Chi è Luigi Necco? Giornalista e intellettuale del Sud

Conosciuto come quello di 90° minuto. Sono memorabili le sue espressioni tra cui “Milano chiama, Napoli risponde”…

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Luigi Necco ha scelto di lasciarci nella settimana meno felice per il nostro ed il suo amato Napoli: la settimana del sorpasso della Juventus in vetta alla classifica che ha un sapore di resa anticipata, ma che lui, da tifoso e da giornalista sportivo, non avrebbe mai accettato.

Avrebbe compiuto 84 anni il prossimo 8 maggio. Era nato in un vicolo del quartiere Sanità di Napoli, precisamente in via Santa Maria del Pozzo, a cento metri dalla casa di Totò.  Era solito dire: “non pensavo di fare il giornalista, non c’erano i presupposti, ma è andata bene. All’inizio mi mettevo scuorno perché non mi sentivo all’altezza del mestiere più bello del mondo. Per questo motivo i primi articoli non sono firmati da me ma con lo pseudonimo Luigi Landolfi o Luigi Starace”. 

Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, giornalista d’inchiesta, oltre che sportivo, e scrittore appassionato, sempre impegnato in prima linea per difendere Napoli ed il suo patrimonio culturale. Ha scritto “Camorra, la società senza più onore”, cioè il sequestro Cirillo, primo patto tra Stato e camorra, per Encyclopedia Britannica, 1983, “Giallo di Troia” (ricerca e ritrovamento del tesoro di Troia), Pironti 1993, e “Operazione Teseo” (dedicata al pluridecorato eroe militare Siro Riccioni), Pironti, 2014.

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Molti lo ricordano per i suoi è celebri collegamenti dallo Stadio San Paolo, quando dalla “piccionaia”, sempre in compagnia di uno stuolo di tifosi e di ragazzini che gli facevano da cornice, raccontava delle gesta di quel Napoli di Maradona che ancora oggi è leggenda.

Qualche tempo fa in una intervista a “La Repubblica”, parlando della trasmissione RAI “90° minuto” e del suo ideatore e conduttore, Paolo Valente, disse: “Eravamo dei pupazzoni manovrati da Paolo Valenti. Morto lui, addio programma. Paolo capì che la nostra banda di buontemponi rappresentava l’Italia del tifo e dei campanili, e il tono giocoso ci faceva bucare lo schermo”.

Quelli erano altri tempi. I giornalisti di quell’epoca parlavano semplice senza star lì a menarla troppo con pistolotti tecnico-tattico-statistici. Riferendosi a quel modo di far giornalismo sportivo era solito dire: “Adesso c’è forse maggiore preparazione, ma meno capacità di mettere nei servizi anima e passione”. E lui di passione ce ne metteva e pure tanta. Era la voce del Napoli che stava alzando la testa nel calcio; era il complice di Diego Maradona che stava guidando gli azzurri a livelli mai raggiunti prima. Ha raccontato con ironia gli alti e bassi della squadra e della città, fino a celebrare i due scudetti storici.

Restano storiche le sue battute feroci dette a mezza voce in chiusura di collegamento, perché restassero maggiormente impresse nella memoria. Luigi Necco era quello che esultava a braccia alzate sul campo e che rispondeva con un cordiale saluto ai tifosi nemici che lo insultavano in diretta. Era il giornalista di un calcio diverso forse meno tecnico, ma più romantico, più ruspante.

La carriera di giornalista di Luigi Necco comincia abbastanza presto. Collabora e scrive per il “Corriere di Napoli”, quando era ancora studente di istituzioni dell’Europa orientale all’Istituto universitario Orientale di Napoli. Conseguita la laurea in Letterature e Istituzioni dell’Europa Orientale, con specializzazione in russo all’Università Orientale, successivamente entrò in RAI prima per leggere il Giornale Radio per poi passare alla televisione. Dal 1978 al 1993 è stato telecronista sportivo.

Amante dell’archeologia, a cui aveva dedicato “Il tesoro di Troia”, confessava questa sua passione dicendo: “L’archeologia è stato un gioco culturale per scoprire chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo. L’archeologia mi ha permesso di avere il mio primo impiego pulito intorno ai 18 anni: per una esigua paga mensile consegnavo la posta di un ente pubblico ad un archeologo che era il più grande di quei tempi: Amedeo Maiuri. E a furia di stare al suo fianco mi innamorai dell’archeologia perché mi dava l’opportunità di scoprire il passato, poi è diventata un’avventura perché facendo il giornalista finalmente avevo qualche soldo da spendere e cominciai a cercare un tesoro che era scomparso. Mi andò bene perché lo ritrovai anche se non era realmente il tesoro di Troia. Il calcio è stato un incidente, era il mio riposo domenicale, mi consentiva di mettere il naso dove lo mettevano milioni di italiani».

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Dopo la carriera in Rai, ha continuato a lavorare su Teleoggi Canale9, conducendo il programma televisivo “L’emigrante”, cronaca quotidiana di fatti e misfatti napoletani.

Un episodio della sua vita è legato sicuramente  all’attentato che subì nel novembre del 1981, quando venne gambizzato per mano della camorra. Questo è il racconto di quel triste fatto di cronaca: Sibilia e Juary,  rispettivamente presidente e centravanti dell’Avellino, si recarono a una delle udienze sulla Nuova Camorra Organizzata  cui era imputato Raffaele Cutolo. Durante una pausa, Sibilia e Cutolo si salutarono e si baciarono e Juary consegnò al boss una medaglia d’oro con dedica: «A Raffaele Cutolo dall’Avellino calcio». L’intera vicenda venne raccontata da Luigi Necco proprio a “90° Minuto”. Pochi giorni dopo avvenne l’attentato.

Così Necco ricordava: “Tre colpi di pistola alle gambe, all’uscita di un ristorante a Mercogliano, feudo del presidente dell’Avellino, Antonio Sibilia. Tutta colpa di un bacio e una medaglia d’oro – e aggiungeva –   Mi avevano avvertito che la camorra aveva deciso di darmi una lezione ma non ne sapevo nemmeno il motivo. In quei giorni si viveva un clima sovraeccitato in cui la camorra sapeva di poter fare tutto. Era il momento di intrecci e di collaborazioni mai chiarite fino in fondo fra camorra e Dc per la liberazione di Ciro Cirillo, allora presidente della Regione Campania, rapito dalle Brigate Rosse. Liberazione che poi avvenne. Di fronte a questo clima di onnipotenza della camorra tutto sembrava possibile e, quel che è peggio, tutto diventava accettabile. Oggi sorrido e penso agli atteggiamenti assurdi e provocatori della politica che non si ferma davanti a nulla quando guarda ai suoi interessi” . 

Il Napoli calcio ha espresso “profondo cordoglio” per la morte del giornalista. “Necco – si legge in una nota – ha raccontato per decenni le gesta sportive del Napoli con un garbo, eleganza, professionalità, passione e sempre – sottolinea il club campano- con uno sguardo ironico e sorridente che ha reso il suo stile unico ed inimitabile”.

I funerali si terranno domani alle 12 nella chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, in piazza degli Artisti a Napoli.

Pubblicato da Antonio Caporaso

Antonio Caporaso è nato a Salerno, vive a Portici. Laureato in Giurisprudenza, è fotoreporter dal 1990. Insieme con Jacopo Naddeo, dal 2016 ha costituito un laboratorio per le arti fotografiche in Pellezzano (Sa). Ha partecipato a numerose mostre e concorsi fotografici. Scrive libri e collabora con alcune riviste e case editrici nazionali.