Quante donne studiano fisica in italia?

Quante donne in Italia studiano fisica e con quali risultati?

Sciopero docenti universitari

In Italia nel 2017 ci sono stati 1.617 studenti che hanno conseguito la laurea triennale in fisica e altri 1.105 che hanno in seguito la laurea magistrale in Fisica o Astrofisica, come si può leggere nella banca dati del consorzio Almalaurea . Tra loro ci sono 559 ragazze che hanno ottenuto la laurea triennale, ovvero il 35% del totale, e 335 che hanno ottenuto la laurea magistrale, cioè il 30% del totale.
Il 28 settembre,il fisico e professore dell’Università di Pisa Alessandro Strumia aveva presentando una relazione con la quale ha cercato di dimostrare che le donne siano meno adatte degli uomini per lo studio della Fisica.
In realtà , nel giro di un decennio, le ragazze che studiano fisica e si laureano sono più che raddoppiate seppur rimangono un numero molto basso.
La scienza non è donna, sostengono gli scienziati uomini. Eppure sono proprio scienzate donne che hanno identificato il virus Hiv, trovato il gene responsabile del tumore al seno, scoperto la composizione a idrogeno ed elio delle stelle. Nonostante ciò,i pregiudizi sull’attitudine femminile per fisica, matematica, chimica e altre discipline sembrano non tramontare mai. Gli stereotipi sono ancora straordinariamente forti”, osserva Hugues Cazenave, presidente di OpinionWay. L’indagine condotta in cinque paesi europei, tra cui l’Italia, ha dimostrato che solo il 10% degli intervistati pensa che le donne abbiano particolari attitudini per la scienza e ben il 67% è convinto che non abbiano le capacità necessarie per una carriera scientifica di alto livello. Nel nostro paese il pregiudizio è superiore alla media europea e arriva al 70% del campione. Per la stragrande maggioranza degli intervistati le donne sono più portate per le le scienze sociali (38%), la comunicazione (20%), le lingue (13%), l’arte (8%). Le scienze vengono alla fine (10%) seguite da management e politica (5%).
Probabilmente, è gia nella scuola che si formano i primi pregiudizi: un esempio è il caso della scienziata e premio Nobel 2019 Elizabeth Blackburn. Era ancora al liceo, un professore le chiese: “Perché una ragazza carina come te studia materie scientifiche?”. Blackburn rispose con un mezzo sorriso. “Come tante”. La sua rivincita contro i pregiudizi Elizabeth l’ha avuta e come conquistando il Premio Nobel per la medicina nel 2009 e scoprendo il meccanismo di protezione molecolare dei cromosomi. I pregiudizi, dunque, nascono proprio dalla scuola. Sono pochissime le ragazze incoraggiate a proseguire gli studi scientifici o indirizzate verso questi. Siamo figli di una cultura che vede le donne lontane da questo mondo. Bisogna combattere i pregiudizi sin dalla scuola. Molti pensando che una scienziata donna non sia una brava donna di casa o una brava madre proprio perché gli studi e le ricerche rubano gran parte del tempo di una persona. “Lavoro sul campo tre settimane all’anno”, e spesso mi chiedono come faccio con i bambini e capisco che molti pensano che io sia una cattiva madre”. A parlare è Signe Normand, ricercatrice nell’impatto del riscaldamento climatico sulla biodiversità.
Fare la cervellona, inoltre, non è sexy secondo i luoghi comuni, anzi è sintomo di isterismo, chiusura sociale e di persone molto diverse e particolari. “Guardatemi sono felice, ho fatto carriera e ho una famiglia”, scherza così la premio Nobel Backburn.
Il primo passo per suparare le discriminazioni è rendersene conto e accettarle. Molti sono convinti che questi pregiudizi non esistano e che le donne siano considerate pari all’uomo nell’ambito scientifico. Lo studio di OpinionWay dimostra che molti non ne sono consapevoli. Il 28% del campione è convinto che le donne occupino alla pari le più alte cariche accademiche: una sottovalutazione del fenomeno che è anche femminile. Per fortuna c’è una disponibilità al cambiamento. Il 66% degli intervistati è scandalizzato dal fatto che

Quando Elizabeth Blackburn era ancora al liceo, un professore le chiese: “Perché una ragazza carina come te studia materie scientifiche?”. Blackburn rispose con un mezzo sorriso. “Come tante”, ricorda, “avevo poca fiducia in me stessa e non sono riuscita a rispondere con una battuta”. La sua rivincita sui pregiudizi è stata conquistare nel 2009 il premio Nobel della Medicina grazie alla scoperta del meccanismo di protezione molecolare dei cromosomi. “Eppure è passato mezzo secolo da quando il professore mi fece quella battuta sessista e i pregiudizi sono ancora molti”, commenta la scienziata australiana, 66 anni, durante la presentazione del nuovo rapporto su Donne e Scienze realizzato da OpinionWay per la fondazione L’Oréal.

Blackburn sa di appartenere a una piccolissima nicchia: il 97% dei premi Nobel scientifici sono stati finora assegnati solo a uomini. E in Occidente, tra il 2000 e il 2010 la proporzione di donne con incarichi di ricerca scientifica è rimasta bassa, meno di un terzo dei posti, aumentando di soli tre punti: dal 26 al 29%. Il caso di Blackburn che ha diretto per anni il dipartimento di microbiologia e immunologia dell’Università della California non è così diffuso. Solo l’11% degli alti incarichi accademici in Occidente è occupato da scienziate.

“Gli stereotipi sono ancora straordinariamente forti”, osserva Hugues Cazenave, presidente di OpinionWay. L’indagine condotta in cinque paesi europei, tra cui l’Italia, ha dimostrato che solo il 10% degli intervistati pensa che le donne abbiano particolari attitudini per la scienza e ben il 67% è convinto che non abbiano le capacità necessarie per una carriera scientifica di alto livello. Nel nostro paese il pregiudizio è superiore alla media europea e arriva al 70% del campione. Per la stragrande maggioranza degli intervistati le donne sono più portate per le le scienze sociali (38%), la comunicazione (20%), le lingue (13%), l’arte (8%). Le scienze vengono alla fine (10%) seguite da management e politica (5%).

Per testare la persistenza dei cliché OpinionWay ha organizzato una sorta di quiz. Chi ha identificato il virus Hiv? Il 66% degli intervistati ha dato un nome maschile, senza sapere che si tratta dell’immunologa Françoise Barré-Sinoussi. Chi ha trovato il gene responsabile del tumore al seno? Un uomo per il 55% degli intervistati e pazienza se si chiama Mary-Claire King. Chi ha scoperto la composizione a elio e idrogeno delle stelle? Il 77% è convinto che sia uno scienziato, e difatti si chiama Cecilia Payne. “La cosa sorprendente”, spiega il presidente dell’istituto di sondaggi, “è che queste risposte in qualche modo sessiste sono condivise sia dagli uomini che dalle donne”. Le percentuali non variano poi tanto a seconda del genere, segno che gli stereotipi sono ben radicati anche nelle mentalità.

In generale, quando si domanda a qualcuno di ricordare un grande scienziato il 71% delle persone dice un nome maschile, con Albert Einstein che batte tutti (citato dal 45%), mentre Marie Curie (27%) è l’eccezione che conferma la regola. Almeno nei simboli l’Italia è più fortunata: Rita Levi Montalcini viene ricordata dal 21% degli intervistati e Margherita Hack dall’8%. Eppure quando si chiede di immaginare una carriera da scienziata solo il 2% pensa all’astronomia e il 10% alla fisica o alla chimica. Un quarto degli intervistati (24%) cita il lavoro di ricerca e appena il 3% la matematica o l’ingegneria.

Il soffitto di vetro alla carriera scientifica femminile è creato soprattutto da resistenze culturali: la metà del campione (49%) non vede ostacoli innati nella natura delle donne. Almeno questo pregiudizio non c’è più. Ma è nella scuola che si formano le prime discriminazioni. L’ironia del professore della futura Nobel non è un’eccezione. Il “gender gap” inizia proprio durante l’adolescenza. Solo il 35% delle donne si è sentita incoraggiata a fare studi scientifici, il 9% ha avuto invece segnali negativi al riguardo. Il risultato sono due linee che si biforcano, ovvero l’andamento del percorso di studi e carriera a seconda del genere. Al liceo i ragazzi sono ancora quasi alla pari nello studio di materie scientifiche: 51% di uomini e 49% di donne. Già all’università comincia a scavarsi un solco. Nelle facoltà scientifiche gli iscritti sono il 68% contro il 32% di iscritte, una distanza che sale fino al 75% contro il 25% al livello di dottorato.

“Bisogna combattere i pregiudizi sin dalla scuola” commenta David Macdonald, direttore del programma For Women in Science di L’Oréal che ha già premiato insieme all’Unesco 2500 donne scienziate di 110 paesi. Una di loro è Nourtan Abdeltawab, ricercatrice in immunologia, che partecipa alla campagna #ChangeThe-Numbers lanciata ieri, in occasione della pubblicazione del nuovo rapporto. “Quando sono partita dall’Egitto per andare negli Stati Uniti a studiare”, ricorda Nourtan, “molti mi hanno avvertito che al mio ritorno non avrei mai trovato un marito e che la mia vita sarebbe stata sprecata”. Un’altra scienziata premiata dal programma di Unesco-L’Oréal è Signe Normand, ricercatrice nell’impatto del riscaldamento climatico sulla biodiversità. “Lavoro sul campo tre settimane all’anno”, racconta, “e spesso mi chiedono come faccio con i bambini e capisco che molti pensano che io sia una cattiva madre”.

Blackburn sostiene che esiste ancora il cliché della scienziata un po’ arcigna e bisbetica. Fare la cervellona non è sexy. “Guardatemi sono felice, ho fatto carriera e ho una famiglia”, scherza la premio Nobel. Il primo passo per sconfiggere gli stereotipi è accorgersi che esistono, nonostante il lungo cammino di emancipazione. Lo studio di OpinionWay dimostra che molti non ne sono consapevoli. Il 28% del campione è convinto che le donne occupino le più alte cariche accademiche. Per fortuna c’è una disponibilità al cambiamento. Il 66% degli intervistati è scandalizzato dal fatto che I Nobel bel alle donne siano stati così pochi. L’84% vuole delle misure in favore della parità.
Quali che siano le disparità, oggi un’altra donna ha portato a casa il Premio Nobel per una materia scientifica (la fisica), dimostrando con i fatti l’assoluta parità con gli scienziati maschi.