Cinema

Shoah Film di Lanzmann: Recensione e Trailer

Partiamo dal titolo del documentario. Originariamente il film doveva chiamarsi Il luogo e la parola, ma l’incontro del regista col termine di origine ebraica “Shoah”, a quell’epoca un’espressione intraducibile e impenetrabile per chi non conoscesse la lingua, fu significativo al punto che decise che sarebbe stato il titolo perfetto.

L’ ”evento in-condivisibile” si presenta immediatamente, nei titoli di testa, ed è qui che la prima spia si accende, a partire dal primo debrayage enunciativo. Oggi il termine è entrato a far parte del senso comune, proprio grazie all’utilizzo che Lanzmann ne ha fatto. Ma per i primi spettatori la situazione era diversa.

Shoah, recensione

Shoah (Lanzmann, 1985) è un documentario che lavora in una direzione ben precisa. L’intenzione dell’autore non è rassicurare. E nemmeno dire tutto. All’interno dell’intervista da cui è tratta la citazione, contenuta nell’antologia di Liebman, Lanzmann precisa anche che non è necessario si dica tutto perché “the film is made so that the people continue to work at it – during the screening, but also afterward” (Liebman, 2006).

Dunque, il pubblico è chiamato a un lavoro di interpretazione, a cucire insieme nove ore, a tracciare un percorso interpretativo che gli consenta di trovare un senso a luoghi, parole e gesti. Ma come funziona questo oggetto audio-visivo? Quali meccanismi mette in atto? Da una parte il regista ha costruito una procedura per permettere alla verità di incarnarsi: “It is a film about the incarnation of the truth.” Servendosi di una modalità specifica di intervista, l’enunciatore cerca a tutti i costi di far rivivere letteralmente il trauma ai testimoni. L’effetto di senso è la messa in scena di emozioni che non appartengono al presente, che non sono state sottoposte ad alcun meccanismo di rielaborazione. Non è offerto allo spettatore il racconto dei sopravvissuti, ma il dolore di questi ultimi. E non il dolore di oggi, nella memoria del passato, bensì quello di ieri. Parallelamente il documentario si serve di una serie di spie rosse, dei piccoli allarmi disseminati nel testo, che consentono allo spettatore di mantenere il controllo, di non cedere a una risposta unicamente istintiva. Lo esortano a tenere il cervello acceso, continuamente, nella consapevolezza dell’impossibilità di un’identificazione con gli attori della narrazione, e, soprattutto, nella difficoltà di una vera comprensione dell’Olocausto.

Il lavoro del regista vuole essere un segno, una traccia di qualcosa che è successo: un dispositivo memoriale a tutti gli effetti. La memoria di un evento che fin dall’inizio si è vista schiacciata e minacciata dallo sforzo diametralmente opposto di chi ha accuratamente cercato di evitare che ne restasse ricordo. Una memoria che nasce già fragile, che fatica a illuminare il passato a causa della carenza di documenti storici, e ancora più fragile oggi, che ci si avvia verso la scomparsa della generazione dei testimoni diretti.

Un film di finzione che racconta gli eventi arrogandosi peraltro il diritto di inventarli – penso a La vita è bella (Benigni, 1997), dove la realtà è completamente distorta al fine di trasformare un episodio storico in una favoletta per bambini – non chiede niente allo spettatore, non lo invita a farsi domande, né a cercare di capire. Chi fruisce un oggetto di finzione può capire, può identificarsi, può trovare un senso al film, e può persino tornare a casa col sorriso sulle labbra. E qui entra in gioco Shoah, nella sua diversità. Shoah non imbocca niente. Shoah complica le cose, semmai. Nasconde il passato, trascinando il lettore in un presente senza tempo, e invitandolo a prendere parte a un’esperienza, e non ad ascoltare una favola. Invita a riflettere, più che a vedere un film.

Si rileva inoltre la lenta e complicata decodifica del messaggio testimoniale. Ogni domanda e ogni risposta impiegano, per venire enunciate, un tempo che supera enormemente il limite dell’accettabilità. Questo perché la traduzione da parte dell’interprete non è simultanea, dunque lo spettatore è costretto ad ascoltare la domanda in francese posta dal regista, la sua successiva traduzione nella lingua del testimone, e nuovamente la traduzione dell’interprete. Il distacco, Lanzmann ci sta dicendo che non possiamo empatizzare con le vittime dell’Olocausto. Nel momento in cui sul video vi sono i volti dei sopravvissuti che raccontano le loro storie, lo spettatore li ascolta parlare nelle loro diverse lingue, fino alla fine, senza capire nulla. Solo a enunciazione completata subentra la voce dell’interprete, il nostro poter fare, che ci consente di darci da fare per costruire il senso. È una scelta voluta, quella di montare tutti i passaggi linguistici, così com’è voluta quella di usare il francese come lingua del film, nonostante nessun testimone la parli.

Quello che resta dopo la visione di un documentario come questo è il senso di impossibilità di afferrare qualcosa, è la sensazione della sabbia che non resta mai tra le mani, è la scoperta che tutto ciò che ci è stato detto, le immagini che hanno nutrito da sempre il nostro immaginario quasi normalizzando e portandoci ad accettare l’inaccettabile, devono lasciare il posto a un nuovo senso per trasformarsi in esperienza. Non più le solite immagini, non più le solite parole, ma pura esperienza, nuova, nuovamente scioccante. Come la prima volta che ce l’avevano raccontato, a scuola, o in famiglia, o la prima volta che ci avevano mostrato le fotografie dei corpi ammassati sulla neve.

Ecco, è questo che succede guardando queste nove noiosissime ore, si rinnova un’esperienza disarmante. E la memoria è questo, far sì che un ricordo continui a essere reale, far sì che le persone annullino i meccanismi di difesa che hanno dovuto mettere in atto di fronte a tanto orrore.

Questo deve succedere, ogni anno e ogni giorno. Così si deve ricordare la Shoah.

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