Attualità

Jorit Agoch: cosa è accaduto a Betlemme?

Questa è la versione raccontata direttamente da Jorit Agoch (lo Street Art napoletano), circa quello che è accaduto nei giorni scorsi a Betlemme in Palestina.

In tanti hanno inviato messaggi di solidarietà e richieste di liberazione immediata in Italia e al governo Israeliano. Tutto il mondo della cultura si è mobilitato e ha voluto essere accanto all’artista napoletano per farlo sentire meno solo nei giorni più difficili dall’arresto fino alla sua definitiva liberazione conclusa con il ritorno in Italia.

Volentieri pubblichiamo questi fogli del “diario” di Jorit, astenendoci da qualsiasi altro commento.

Jorit Agoch

“Ahed”
I soldati israeliani hanno ammazzato ancora, questa volta un ragazzino di 15 anni, disarmato,sparato in strada come un cane.
Con questa notizia inizio con Salvatore a dipingere il volto di Ahed. Nonostante questo, regna una calma irreale rotta soltanto dal boato dei caccia che di tanto in tanto sorvolano Betlemme mentre fanno ricognizioni per bombardare Gaza. In lontananza si vede il fumo di alcuni copertoni bruciati, c’è stato il funerale del ragazzo ucciso con momenti di tensione, la rabbia è forte ma la repressione di Israele di più e ce ne accorgiamo presto”.

“Sono circa le 15, fa caldo, e stiamo andando su e giù per la scala ragionando sulle proporzioni e i colori, quando voltandoci ci troviamo sotto tiro di enormi fucili nelle mani di 5 giovani soldati, proviamo ad allontanarci abbiamo paura, non siamo abituati a queste cose. La fuga è inutile ci accerchiano ci minacciano e ci intimano di andarcene; quella faccia lì non deve essere dipinta, Ahed verra’ scarcerata a breve e evidentemente a qualcuno non va giù. Forse gli ordini vengono dall’ alto. Il muro è già interamente coperto di graffiti, non è un altro Graffito il problema nè tanto meno il rispetto di una presunta legalità e decoro su un muro di fatto illegale e illegittimo La motivazione è che Ahed da fastidio perchè è la personificazione di un popolo che resiste e che non vuole morire e per questo quel murales non ci deve stare o almeno non lì dove tutti possono vederlo”.

Ci lasciano andare dopotutto siamo europei e ai loro occhi visibilmente spaventati. A questo punto la scelta è tra tornare a casa o andare avanti, decidiamo di non fermarci. Ricominciamo da capo nel punto più lontano dal gate da dove in precedenza erano usciti i soldati e dove ai nostri occhi sembra più difficile essere presi, ma consapevoli di essere comunque osservati costantemente dalle telecamere. Cerchiamo di essere rapidi, siamo agitati, ci sentiamo un po’ più al sicuro soltanto con l’arrivo dei giornalisti, non possono schierare un piccolo esercito solo per prendere dei graffitari o almeno crediamo che non lo faranno sotto gli occhi della stampa di mezzo mondo.
E difatti riusciamo a completare l’opera”.

“È sabato. Questo pomeriggio non ci sono giornalisti, siamo in macchina con il sorriso sulle labbra sembra che ce l’ abbiamo fatta.
Il tank militare si para davanti improvvisamente quasi senza far rumore, Mustafa inchioda. Di nuovo i fucili puntati addosso questa volta sappiamo che non ci lasceranno.Scatto una foto di nascosto e la posto sui sociali poi cancello tutto. I soldati ci deridono sono visibilmente soddisfatti, ci scattano foto e ci fanno i video ci intimano di confessare, ma non lo facciamo. Ci tengono al freddo ci portano da un posto a un altro, l’ unico conforto è riuscire a usare lo smartphone e comunicare con l’esterno; nonostante tutto non sembra vogliano tenerci a lungo. Poi invece ci tolgono il telefono e diventano molto più aggressivi. La notte è lunga insonne e fredda. Ci interrogano fino al mattino ma non riescono ad avere la confessione. Siamo stanchi e scossi, non possiamo parlare tra di noi e dormire è praticamente impossibile. Tutto cambia con i primi raggi di sole, non so se per la luce o il calore ma mi sento meglio sono più ottimista. Di fatto ci sono buone ragioni per esserlo anche se non potevo saperlo. Chi è lì a decidere sul nostro destino ha scartato la linea più dura ovvero il processo militare con 3 mesi di possibile detenzione preventiva. La mobilitazione è forte,ora la stampa parla di noi, il nostro arresto è diventato per loro un problema.
Vediamo la seconda volta l’avvocato che ci riempe di conforto assaporiamo l’idea di tornare presto liberi. Le manette non sembrano stringere nemmeno poi cosi’ forte ci siamo quasi presto saremo a casa”.

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Antonio Caporaso

Antonio Caporaso è nato a Salerno, vive a Portici. Laureato in Giurisprudenza, è fotoreporter dal 1990. Insieme con Jacopo Naddeo, dal 2016 ha costituito un laboratorio per le arti fotografiche in Pellezzano (Sa). Ha partecipato a numerose mostre e concorsi fotografici. Scrive libri e collabora con alcune riviste e case editrici nazionali.
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