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Accadde Oggi 6 aprile: Omaggio a Giovanni Pascoli

Il 6 aprile 1912 la poesia italiana dice addio al poeta Giovanni Pascoli; il nostro ricordo va a lui e alla bellezza della sua poesia. Nato a San Mauro a età ottocento, era il 31 dicembre 1855, il letterato è morto a seguito di un tumore allo stomaco, come riportato sul suo certificato di morte: accadde oggi di 105 anni fa.

Giovanni Pascoli: il poeta del Fanciullino

“Oh! Come è necessaria l’imperfezione per essere perfetti!” La vita del poeta romagnolo è influenzata dall’assassinio del padre, evento avvenuto quando Giovanni era ancora un bambino. Pascoli fu il maggior esponente, insieme a D’Annunzio, della corrente del Decadentismo e nelle sue opere, è possibile rintracciare il suo sentimento poetico. Dei capolavori di Pascoli ricordiamo tutti una cosa in particolare, le sue poesie rientrano nella categoria “da imparare a memoria”. Per la mente, per lo studio o per cultura che sia, col senno di poi, ritroviamo in quelle parole rimaste nella mente un significato profondo che va oltre il semplice compito scolastico da svolgere al meglio. Nelle poesie di Pascoli c’è la sensibilità di una volta; quella delle cose semplici, degli affetti che mancano, del rifugio nell’infanzia per dimenticare la realtà. Da grandi siamo in grado di capire appieno il “Fanciullino”, perché solo crescendo ci ricordiamo la fanciullezza e solo nel tempo quel fanciullo, dovremmo imparare ad ascoltarlo.

Le poesie di Giovanni Pascoli

X Agosto – Come già accennato, la morte del padre segnò la vita di Pascoli; quando avvenne l’incidente era la notte di San Lorenzo e il tutto avvenne senza una spiegazione. La poesia X Agosto, pubblicata il 9 agosto 1896, parla dell’attesa di un genitore che non tornerà più, della tristezza e di una domanda: perché il male?

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché si gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra i spini;
ella aveva nel becco un insetto:
la cena dei suoi rondinini.

Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono.

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!

Lavandare – Il lavoro in mezzo ai campi di lavandaie che aspettano il loro amato e poi subito la tristezza di essere, ma soprattutto sentirsi, soli.

Nel campo mezzo grigio e mezzo nero
resta un aratro senza buoi che pare
dimenticato, tra il vapor leggero.

E cadenzato dalla gora viene
lo sciabordare delle lavandare
con tonfi spessi e lunghe cantilene:

Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese!
quando partisti, come son rimasta!
come l’aratro in mezzo alla maggese.

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Isabella Bellitto

"Non ho particolari talenti, sono soltanto appassionatamente curioso" (Albert Einstein). Ha studiato Festival Manager presso la Giffoni Academy. Appassionata di libri, cinema, arte e musica. Sognatrice ma realista, scrive per la sua sete di curiosità.
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