Cinema

“Neruda” di Pablo Larraín: recensione del film

Neruda di Pablo Larraín, film tanto atteso dell’acclamato regista cileno di Tony Manero è finalmente in sala.

Il 6 gennaio 1948, il celebre poeta cileno Pablo Neruda (Luis Gnecco), rispettato esponente dell’ambiente artistico internazionale, pronuncio apertamente il suo Yo acuso, manifestando apertamente il suo disappunto per il governo Videla (Alfredo Castro, intensissimo in pochi minuti di film), ormai un regime autoritario in piena regola, in un discorso poi divenuto celebre. La risposta del governo fu immediata e Neruda fu condannato all’esilio. Il tentativo di fuga del poeta e di sua moglie Delia Del Carril fallì e il poeta visse per anni come un perseguitato dal governo, costretto a nascondersi, scandalizzando l’intero ambiente artistico, composto tra gli altri anche dal pittore Pablo Picasso, che si schierò dalla parte del poeta. Attenzione: il film NON è una cronaca di questi eventi!

Neruda, secondo quanto dichiarato dallo stesso regista, è un falso biopic. E ha ragione, è un falso biopic in tutti i sensi: per stile, per narrazione e per altro. In un film biografico tradizionale, il poeta Pablo Neruda, da cui il film prende il titolo sarebbe il protagonista assoluto. Invece il film, pur muovendo da un apparente centralità del personaggio di Neruda , si concentra su una figura minore, quella di Oscar Peluchonneau, il poliziotto incaricato di dare la caccia a Neruda, interpretato dall’attore messicano Gael García Bernal, già protagonista di No- I giorni dell’arcobaleno, che regala un’interpretazione molto latino-americana. Il film verte sulla poetica piuttosto che sulla vita di Pablo Neruda. E’ il racconto di una fuga perché, come dice lo stesso regista, a Neruda piacevano le storie criminali e ha preso spunto dalla sua biografia per raccontarci piuttosto la poetica. E lo fa con una specie di gangster movie in cui il poliziotto è il buono e il poeta è il cattivo. Ma il regista affronta questa inversione di ruoli con poca convinzione perché, in realtà, il vero nemico è il potere, che il regista relega al ruolo di “sfondo”, ma la cui presenza aleggia come un’ombra nella vita di entrambi i personaggi. E così dal Sud America, dopo il feroce El Clan, un’altra riflessione sul potere.

Difficile definire lo stile di Pablo Larraín. Sicuramente c’è molto dei suo film precedenti, soprattutto Post mortem El Club, ma il film vanta anche un attacco con uno sguardo molto mobile che sembra uscito da Il divo di Paolo Sorrentino, anche per le atmosfere. Ma quello che cattura davvero è l’approccio del regista verso il biopic classico: ha qualcosa di certi film biografici americani (Lawrence d’Arabia, Gandhi), ma finisce per servirsene soltanto per rovesciarne il senso. Il film è pieno di momenti di grande intensità, soprattutto l’incontro tra Videla e Peluchonneau, due minuti giocati alla grande con un montaggio di primi piani e controcampi che sfrutta tutta l’espressività dei due attori.

Pablo Larraín è il regista del momento!

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Claudio Rugiero

Laureato in DAMS all'Università degli Studi di Torino e diplomato in Filmmaking presso la Scuola Holden, ha frequentato diversi workshop di sceneggiatura e critica cinematografica, formando la sua esperienza anche presso alcuni Festival cinematografici (Torino, Bobbio e Venezia). Già redattore presso "Darkside Cinema" e "L'Atalante", è autore di racconti, soggetti e sceneggiature, nonché regista di un cortometraggio, "Interno familiare". Nel 2016, un suo soggetto per lungometraggio è stato tra i finalisti al Pitch in The Day- Concorso Opere prime.

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