoro di dattilografi e scrittori. Nacque così la QWERTY – che deve il suo nome alle 5 lettere che compaiono sulla fila più in alto – la tastiera adottata dai computer delle maggiori compagnie informatiche.

Soppiantata dapprima dalle macchine elettroniche e in seguito dai pc, la macchina da scrivere conserva, tuttavia, ancora oggi un certo fascino e attrae anche le nuove generazioni. Molti scrittori, come sappiamo, non hanno rinunciato al classico rumore che fanno i polpastrelli delle dita quando battono sui tasti. Non si può non citare il drammaturgo, sceneggiatore e narratore Don DeLillo, che a proposito di questa suo attaccamento disse: “La materialità di una battitura ha un peso, come se usassi dei martelli per scolpire le pagine”.

La “typewriting machine” targata Apple

Qualcuno tiene la macchina da scrivere in casa per collezionismo, qualcun altro la usa ancora per vezzo, qualcuno l’ha semplicemente ereditata, insomma sembra che la typewriting machine – come si vede anche attraverso foto postate su social, quali Instagram –  sia tornata di moda, tant’è che Apple consente di attivare nel Mac una modalità che emette suoni simili a quelli della intramontabile macchina da scrivere ed è sempre la Casa della Mela più famosa al mondo ad aver progettato Qwerkywriter, una tastiera wireless per computer che ricalcherebbe persino nel design le tradizionali macchine da scrivere. Una rivoluzione estetica che naturalmente tiene conto del vintage e che molti fans non si lasceranno scappare.

Le macchine da scrivere più famose

Naturalmente di modelli ne sono stati fatti a iosa, come testimoniano i mercatini dell’usato e le piattaforme di acquisto online: dalla RoyalHH alla Underwood Standard, dall’Olimpia SG all’Olivetti Lettera 22. Tra le più famose ricordiamo: La RoyalHH appunto, da cui nacquero i capolavori di Sylvia Plath e Truman Capote, robusta e massiccia è stata tra le più vendute di sempre. La Underwood Standard, costruita da Franz Xaver Wagner, che presentò per la prima volta una interleva che consentiva l’oscillazione quasi senza frizione del martelletto verso la parte anteriore del rullo; fu usata da Virginia Woolf e F. Scott Fitzgerald.

Poi abbiamo la grigia Olympia SG, il modello spento di Charles Bukowsky e l’Olivetti Lettera 22, uno dei prodotti di maggior successo, che accompagnò molti scrittori italiani: Indro Montanelli, Pier Paolo Pasolini e Enzo Biagi solo per citarne alcuni. E ancora i modelli Remington Portable No. 2, famosa per esser stata la typewriting machine della scrittrice di gialli Agatha Christie; l’americana Hammond n.1 che fu fedele partner di Lewis Carroll e la Royal Standard, di cui fu poi messa a punto una versione portatile, e che venne utilizzata da scrittori come Jack Kerouac e George Orwell.

Se hai a che fare con la letteratura, se sei un giornalista affermato o alle prime armi, se studi i grandi scrittori del passato e leggi quelli del presente, davanti a una typewriting machine non potrai non provare un senso di malinconia mista a stupore. Perché questo racchiude in sé la macchina da scrivere: oltre che il miracolo della scrittura, essa è scrigno delle vite mai vissute e delle storie mai scritte, una cara compagna per cui provare nostalgia e amore.