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Fuga di cervelli: partire o restare?

La crisi, l’assenza totale di lavoro, la necessità di emigrare per cercare fortuna altrove, sono spesso falsi miti. E’ innegabile che l’italia stia attraversando un periodo (piuttosto lungo) di instabilità politica che, inevitabilmente, nuoce anche gli altri settori, come ad esempio l’economia.

I giovani che ruolo giocano in questo particolare periodo storico italiano? Ci sono diversi punti, situazioni, da prendere in considerazione per poter dare una specifica collocazione alle nuove generazioni e a quello che possono dare al paese.

L’ambizione dello studente: può bastare?

Fin dall’infanzia siamo stati indirizzati dai nostri genitori e tutti, chi più e chi meno, abbiamo potuto saggiare la parola “responsabilità” attraverso il percorso scolastico. Certo, ci sono realtà sociali che non hanno aiutato le generazioni a farsi strada attraverso la cultura, preferendo altre strade.
La scuola, nonostante sia un’imposizione sociale, è la generatrice di curiosità per antonomasia. Fin dalla scuola primaria le persone si sono ritrovate a mettere in discussione le proprie idee, il proprio futuro ed tutti abbiamo iniziato, nel nostro piccolo, a contemplare le prime ambizioni. La voglia di essere il primo della classe era forte, per tutti. Troppo spesso però, lo status non era destinato a durare, la vera differenza la fa, in ogni ambito e in ogni periodo della vita, la costanza.
C’è qualcuno non condivide questo sogno? Ovviamente, col passare del tempo le cose diventano più difficili, la strada diventa più ripida e non tutti riescono a reggere mentalmente e fisicamente tutto il percorso senza avere la sensazione di perdere la bussola per un periodo, lungo o corto che sia. Veniamo alla più grande generatrice di ansia e crisi esistenziale per giovani e non: l’università. Non tutti gli si approcciano, non tutti la terminano, non tutti la amano, non tutti la godono a pieno. L’università è quel posto in cui tutto quello che fai, lo fai per te e per il tuo futuro. La scelta della facoltà, nella maggior parte dei casi porterà ad intraprendere un percorso lavorativo inerente ad essa. Oppure no. Chi può dirlo?

Chi sceglie di andare all’università, nella maggior parte dei casi, non ha comunque ben chiaro il proprio futuro. La metà di chi si iscrive decide di cambiare, o addirittura non completa affatto il proprio percorso. La “sindrome di Peter Pan” si impone prepotentemente nella nostra testa e, di conseguenza, non tutti riescono a pensare miseramente al proprio futuro. Nonostante i vari luoghi comuni e stereotipi: “E’ solo un pezzo di carta“, “Non serve a nulla” e potremmo continuare all’infinito, c’è da dire che la cultura, l’ambizione, il futuro, non sono cose “accessorie” e se le istituzioni (magari diventando stabili e rassicuranti) potrebbero aiutare i giovani a scegliere la cultura e preferirla ad altro.

Fuga di cervelli: “A volte ritornano”

Sono sempre di più i ragazzi che, attratti da una prospettiva migliore/diversa o da racconti di chi “ce l’ha fatta” partono per l’estero a cercare fortuna. In Italia l’unica cosa che sicuramente c’è: è la crisi. Siamo sicuri che ci sia, al tempo stesso, la voglia di lavorare e di mettersi in gioco?

Nella maggior parte dei casi , le persone che girano l’Europa in cerca di lavoro non hanno nè arte e credono di poter fare la loro fortuna con lavori che potrebbero fare tranquillamente nel loro paese d’origine, ma la voglia di fuggire da casa è più forte della logica. Una statistica attesta che almeno il 50% di chi parte, dopo il primo anno torna a casa, e forse non è solo questione di fortuna, ma di volontà, il sapersi adattare allo stile di vita, al clima, alla mancanza degli affetti.

Scorciatoie

In un’epoca come la nostra, in cui non sempre la prospettiva di lavoro arieggia nelle nostre teste, può risultare paradossalmente facile intraprendere strade “discutibili”. Sono sempre di più i giovani che con la mera motivazione di “assenza di alternative” compiono dei lavoretti in proprio o tramite la criminalità organizzata, per assicurarsi delle entrate senza particolare fatica e, una volta entrati, uscirne diventa quasi impossibile.

Basti pensare alla rapina alla quale abbiamo assistito non molte settimane fa nel comune di Frattamaggiore, dove tre uomini hanno rapinato una gioielleria, uno dei quali ha perso la vita e la popolazione caivanese ha attribuito la colpa all’assenza di lavoro e la mancata vicinanza delle istituzioni. Se tutto diventa giustificabile, non si imboccheranno mai strade tortuose che possono portare a vita “legali” e al tempo stesso soddisfacenti e si preferiranno sempre e solo le scorciatoie.

A tal proposito, mi piacerebbe sottolineare l’iniziativa del teatro Nest di San Giovanni a Teduccio, il quale offre ai giovani del quartiere un’alternativa concreta a tutto quello che fa parte della malavita, l’insegnamento di una disciplina affascinante come il teatro.

Cosa offre l’Italia… E cosa offriamo noi?

Il lavoro non è più strettamente legato al posto fisso. Si, perchè il posto fisso è diventato quasi uno status da conquistare col tempo attraverso la gavetta, l’esperienza. Anni e anni di sacrifici potrebbero tramutarsi, nel migliore dei casi, nel tanto agognato “posto fisso“. Ciònonostante, non è l’unico modo per garantirsi un futuro degno di questo nome. Nella vita bisogna adattarsi ai tempi, perseguire i propri obiettivi, reinventarsi se è necessario. Il mondo sta cambiando, i modi per emergere sono sempre meno.
“Non chiedere cosa la tua nazione può fare per te, ma chiediti cosa puoi fare tu, per la tua nazione”. Questa frase di J.F. Kennedy è più che mai attuale ed è universale, non vale solo per l’Italia. Tutti abbiamo qualcosa da dire, da dare, bisogna solo mettersi in gioco.
Non bisogna disprezzare niente, non bisogna accontentarsi, ma non bisogna nemmeno aspettare che le cose caschino dal cielo. Una parola: agire. Cerchiamo di coltivare le nostre passioni, proviamo a farle diventare qualcosa di più. L’italia non è solo call enter, non è solo “sfruttamento”. Terra di artisti, di grandi studiosi, di luminari che hanno creduto in loro stessi.
Siamo davvero disposti a lottare per rendere la nostra passione un lavoro?

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