Attualità

Essere bilingue grazie a un dialetto

Quando si parla la lingua della regione di provenienza è come se si parlasse un idioma straniero.

Uno studio neuroscientifico, dimostra come il nostro cervello processa il dialetto come fosse una lingua, alla stregua di inglese, francese o tedesco. I ricercatori della Abertay University nel Regno Unito, insieme a quelli della Aachen University in Germania, hanno portato avanti degli studi, pubblicati su Cognition, approfondendo proprio in che modo le aree cerebrali reagiscono e si attivano quando il soggetto parla in un dialetto a lui familiare.

Selezionando un gruppo di partecipanti tedeschi e inglesi che parlavano anche un dialetto, venivano proiettati diciotto diversi vocaboli nelle due forme, lingua e dialetto, su schermi colorati e veniva chiesto ai partecipanti di pronunciarli, scegliendo fra la parola nella lingua madre e nella forma dialettale. Alcune delle parole mostrate sono state: mouse/moose (topo in inglese e in dialetto Dundonian) e vocaboli non simili fra loro, come children/bairns (bambini in inglese e in dialetto Dundonian). Fra gli altri termini proposti, house/hoose (casa in inglese e in dialetto), heart/hert (cuore), sausages/sassages (salsicce) e girl/lassie (ragazza).

Lo studio ha mostrato che i monolingui che parlano un dialetto devono compiere un lavoro cerebrale che è simile a quello di un bilingue, che parla ad esempio sia l’inglese che il tedesco, per passare dalla prima alla seconda lingua. Secondo il primo autore dello studio, Neil Kirk della Divisione di Psicologia all’Abertay University, questo lavoro biologico potrebbe essere spiegato con il fatto che entrambe le varianti linguistiche (quella nella lingua inglese e quella in dialetto) sono sempre attive, ma per sceglierne una è necessario in qualche modo “sopprimere” l’altra.

Ma anche il colore proiettato sullo schermo influenza la scelta di pronunciare il vocabolo in inglese o in dialetto: ad esempio, quando lo schermo era verde, i partecipanti sceglievano fra le due varianti la parola in lingua ”house”, mentre quando era blu pronunciavano maggiormente ”hoose”, in Dundonian.

Inoltre, risultava chiaro che quando i volontari avevano una minore dimestichezza con il dialetto, il cervello doveva svolgere un lavoro maggiore per fare lo scambio di lingue. Nel caso di parole simili, come ”house” oppure ”hoose”, il lavoro cerebrale necessario era minore, mentre se le parole sono diverse, come ”girl”, in inglese, e ”lassie”, in dialetto, il costo è maggiore.

Antonella Sorace, professoressa di Developmental Linguistics e direttore del centro Bilingualism Matters all’Università di Edimburgo, ha spiegato che  “questo potrebbe essere dovuto al fatto che le due lingue sono collegate tra loro nel ‘dizionario mentale’: così la somiglianza tra le parole attiva più velocemente le connessioni tra loro e quindi i tempi di risposta”.
E non è sorprendente che i dialetti abbiano effetti simili alle lingue, prosegue Antonella Sorace: “Infatti, la differenza tra un dialetto e una lingua è di natura socio-politica e non cognitiva”, ha chiarito l’esperta. “Tuttavia, rimane aperta la questione della differenza tra i due sistemi linguistici. La domanda è se, ad esempio, il bilinguismo italiano-cinese possa avere gli stessi effetti del bilinguismo italiano-inglese o italiano-veneto”. E lo studio in questione contribuisce a formulare una risposta, con risultati molto promettenti, secondo l’esperta.
Ma ancora c’è tanto da approfondire, continua Sorace: “Sono necessari un maggior numero di studi sui meccanismi di apprendimento e di attivazione linguistica nei bilingui, che parlano lingue e varietà simili o differenti. Il tutto con l’obiettivo di capire se gli effetti linguistici e cognitivi sono comparabili. E nel frattempo è importante diffondere una corretta informazione sul bilinguismo, affinché venga considerato un valore e una risorsa in qualsiasi lingua o varietà dialettale, non soltanto dal punto di vista culturale ma anche cognitivo”.

 

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