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28 anni fa la strage di Capaci, l'attentato a Falcone
Attualità

28 anni fa la strage di Capaci, l’attentato a Falcone

Nell’attentato di Capaci morirono il giudice Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro

“Ma oggi signori e signore davanti a voi, in questa bara di mogano costosissima, c’è il più testa di minchia di tutti… Uno che aveva sognato niente di meno di sconfiggere la mafia applicando la legge”, sono le parole che il giudice Paolo Borsellino utilizzò per descrivere il suo amico di sempre nonché collega nella battaglia contro la mafia: Giovanni Falcone.

Proprio oggi, sabato 23 maggio, ricorre il 28esimo anniversario della strage di Capaci, in cui persero la vita il giudice Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Nell’attacco rimasero ferite 23 persone, tra cui gli agenti Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello e l’autista giudiziario Giuseppe Costanza.

La strage di Capaci rappresenta un evento drammatico e doloroso della storia italiana alle prese, negli anni ’90, con gli attentati stragisti di stampo mafioso.

La decisione dell’attentato

La decisione di uccidere Falcone venne presa nel corso di alcune riunioni delle “Commissioni” regionale e provinciale di Cosa Nostra, avvenute tra il settembre-dicembre 1991, e presiedute dal boss Salvatore Riina. Sempre in quelle riunioni, poi, vennero individuati anche altri obiettivi da colpire. Nello stesso periodo, avvenne anche un altro incontro nei pressi di Castelvetrano, a cui parteciparono Salvatore Riina, Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori, Mariano Agate, Salvatore Biondino e i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano: lì vennero organizzati gli attentati contro il giudice Falcone, l’allora ministro Claudio Martelli e il presentatore televisivo Maurizio Costanzo.

Dopo la sentenza della Cassazione che confermava gli ergastoli del Maxiprocesso (30 gennaio 1992), la sedicente “Commissione provinciale” di Cosa Nostra decise di dare inizio agli attentati: infatti nel febbraio 1992 venne inviato a Roma un gruppo di fuoco, composto da mafiosi di Brancaccio e della provincia di Trapani (Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori, Lorenzo Tinnirello, Cristofaro Cannella, Francesco Geraci), che avrebbe dovuto uccidere Falcone, Martelli o in alternativa Costanzo, utilizzando armi da fuoco. “Commando” richiamato poi da Riina in Sicilia, in quanto voleva che l’attentato a Falcone avvenisse nell’isola adoperando l’esplosivo. Giovanni Brusca fu scelto come coordinatore dei dettagli delle operazioni.

Il giorno dell’attentato

Alle ore 17:57 del 23 maggio 1992 sull’autostrada A9 in direzione dell’aeroporto di Punta Raisi, all’altezza di Capaci, avvenne l’attentato stragista compiuto da compiuta da Cosa Nostra. Gli attentatori fecero esplodere un tratto di autostrada mentre vi transitava sopra il corteo della scorta con a bordo il giudice, la moglie e gli agenti di Polizia, sistemati in tre Fiat Croma blindate. A innescare l’esplosione con il radiocomando fu Giovanni Brusca.

Quello che successe dopo fu un via vai drammatico e confuso: la prima auto blindata, la Croma marrone, venne investita in pieno dall’esplosione e sbalzata dal manto stradale in un giardino di olivi a decine di metri di distanza, uccidendo sul colpo gli agenti Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo. Invece la seconda vettura, la Croma bianca guidata dal giudice Falcone, si schiantò contro il muro di asfalto e detriti improvvisamente innalzatisi a causa dello scoppio, proiettando violentemente il giudice e la moglie contro il parabrezza. Rimasero feriti ma vivi gli agenti Paolo Capuzza, Gaspare Cervello e Angelo Corbo, che viaggiavano nella terza macchina, Croma azzurra.

Il giudice Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo morirono in ospedale nella serata dello stesso giorno, per le gravi emorragie interne riportate

Il ricordo del presidente Mattarella

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto ricordare i magistrati Falcone e Borsellino:

La mafia si è sempre nutrita di complicità e di paura, prosperando nell’ombra. Le figure di Falcone e Borsellino, come di tanti altri servitori dello Stato caduti nella lotta al crimine organizzato, hanno fatto crescere nella società il senso del dovere e dell’impegno per contrastare la mafia e per far luce sulle sue tenebre, infondendo coraggio, suscitando rigetto e indignazione, provocando volontà di giustizia e di legalità”.

Mattarella ha poi aggiunto:

 I mafiosi, nel progettare l’assassinio dei due magistrati, non avevano previsto un aspetto decisivo: quel che avrebbe provocato nella società. Nella loro mentalità criminale, non avevano previsto che l’insegnamento di Falcone e di Borsellino, il loro esempio, i valori da loro manifestati, sarebbero sopravvissuti, rafforzandosi, oltre la loro morte: diffondendosi, trasmettendo aspirazione di libertà dal crimine, radicandosi nella coscienza e nell’affetto delle tante persone oneste”

Le iniziative

Ogni anno, il 23 maggio, vengono organizzate diverse attività per ricordare l’attentato di Capaci. Un’iniziativa davvero interessante ha riguardato l’esposizione delle lenzuola, che si richiama a una campagna della società civile lanciata dopo l’attentato del 1992. Essa nasce da un impulso della Fondazione Falcone e di #PalermochiamaItalia che hanno scelto uno slogan simbolo: “Il mio balcone è una piazza”. I lenzuoli sono apparsi sui balconi di tanti palermitani, sulle facciate della Questura, della Prefettura, del Comune, di villa Pajno residenza del prefetto, della Cgil e di palazzo Gulì, sede del “No Mafia Memorial”.

Alle 17:58 davanti all’albero Falcone sarà suonato il silenzio senza la folla che di solito si ritrova qui confluendo da vari cortei. Nello stesso momento, presso il giardino della caserma Lungaro, sarà collocata la teca di Quarto Savona Quindici con i resti contorti dell’auto della scorta. Infine sarà rappresentata la “Corale del silenzio” del drammaturgo Vincenzo Pirrotta con la partecipazione di Salvo Ficarra e Valentino Picone, di attori
del teatro Biondo e di alcuni musicisti.

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Veronica Mandalà

Palermitana di nascita, sono laureata in Media, Comunicazione Digitale e Giornalismo all'Università "La Sapienza" di Roma. Appassionata scrutatrice della realtà in tutte le sue sfumature, mi occupo di attualità, politica, sport e altro.
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