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Ansia: cosa significa vivere la malattia del nostro tempo

Si colloca al confine tra l’irrazionalità e la forsennata ricerca d’estremo ordine, quella che è oggi definibile come malattia del nuovo millennio. Il termine di per sé, risalente al latino “angere” ossia “stringere”, comunica la condizione di sottomissione e disagio che l’ansia si appresta a definire con strategica minuzia, minando la fermezza del soggetto e riducendolo ad un pendolo oscillante tra paure ed insicurezze. E’ il frutto di un’epoca vissuta dal cambiamento, dall’immediatezza e dalla virtualità che scherma la visione del mondo circostante, rendendoci succubi di noi stessi e timorosi del da farsi. Nel circolo vizioso della dipendenza ossessiva dal trionfo, l’ansia è al contempo stimolo e freno. Alimentata inconsciamente dalla perdita di certezze e dal pensiero di irrilevanza sociale, la malattia dei Millennial è definita da Enrica Amaturo, Presidente nell’Associazione Italiana di Sociologia, risultato di una condanna socioculturale e politica: “Li abbiamo condannati ad una situazione di adolescenza protratta, come se loro non avessero capacità di incidere sulla realtà e sulla loro vita. In cambio gli abbiamo dato un bel kinderheim, che è il mondo del web, dove possono fare ciò che vogliono, un mondo virtuale che è anche reale, ma è reale solo per i “migliori”, coloro che riescono a sfruttarne le possibilità”. Così è tracciato il tragitto di proiezione del singolo verso l’ideale forma di se stesso, indiscussa e accettata socialmente, collocata e riconosciuta lavorativamente o disciplinarmente, mentre a mantenersi in vita non è che lo spettro della natura imperfetta di ognuno.

L’ansia di affrontare una specifica prova è l’ansia di affrontare tutte le prove, piccole, grandi, celate e manifeste. Nell’estremizzazione del pensiero di Socrate “Saggio è colui che sa di non sapere”, l’ansioso del ventunesimo secolo sente di non sapere più niente che non sia evanescenza e angoscia. Il rapporto con la finzione prende il sopravvento nel quotidiano, quando l’apparente realizzazione sfoggiata sui social, primo fra tutti Instagram, modella l’approccio del soggetto alla propria esistenza, all’improvviso deludente e non soddisfacente. Muta la percezione di sé ed ha avvio un processo di soffocamento incontrastabile, compreso da tutti e da nessuno. Lo sintetizzava Fernando Pessoa, asserendo che “I sentimenti più dolorosi e le emozioni più pungenti, sono quelli assurdi: l’ansia di cose impossibili, proprio perché sono impossibili, la nostalgia di ciò che non c’è mai stato, il desiderio di ciò che potrebbe essere stato, la pena di non essere un altro, l’insoddisfazione per l’esistenza del mondo”.

L’ansia si pone oggi come componente psichica di chi vive le difficoltà storiche dell’epoca corrente, senza offrire definitivi passaggi di cura e risoluzione. Nasce e muore in chi galleggia entro la grande bolla dell’insicurezza, spesso vittima di un perfezionismo logorante ormai insito a percentuali elevate  di popolazione giovane e adulta. Charlotte Joko Beck diceva che “l’ansia è sempre un vuoto che si genera tra il modo in cui le cose sono e il modo in cui pensiamo che dovrebbero essere; è qualcosa che si colloca tra il reale e l’irreale”. Per nostra natura desideriamo sempre ciò che non abbiamo e appena entriamo in possesso di qualcosa smettiamo di volerlo. Ebbene temiamo la proclamazione di laurea con la stessa intensità con cui perdiamo il controllo per scegliere l’abito adatto, svisceriamo le relazioni interpersonali e scomponiamo la nostra persona assicurandoci che ogni dettaglio sia al posto giusto, nel momento giusto. Per non fallire mai. Per non rischiare di scaraventarci giù per le scale dei nostri castelli di aspettative. Ma nell’era della distruzione della creatività, della personalità e del merito, qual è allora il trucco per non smettere di credere?

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