“Café Society” di Woody Allen: la recensione del film

"Café Society" di Woody Allen: la recensione del film

47esimo film per l’instancabile Woody Allen che, per l’ennesima volta, ha aperto il Festival di Cannes con questo film presentato fuori concorso.

Café Society si apre come una commedia in stile Coen (nello specifico, i Coen di Ave, Cesare e A Serious Man), divenendo poi un buon romance un po’ rétro.

America, anni ’30, piena espansione cinematografica. L’impacciato Bobby Dorfman (Jesse Eisenberg),  giovane sognatore di origine ebraica, decide di partire per Los Angeles per tentare di sfondare nel cinema, con l’aiuto dello zio Phil Stern (Steve Carrell), come agente cinematografico. Ma si imbatte in Veronica detta “Vronnie” (Kristen Stewart, in una delle sue migliori performance), una giovane cameriera ed ex attrice fallita che ha smesso di credere nei sogni, di cui si innamora a prima vista. Ma Bobby ignora che Vronnie sia l’amante di Phil, che non sa decidersi se lasciare la moglie per Vronnie o meno.

Una trama un po’ alla Billy Wilder con un triangolo amoroso, situazioni e personaggi che sembrano usciti da L’appartamento. Bobby e Vronnie ricordano a tratti Mr. Baxter e Miss Kubelik della fortunata commedia di Wilder.

Café Society è un film nostalgico dei “bei vecchi tempi”, di un regista che vorrebbe tornare alla trama classica, di quelle tipiche dell’America degli anni ’30 appunto. Non è tra le opere indimenticabili di Allen e non vuole esserlo. Eppure è un film piacevolmente alleniano, è Allen allo stato puro. E’ il prodotto di un regista che pur assorbendo il cinema contemporaneo, pur adattando la propria scrittura a canoni più moderni, vorrebbe invece tornare al buon vecchio cinema dove una trama semplice ma ben girata dava grandi soddisfazioni, divertendo ed entusiasmando un pubblico che, in quegli anni, trovava nella sala cinematografica un rifugio dai traumi lasciati dalla guerra.

Tuttavia, perde un po’ contro il ben più raffinato Magic in the Moonlight, film recente e sulle stesse “corde” di Café Society, che aveva forse qualche ambizione in più, oltre ad avere battute più efficaci e divertenti. Ma ha comunque dei momenti di una comicità aggraziata, elegante, che funzionano bene con il materiale visivo dello stesso regista.

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Pubblicato da Claudio Rugiero

Laureato in DAMS all'Università degli Studi di Torino e diplomato in Filmmaking presso la Scuola Holden, ha frequentato diversi workshop di sceneggiatura e critica cinematografica, formando la sua esperienza anche presso alcuni Festival cinematografici (Torino, Bobbio e Venezia). Già redattore presso "Darkside Cinema" e "L'Atalante", è autore di racconti, soggetti e sceneggiature, nonché regista di un cortometraggio, "Interno familiare". Nel 2016, un suo soggetto per lungometraggio è stato tra i finalisti al Pitch in The Day- Concorso Opere prime.