Cinema

Film “La ragazza senza nome”: recensione e punti di forza

Liegi. Jenny Davin (Adèle Haenel) è una dottoressa giovane e capace, tanto responsabile e professionale sul lavoro quanto timida e sensibile nel privato. Molto amata dai pazienti più giovani, instancabile e sempre pronta per le emergenze, non ha mai rifiutato un aiuto a nessuno. Fino al giorno in cui qualcuno, ad ambulatorio chiuso, bussa alla porta e Jenny, ormai stanca dopo un’intensa giornata di lavoro, decide di non aprire.

Il giorno dopo, però, la polizia chiede di vedere le registrazioni di videosorveglianza, identificando in un’ignota ragazza africana rinvenuta morta la persona a cui Jenny non aveva aperto il giorno prima.

Spinta dal senso di colpa, la giovane dottoressa farà di tutto per restituire un’identità a quella ragazza senza nome, improvvisandosi detective e addentrandosi in una storia pericolosa che tutti sembrano intenzionati a voler dimenticare.

Può una donna che ha commesso un errore che è costato la vita ad un’altra donna tornare a vivere come se niente fosse?

Freddamente accolto a Cannes, La ragazza senza nome, il nuovo film dei fratelli belgi Jean-Pierre e Luc Dardenne, pur non essendo il loro lavoro migliore, è tuttavia un film coraggioso. C’è un tentativo ambizioso da parte dei registi nello scegliere di raccontare un film noir con il loro tipico stile asciutto caratterizzato dalla scrittura secca. In questa storia che può ricordare un po’ un vecchio film di Agnès Varda, Senza tetto né legge, i Dardenne affidano l’intera sceneggiatura all’attrice principale, proponendo una vivisezione dell’animo umano.

Se i loro film precedenti avevano uno stile neorealista, anche questo non fa eccezione. Qui esplorano tutte le contraddizioni e le sfumature dell’animo umano. E Adèle Haenel riesce ad esprimere bene la fragilità nascosta di questo personaggio, che emergerà un po’ alla volta nel corso del film. Ciò che fa perdere forse qualche punto al film è un finale non all’altezza delle premesse di partenza.

Nel cast, anche tre attori notoriamente dardenniani: Jérémie Renier (L’Enfant), Fabrizio Rongione (Rosetta) e Olivier Gourmet (Il figlio.)

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Claudio Rugiero

Laureato in DAMS all'Università degli Studi di Torino e diplomato in Filmmaking presso la Scuola Holden, ha frequentato diversi workshop di sceneggiatura e critica cinematografica, formando la sua esperienza anche presso alcuni Festival cinematografici (Torino, Bobbio e Venezia). Già redattore presso "Darkside Cinema" e "L'Atalante", è autore di racconti, soggetti e sceneggiature, nonché regista di un cortometraggio, "Interno familiare". Nel 2016, un suo soggetto per lungometraggio è stato tra i finalisti al Pitch in The Day- Concorso Opere prime.

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