Dove finisce la notte di un soccorritore

Il racconto della notte di un soccorritore.

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“A seguito dell’emanazione del DPR 27 marzo 1992, l’Emergenza sanitaria sul territorio si è trasformata da “servizio” che prevedeva il semplice invio dell’ambulanza sul luogo dell’evento ed il successivo trasporto del paziente al Pronto Soccorso più vicino, ad un vero e proprio “sistema di soccorso”, che consiste nell’integrazione delle fasi di soccorso con l’invio del mezzo meglio attrezzato per il così detto trattamento extraospedaliero “Stay and Play” (“rimani e lavora”), così da incidere sull’intervallo di tempo in cui la vittima rimane senza adeguata terapia (Therapy Free Interval) prima del trasporto all’ospedale più idoneo.” Questo è ciò che riporta – in materia di soccorso – il sito del Ministero della Salute Italiana sotto la voce: “La rete dell’emergenza urgenza”; campo di cui pochi forse conoscono le numerose sfaccettature, non tutte negative.

Soprattutto nell’ultimo anno, difatti, il mondo del 118 ha probabilmente mostrato il peggior lato di sé.

Il recente caso avvenuto a Catania della – tristemente detta – “Ambulanza della morte” ne rappresenta un mero esempio che ha letteralmente mandato in frantumi l’idea di soccorso come aiuto tempestivo, ribaltandola nel peggiore dei modi per tramutare la parola “assistenza” in “omicidio”.

Così come l’episodio avvenuto a Milano lo scorso dicembre, il quale ha visto come protagonista un soccorritore di 50 anni arrestato per pedofilia nei confronti di una bambina di 10 anni con la febbre alta che avrebbe dovuto invece accudire e trasportare in ospedale.

Episodi come questi fanno in fretta a cancellare sicurezza, fiducia e stima dalla visione di un servizio fondamentale come è quello del soccorso.

La verità è che – oggi – sembra fare più scalpore ciò che risulta essere fortemente negativo, ciò che indigna: ciò che si vorrebbe dare per certo e invece, improvvisamente, una notizia ne fa tremare la terra della convinzione sotto ai piedi.

Ma bisognerebbe ricordare anche che in ogni regione, in ogni città e in tanti paesi di Italia, tutti gli anni persone comuni decidono di diventare soccorritori per poter portare nel loro piccolo mondo qualcosa di positivo.

Di concreto.

Quel qualcosa che, ironia della sorte, non viene raccontato.

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La notte di un soccorritore non ha orari normali.

Inizia all’alba di un corso di primo soccorso, incontra il suo mezzogiorno nell’arduo esame di Certificazione 118 e procede nel crepuscolo del team che sceglie come famiglia, come spalla, per trovare il coraggio di andare ad aiutare qualcuno in difficoltà.

Ma dove finisce questa notte?

La sua notte finisce in molteplici posti, e in molteplici modi, ma forse mai veramente.

Un po’ come la vita di tutti i giorni, un po’ come il tempo che fino ad un attimo prima potevi contare minuto per minuto, secondo per secondo, e invece di colpo ti inganna e ti intrappola in ore, giorni…anni.

La notte di un soccorritore è più o meno così.

Viene scandita –  più che da istanti – da check-list in ambulanza, da qualche risata mentre si cucina la cena, da una campana che suona esattamente quando la pasta viene buttata nell’acqua bollente o il sonno si è appena trasformato in un sogno.

Questa notte è un susseguirsi – non di tempo – ma di persone.

La notte di un soccorritore – difatti – finisce proprio dove iniziano le persone

Persone con una divisa, persone su un’ambulanza che sfreccia a sirene spiegate in mezzo al traffico, persone dentro automobili costrette ad aprirsi come un’onda quando si scaglia contro la roccia, per poi richiudersi dietro di essa.

E ancora persone che dalle loro abitazioni sentono soltanto un rapido suono rimbombante, che sfreccia veloce e sparisce in lontananza quanto un loro pensiero.
“Chissà che è successo…”
“Da che parte va?”
“Ora chiamo Giulio che è ancora in giro. Queste sirene non mi piacciono….”
E così via.

Ma quando quella sirena si spegne, il fulcro diventa solo uno: persone che hanno bisogno di aiuto.

E senza ipocrisia, la notte di un soccorritore è anche confessione. Perché nascosto dietro ad una piccola finestrella, c’è dell’altro: l’accrescimento del proprio ego, il giudizio negativo, ben celato dietro a un dovuto rispetto, nei confronti di chi poi tutto quel bisogno di soccorso non lo aveva, e ancora la paura, il realizzare che non si è né Dio né un medico e le cose brutte accadono, le lacrime vengono versate, le perdite contate.

La notte di un soccorritore è intesa, è diventare un tutt’uno: persone diverse che agiscono come una sola entità, che insieme si prendono cura – sia fisicamente sia, molto più spesso, mentalmente – di qualcun altro, senza nemmeno dover parlare.

E così, la notte di un soccorritore è anche sorrisi, esortazioni, parole di conforto, battute ironiche, nuove e vecchie conoscenze… finché egli non tocca il letto e la campana lo ristrappa dall’assopimento nel quale era appena scivolato, con il cuore che batte forte per quell’interruzione inaspettata, e il giro ricomincia.

La notte di un soccorritore è testimonianza, vite di persone diverse che per brevi istanti si intrecciano e si marcano l’un l’altra.

La notte di un soccorritore finisce dove nuove storie mai rivelate iniziano. 

Se solo si chiedesse, probabilmente questa sarebbe la grande risposta.
Un mondo intero racchiuso in una notte.
Ogni notte, che equipaggi diversi si ritrovano a vivere.

Per sé e per gli altri.

Testimonianza di un soccorritore

Stasera sono andata a prendere G., una donna dai bellissimi occhi verdi, pallidi e offuscati dall’Alzheimer, la cui unica persona che riconosceva era il suo D.
D., che dopo 60 anni di matrimonio (già, non credevo nemmeno io che fosse possibile poter condividere tutti questi anni con una persona) e 2 anni di malattia che ti sbriciola i ricordi uno ad uno, lei chiamava ancora “Topolino”.
“Un giorno si è alzata e mi ha chiesto dove fosse suo marito, mi sono sentito niente” mi ha confessato D.
E lì ho capito che è questo che siamo, un “niente” senza qualcun altro che ci riconosca.
“Adesso almeno mi riconosce, e per me è abbastanza per il resto della nostra vita.”
Dopodiché G. ha chiamato il suo “Topolino” e D., con un tempestivo “Eccomi amore” si è accostato a lei, pronto a farle una carezza.
L’ho guardato poi camminare avanti e indietro per il corridoio del pronto soccorso, una vivace borsa colorata con mille girasoli che gli penzolava dalla mano, probabilmente della sua G.
Sembrava un dipinto.
Ma io non so disegnare, quindi me lo scrivo, sia mai che un giorno me lo dimentichi anch’io.

 

Pubblicato da Lisa Cardello

24 anni, inguaribile lettrice, scrivo per passione dai tempi dell'Università in Comunicazione Interculturale e, per lavoro, nel campo della pubblicità da un anno a questa parte.
Il mio obiettivo nella vita: scappare da ogni routine, la valigia sempre pronta.
Il mio motto: tutti hanno una storia da raccontare.