Martin Luther King ucciso 49 anni fa: era il 4 aprile 1968

Ricorre oggi il 49° anniversario dell'assassinio di Martin Luther King

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Sono passati 49 anni esatti dall’assassinio di Martin Luther King. Era il 4 aprile 1968, e se il suo impegno per la causa antirazzista risulta tutt’oggi di esemplare e necessaria attualità, è proprio a causa di un tessuto sociale – quello statunitense –  ancora evidentemente lacerato. La lenta evoluzione dell’America reazionaria e manichea, dei bianchi separati dai neri, cominciò poco più di 50 anni fa. Basti pensare che fino alla metà degli anni 60 erano proibiti i matrimoni misti, o che solamente il Voting Rights Act del 1965 poté garantire agli afroamericani il diritto di voto.

Furono conquiste che avvennero dopo, molto dopo la fine della Guerra civile fra nordisti e sudisti, terminata con la sconfitta di questi ultimi nel 1865 e l’approvazione del 13mo Emendamento. “La schiavitù o altra forma di costrizione personale non potranno essere ammesse negli Stati Uniti, o in luogo alcuno soggetto alla loro giurisdizione“, recita, eppure il conseguimento di una piena libertà si fece paradossalmente da quel momento più lontano.

MARTIN LUTHER KING E LA LOTTA AL RAZZISMO

L’America di Martin, nato nel profondo sud georgiano del 1929, aveva un impianto ancora convintamente segregazionista; l’umiliazione della schiavitù era finita solo formalmente poco più di sessanta anni prima, ma la cosa non impedì agli stati più reazionari di applicare leggi locali discriminatorie. Niente scuole comuni, niente unioni miste, niente contiguità ambientali persino sui mezzi pubblici. Eppure tutto ciò strideva in maniera violenta con la realtà storica di cui gli stessi afroamericani avevano fatto parte: due guerre mondiali li avevano visti sacrificarsi e cadere sul campo di battaglia per una patria che al contrario li disprezzava, torturava e uccideva. L’autoproclamata supremazia bianca del Ku Klux Klan era arrivata addirittura a sfilare davanti alla Casa Bianca, in quel 1925 che rappresentò l’apice del suo successo con 4 milioni di fanatici adepti.
Ma può accadere che a cambiare il corso degli eventi siano piccoli episodi, nati improvvisi come rottura della quotidianità più intollerabile. Era il primo dicembre 1955 a Montgomery, e Rosa Parks rifiutò di prendere posto in fondo all’autobus, luogo deputato ad accogliere i reietti neri. Fu arrestata, e tanto bastò a Martin per organizzare il boicottaggio dei mezzi pubblici cittadini, portando al fallimento la società che li gestiva. La valanga della nonviolenza stava per travolgere gli Stati Uniti, appellandosi alle coscienze individuali e collettive per creare un unico “tavolo della fratellanza“.
Era questo il sogno americano di Martin Luther King, come espresso dal celebre discorso del 1963 durante la marcia per la pace di Washington. “Io ho un sogno, che un giorno i miei quattro figli potranno vivere in una nazione che non li giudicherà per il colore della loro pelle, ma per il loro carattere“. Ormai era un militante per i diritti umani di livello mondiale, sempre più organizzatore di proteste, circoli e conferenze, la cui importanza fu sancita dal premio Nobel per la pace ricevuto nel 1964. In patria divenne allora impossibile, per le istituzioni politiche, continuare a rimanere a guardare senza approvare cambiamenti significativi. Prima Kennedy e poi Johnson spinsero per due leggi fondamentali: il Civil Rights Act ed il Voting Rights Act.

Eppure tanto era ed è tuttora il lavoro da fare, poiché le grandi metropoli del nord non smisero certo improvvisamente di fare da contenitori a enormi e affollati ghetti per afroamericani (e non solo). Così come continuarono pregiudizi, disparità e violenze che finirono per travolgere lo stesso King, ucciso a Memphis da una pallottola il 4 aprile 1968, attorno a cui ancora oggi sono più i dubbi che le certezze.

OBAMA CONTRO LO SCHIAVISMO

Il problema dello schiavismo, evolutosi negli anni in tante altre subdole forme, è stato affrontato in tempi più recenti dall’ex presidente Usa Barack Obama. Vale la pena ricordarne almeno la breve parte di un discorso, tenuto nel 2008, durante la sua prima campagna elettorale: “La razza è un problema che questa nazione, a mio parere, non può permettersi di ignorare – disse – e dobbiamo ricordare a noi stessi che tantissime delle disparità, che esistono oggi nella comunità afroamericana, possono essere ricondotte direttamente alle disuguaglianze trasmesse da una generazione precedente, che subì sulla sua pelle il brutale lascito dello schiavismo e della segregazione razziale“. Le divisioni permangono, segno che un intero paese non ha ancora smesso di fare i conti con il proprio passato.

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