Che Guevara, 50 anni dalla morte: attimi di vita e rivoluzione

A cinquant'anni dal 1967 un lungo approfondimento sulla vita e sul mito del Che. Simbolo di Rivoluzione e di cambiamento, protagonista di una lunga Guerra Fredda.

Il famosissimo incontro tra Che Guevera, Fidel Castro, Jean-Paul Sartre e Simon de Beauvoir

“In un giorno d’ottobre, in terra boliviana, con cento colpi è morto Ernesto Che Guevara. Il terzo mondo piange, ognuno adesso sa che Che Guevara è morto, mai più ritornerà”, nessuno se non Francesco Guccini in “Stagioni” avrebbe potuto descrivere meglio la fine di un’epoca.

Alla vigilia del 1968, quando il mondo si sarebbe risvegliato rivoluzionario di un tratto, il movimento di lotta veniva di colpo privato del suo leader ideologico, onnipresente al fianco di chiunque lottasse per un mondo altro. Quel nove ottobre del 1967 mentre moriva Ernesto Guevara de la Serna uomo, nasceva (in una rinascita vicina all’immortalità) il mito Che Guevara. Moriva un rivoluzionario e nasceva un’icona così ingombrante, nel bene o nel male, da essere ancora vivo oggi.

El Che, “l’essere umano più completo del nostro tempo”

La felice definizione maturata da Jean-Paul Sartre dopo la Rivoluzione ne dipinge al meglio la vita. Il comandante divenne completo grazie alla sua esperienza di vita, tema fondante del Novecento quasi al limite del letterario. Nato borghese, argentino e facoltoso, morì rivoluzionario, apolide e povero.

Tra i due poli opposti un viaggio in motocicletta (ormai celebre per istanze cinematografiche), la coscienza del dolore altrui e un viaggio nella filosofia marxista. Guevara fu anche un medico, ma la medicina era il tramite – quasi come un sogno infantile – per sopperire alla condizione umana del dolore. Tramite il viaggio, prima in solitaria e poi in compagnia, riuscì a comprendere che oltre la sua vita a Cordoba in Argentina c’era altro.

Gael Garcia Bernal interpreta un giovane Che Guevara nel film “I diari della motocicletta” (2004)

Giunse per puro caso alla Rivoluzione Cubana, in Messico nel 1954, il posto che doveva essere il punto di partenza per nuovi viaggi, magari per l’Europa; ma il destino decretò altro. Che Guevara venne in contatto con un giovane attivista di nome Fidel Castro, intento a rovesciare il regime dittatoriale di Fulgencio Batista.

Dopo una notte passata in discussione – d’altronde niente succede di fretta – si decise la spedizione per Cuba: ci sarebbe stato anche Guevara. L’appoggio esterno promesso diventò, sempre grazie al destino, un appoggio fondamentale alla causa, tanto da vedere il suo ruolo secondo solo a quello di Fidel.

Dalla Sierra al Potere, l’insofferenza di un rivoluzionario

Furono tempi duri quelli sulle montagne, ma necessari per la riuscita dell’impresa. Mano a mano nel cuore dell’isola sudamericana venne istituito un centro di addestramento dove la vita e la disciplina erano durissime. Lo stesso Che, pur non avendo un’educazione militare, teorizzò una sua strategia rivoluzionaria che contemplava ampiamente la violenza tra i suoi mezzi.

La macchina propagandistica che Castro aveva inventato riuscì ad avvicinare la popolazione ai ribelli; l’incontro tra i Barbudos e la gente avvenne nel dicembre del 1958. Era tutto pronto per l’attacco finale. Il Che e Camilo Cienfuegos marciarono verso L’Avana mentre Batista fuggiva con i suoi dall’isola.

Durante il 1959 avvenne il secondo passaggio fondamentale per Ernesto; dopo il viaggio in motocicletta, climax ideale della sua gioventù, la presa dell’Avana fu il climax della sua maturità, uno di quei punti dai quali si può solo scendere. Il braccio destro di Fidel fu infatti nominato Ministro dell’Economia e dell’Industria, ruolo fondamentale per uno stato di matrice socialista.

La sua missione di vita non poteva esaurirsi nel portare la rivoluzione in un solo paese; probabilmente aveva ben presente l’utopia cubana era solo il punto di partenza. Il suo ruolo era sovvertire, non governare. Questo fu il particolare che differenziò Castro da Guevara. Due modelli diversi di socialismo che non potevano convivere per sempre. C’era anche poi il problema cinese.

Fidel era ben consapevole che solo l’URSS poteva garantire la sopravvivenza del piccolo stato così vicino alla Florida; ma come poteva Guevara ignorare la filosofia maoista del “Grande balzo in avanti”? Le sue posizioni filocinesi, infatti, generarono non poco imbarazzo all’interno del mondo sovietico che stava vivendo il più grande scisma della storia. Mosca contro Pechino significava Guevara contro il comunismo.

Dopo la Rivoluzione, la Scomparsa

Non è ancora chiaro perché a partire dal 1965, due anni prima della sua morte, Guevara scomparse dall’universo internazionale che lo inquadrava sempre più come simbolo. Avevano fatto il giro del mondo le immagini del Che all’assemblea dell’ONU negli Stati Uniti accusare la prima potenza del mondo.

Da clandestino e con documenti falsi viaggiò prima in Congo, dove creò un focolaio rivoluzionario e poi (come prevedeva il suo sogno originario) a spasso in Europa tra i paesi del blocco orientale.  La rivoluzione in Congo fallì, in quegli anni la storia stabiliva in maniera differente il destino africano; continente destinato poi ad essere relegato al suo innovativo terzomondismo.

Il comandante, ancora identificato come numero due del governo cubano, ritornò alle sue atmosfere familiari, questa volta in Bolivia. Nonappena il presidente boliviano seppe la presenza del “Nemico Pubblico #1” all’interno del suo paese, diede vita ad una spietatissima caccia all’uomo, che neanche i fratelli Castro riuscirono a fermare.

L’interessamento della CIA fu decisivo, e gli stessi uomini che tentarono lo sbarco alla Baia dei Porci lo catturarono e lo fucilarono. Era la notte del 9 ottobre 1967, e i giorni seguenti furono quelli politicamente più duri. Non fu facile gestire la morte di un’icona, gli Stati Uniti infatti non ammisero mai l’uccisione del Che per paura di eventuali ritorsioni sovietiche. Lo stesso Castro aspettò una settimana per proclamare il lutto nazionale, nonostante tutto la notizia scatenò più delusione che rabbia.

Il mito, “El Guerrillero Heroico”

Questo è il nome della prima immagine che si associa al mito (più che alla persona) del Che. Quella del guerrillero è una di quelle storie che riesce a combinare tempismo e bravura. La foto scattata da Alberto Korda durante un convegno (a differenza di ciò che si possa pensare) diventò parte dell’iconografia anche grazie all’intuito di un italiano.

Si parla di Giangiacomo Feltrinelli, il quale cognome è noto ai più. L’editore comunista fu tra i primi a pubblicare gli scritti di Guevara. In copertina recavano la celeberrima foto. Dopo la morte in Ottobre, altrettanti manifesti riempirono il centro di Milano, il resto poi è storia.

L’editore Feltrinelli e Fidel Castro in un incontro pubblico.

A cinquant’anni di distanza, forse alcuni dei più travagliati della storia umana, resta una storia ed una foto, simboli di speranza per chi ha creduto in determinati ideali. Quello di Che Guevara, a prescindere dal pensiero politico, è stato uno di quei casi in cui l’umanità si fa partecipe e testimone di una storia. Una storia amplificata e strumentalizzata, ma capace di consegnare tra le braccia dell’immortalità e della fissità l’uomo che fece del cambiamento la sua bandiera.

Napoletano di nascita, attualmente vivo a Roma. Idealista e sognatore studente di Lettere presso l’Università di Roma Tor Vergata. Osservatore silenzioso e spesso pedante della società attuale. Scrivo di ciò che mi interessa, principalmente politica e temi sociali.
Twitter: @MattSquillante