Cinema

Giorgio Colangeli, intervista all’attore romano

Riuscire a raccontare, ma soprattutto a raccontarsi, senza lasciarsi sopraffare dal personaggio, è cosa rara per chi per mestiere fa l’attore. Spesso, attraverso il cinema, i ricordi, come le emozioni, ci risultano più facili da vivere, come se ci permettessero di evadere dalla quotidianità, tenendo sempre i piedi ben piantati a terra. Oggi, per Newsly, si racconta Giorgio Colangeli.

Lei ha recitato in pellicole che toccano temi storicamente drammatici per il nostro paese, basti pensare al suo ruolo nella serie “Il mostro di Firenze” o nei film “Romanzo di una strage” e “20 Sigarette”, giusto per citarne alcuni. Quanto è importante secondo lei ricordare questi eventi attraverso il cinema o la televisione nel corso degli anni?

“Il cinema è la cosa più vicina al pensiero dell’uomo, grazie al linguaggio che usa attraverso le immagini e alla sua sintassi espressa attraverso il montaggio. Le persone associano una cosa all’altra non attraverso la logica, bensì attraverso l’emozione, il ricordo. Proprio per questo il cinema, la televisione, ci aiutano a ricordare, a ripescare e farci vivere degli eventi che sono accaduti realmente. Oltre a ricordarle l’obiettivo è quello di far capire perché sono successe. Bisogna utilizzare il ricordo come materia prima per una riflessione, come dicevano gli antichi: “magistra vitae”, dunque bisogna trarre insegnamento da quello che è successo: se sono stati avvenimenti negativi non bisogna ripeterli, se sono state cose belle tentare di riproporle. Il cinema ha una funzione culturale e sociale importantissima”.

Nel corso della sua carriera ha avuto modo di conoscere e collaborare con personaggi del calibro di Vittorio Gassman, Marco Tullio Giordana, Scola. C’è un collega e non che, nel corso della sua carriera, l’ha segnata particolarmente?

“Beh, tra i maestri, è stato importantissimo nella mia carriera Ettore Scola. Il maestro mi ha tenuto “a battesimo” nel cinema. Io, fino agli anni in cui ho conosciuto, appunto, Scola, avevo fatto solo teatro e qualche piccola incursione nel cinema senza troppa convinzione. Lui mi ha traghettato dal teatro al cinema. Non ho lavorato moltissimo con lui. Ho fatto alcuni dei suoi ultimi film: “La cena”, “Concorrenza sleale” e “Gente di Roma”. Penso di averci lavorato abbastanza insieme per affermare di averlo conosciuto, al tempo stesso, non ho avuto modo di farmi passare la voglia di lavorare con lui, non c’è stato il tempo per questo. Ci sono stati anche registi giovani che, solo per un fatto anagrafico, non possono essere definiti maestri nonostante il loro talento, uno su tutti, Alessandro Angelini. Questo regista mi ha dato grande visibilità. Infatti, lui è regista e sceneggiatore del film “Aria salata”, il lavoro che mi ha consentito di avere il “Marco Aurelio” nella prima edizione del “Festival del cinema di Roma”, nonchè il “David di Donatello”, come miglior attore non protagonista nel 2007. Questi sono due premi che mi hanno portato visibilità e successo. Devo moltissimo a questo film e ad Alessandro Angelini per questo”.

Nella sua carriera tra teatro, fiction e cinema ha interpretato personaggi di ogni genere. C’è un ruolo che le piacerebbe interpretare prossimamente?

“Prossimamente, dato che non l’ho ancora fatto se non in un corto in maniera parodistica, mi piacerebbe interpretare un prete, un uomo di religione. Mi piacerebbe anche interpretare un trans. So che anche altri grandi attori stanno pensando alla stessa cosa, sia in teatro che in cinema, ma non faccio nomi (ride, ndr). Questa cosa l’ho anche abbozzata in lavori laboratoriali che ho fatto recentemente con una bravissima coach, Rosa Morelli. Dato che io non saprei scrivere una sceneggiatura a riguardo, avrei bisogno di qualcuno che inventi una storia, che dia spazio a questo mio desiderio, mi piacerebbe moltissimo se la cosa andasse in porto”.

L’abbiamo vista  interpretare il ruolo di Ettore nella fiction “Tutto può succedere” In questa serie lei veste i panni del capofamiglia, un padre e un nonno dalle mille sfumature. Le va di parlarci di questo personaggio?

“Certo. Anche questo è un personaggio che sento congeniale. Voi direte: “Ti senti congeniale a tutti i personaggi?”, ormai si, perchè ormai la strada per mettere in un personaggio qualcosa di mio la conosco a memoria, ed anche in Ettore c’è parecchio di me, ma anche di mio padre. Ho messo in Ettore certe cose che mi parevano di mio padre, come ad esempio la ruvidezza nel rapporto con i figli, ma con la commozione che può arrivare quasi a tradimento. Mio padre era una persona molto autoritaria, anche per anagrafe, dato che era nato nel 1912, pensava che il padre doveva essere una figura autorevole, con un certo distacco, ma in certi momenti la commozione lo tradiva e si rivelava una persona molto sensibile. I personaggi “doppi”, nella vita come in scena, li adoro. Loro si sforzano di sembrare forti, ma in realtà sono molto fragili e se facessero i conti con la loro sensibilità sarebbe tutto più facile. Ettore incarna appunto questa personalità doppia: è molto sbrigativo, muscolare, pensa di risolvere tutto, di avere la soluzione del problema attraverso la forza e l’autorità, ma poi capisce e, come tutti dovremmo fare, torna sui suoi passi”.

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