Cinema

Recensione Dark Star: Film d’esordio di Carpenter alla regia

La New Hollywood è stato uno dei periodi più floridi e significativi per la storia del cinema statunitense e non solo, in quanto ha saputo dare vita e spazio espressivo, tra gli anni ’60 e ’70, a tanti registi importanti che avrebbero caratterizzato, da quel momento in poi, un’evoluzione fondamentale per la contemporaneità del nostro tempo artistico, rimanendo ancora oggi tra gli autori più apprezzati (in alcuni casi ancora oggi attivi e viventi) in assoluto; nascevano artisti come Martin Scorsese, Stanley Kubrick, Paul Schrader, Steven Spielberg o Brian de Palma, a cui però facevano da contraltare nomi al tempo meno altisonanti ma di eguale importanza, e uno di questi era John Carpenter, regista meno conosciuto ma capace, nel corso degli anni, di costruire un vero e proprio culto della propria filmografia, anche per le sue capacità di firmare cult e capolavori di valore inestimabile, tra cui “La Cosa”, “Essi Vivono”, “1997: Fuga da New York” e “Halloween”, solo per citarne alcuni, che lo avrebbero consacrato nell’olimpo degli autori indipendenti più importanti di sempre.

Dark Star: trama e recensione del film

Il film di cui parleremo oggi è un’opera molto meno rinomata e nota di Carpenter, ma importante poiché quella che diede inizio alla sua carriera, denominata “Dark Star“, un piccolo film fantascientifico che sin da subito mostra le doti evidenti dell’autore e buona parte dei temi ricorrenti nel suo cinema. Partiamo quindi dalla trama: essa vede protagonisti quattro astronauti, Doolittle, Pinback, Boiler e Talby, che operano da ormai 20 anni nell’astronave che dà il nome al film, appunto Dark Star, con l’obiettivo di distruggere attraverso bombe intelligenti i pianeti instabili che troveranno nel loro viaggio, per evitare il rischio di colonizzazione su altri pianeti. Ciò che ci viene effettivamente raccontato nel film è né più né meno che la vita vissuta dai protagonisti nella nave e le loro interazioni, delineando una sceneggiatura tra le pochissime di stampo comico firmate dal regista (da segnalare solo “Grosso Guaio a Chinatown” come unico altro esempio in questo senso) ma perfettamente coerente con ciò che avrebbe sviluppato ed evoluto in futuro.

In particolare, se consideriamo in maniera più specifica la scrittura e il suo sviluppo, possiamo notare sin da subito come i personaggi siano delineati e descritti in maniera estremamente umana e realistica, dove ognuno di essi presenta forze e debolezze chiaramente nette e distinguibili ma diversi tra l’uno e l’altro, dando loro un peso e un’individualità molto precise, elemento fondamentale al fine di rendere la narrazione efficace e presente; come spesso succede nel suo cinema, le storie che narra sono principalmente sugli individui, più che sugli eventi che accadono loro attorno, e questo è un primo esempio molto preciso di questa filosofia, poiché proprio grazie a questo approccio Carpenter, assieme a Dan O’ Bannon che qui figura come co-sceneggiatore, attore, montatore e direttore degli effetti visivi coprendo in maniera magistrale ogni ruolo produttivo, ci mostra delle interazioni tra di loro molto vicine allo spettatore e proprio per questo divertenti, dove le idiosincrasie caratteriali si incontrano e scontrano perpetuamente, portando ad evoluzioni narrative surreali e inaspettate.

Un altro standard narrativo interessante introdotto da questo film è il fatto che si sia deciso di ambientarlo interamente in un unico luogo e renderlo teatro e personaggio attivo degli eventi, marchio di fabbrica dell’autore sin dalle sue origini e che contribuisce a creare ulteriori momenti di tensiva ilarità decisamente riusciti, nonché picchi più alti della scrittura, non propriamente sempre infallibile. Soffermandoci proprio sull’ambiente stesso, Carpenter conferisce un’aura simbolica allo stesso decisamente importante, a partire dal nome significante “stella oscura”, come a riflettere l’animo dei protagonisti e il suo obiettivo distruttivo, anti-epico e deflagrante, al quale si ribellerà essa stessa per i motivi più assurdi e disparati. Questi due elementi caratteriali e ambientali lavorano assieme per creare l’intera impalcatura comica del film, ma – come detto – non sempre la scrittura è sufficientemente capace a mantenere stabile la sua forza, talvolta la storia gira letteralmente a vuoto, non si evolve e stagna le vicende, di conseguenza la compattezza narrativa ne risente molto, diluendo forzosamente i tempi in un film dalla durata comunque esigua, sfilacciando in parte le fila della trama e perdendo del carisma strada facendo (salvando il finale assolutamente delirante e fuori dagli schemi), il che rende il film estremamente imperfetto e spigoloso in questi meriti, soprattutto se consideriamo che entrambi gli sceneggiatori erano alla loro prima esperienza cinematografica. Questo ad ogni modo non costituisce un problema fin troppo grande, poiché le trovate legate ad alcune dinamiche sparse riescono ampiamente a recuperare a ciò.

Diverso il discorso nei meriti delle tematiche, poiché il film ne condivide certi aspetti con la fantascienza di quel periodo, ma a differenza della serietà di altre opere “Dark Star” ne costruisce una parodia irriverente ma ugualmente interessante e profonda, come a creare un’erma bifronte dallo stesso significato ma dalla modalità di rappresentazione opposta. Uno dei parallelismi più frequenti in tal senso viene fatto con la filmografia di Stanley Kubrick, in particolare nelle similitudini con “2001: Odissea nello Spazio” e “Dottor Stranamore”, rispettivamente nel tema dell’intelligenza artificiale e in quello della bomba come arma filosofica e fisica, qui trattati sotto una lente più leggera ma altrettanto intelligente, perché capace di veicolare efficacemente alcuni dei messaggi più acuti, in cui viene interpellata la necessità di riflettere sul rapporto dell’uomo con la tecnologia e soprattutto l’uso che egli fa di cose esterne al suo controllo, ove è indicativo anche il rapporto conflittuale con l’alieno presente nella nave, visto dai membri come qualcosa di intrusivo e susseguentemente ucciso proprio per mano umana espressamente per via della perdita di gestione su di esso, elemento analogo che accade con il concetto di bomba, che qui assume un elemento di coscienza fondamentale per liberarsi da delle catene prestabilite e che si rifrange sull’essere che dovrebbe essere davvero cosciente, ovvero l’uomo stesso, invertendo i ruoli e instillando domande nello stesso spettatore, sempre portando avanti una critica all’essere umano che rende questa pellicola amarissima nel suo sostrato. È pur vero che queste tematiche non vengono sempre trattate con la giusta profondità, per via del minutaggio molto breve e per il mancato focus narrativo, ma nel momento in cui esse riescono a risalire a galla si fanno davvero sentire.

Ma un film non è soltanto scrittura e Carpenter non poteva deludere sotto il punto di vista visivo, che anche qui assieme ad O’ Bannon viene curato nei minimi dettagli con risultati impressionanti per un’opera prima. La regia di John Carpenter è sempre caratterizzata da una certa essenzialità nell’uso della macchina da presa e nella messinscena, che però viene sempre impreziosita da qualche piccolo virtuosismo tecnico necessario a donare più pepe ed uno stile definito all’autore. Qui infatti troviamo un occhio che si muove alternando spazi stretti per gli interni e campi larghi per gli esterni, sapendosi adattare molto bene ai rispettivi contesti e creare sempre inquadrature chiare e ben definite, interallacciando riprese fisse con piccoli piani sequenza nei corridoi a seguire gli spostamenti degli astronauti, ma anche un notevole uso di panoramiche e campi lunghi che mostrano l’immensità dello spazio profondo e tutte le dinamiche esterne all’astronave in maniera efficace; ricorrente anche in questo primo film un uso frequente delle carrellate e dei dolly, che Carpenter usa spesso per montare la tensione di una sequenza avvicinandoci, allontanandoci o arrivando al soggetto da una prospettiva diversa. Questi piccoli accorgimenti visivi, per quanto impercettibili, rendono la regia interessante senza esagerare ma mantenendo tutto in una struttura molto quadrata, non banale, valorizzata ulteriormente dal montaggio, idoneo a dare il giusto respiro ad ogni inquadratura e scandire a dovere, allo stesso tempo, i ritmi visivi del film, rendendo il tutto molto scorrevole.

Molto buona anche la fotografia, che si marchia di molteplici stilemi diegetici dell’autore, come l’uso sapiente di luci e ombre nelle scene di oscurità ma anche un forte uso di colori tenui o forti a seconda del livello di importanza delle singole inquadrature nella storia, un altro punto da tenere in alta considerazione quando si parla del cinema di Carpenter. Ciò che sorprende maggiormente però è la realizzazione di tutto il resto, poiché nonostante un budget fortemente ristretto di soli 60.000 $ si riesce a costruire un contesto spaziale plausibile e credibile nella sua concretezza. Dan O’Bannon, che in questa fase del film diventa importantissimo, con pochi mezzi e molta artigianalità sfrutta una grande inventiva manuale che gli permette di creare delle fantastiche scenografie, innanzitutto a partire dagli interni dell’astronave che ci propongono un’estetica e dei meccanismi molto anni ’70, tra schermi e pulsanti al neon, manopole e corridoi stretti, contaminati di luci fredde e glaciali e piattaforme monolitiche, come anche il modellino utilizzato per l’esterno della nave, davvero ben realizzato e molto credibile come mezzo di trasporto spaziale, in cui l’unico elemento realmente vecchio dell’intero ambiente è la stanza da letto degli astronauti, sporca, spoglia e decadente, interessantissimo parallelismo estetico alle tematiche principali del film.

Parlando di esterni, anche lo spazio profondo è ben creato, poiché i fondali utilizzati, gli spostamenti degli oggetti di scena e la gestione dell’illuminazione degli stessi rendono il tutto ben orchestrato, instillando una realistica sensazione di immensità nel buio della galassia, in cui per altro vediamo una discreta realizzazione degli oggetti in tecnica 3D e 2D atte a delineare al meglio possibile ciò che circonda l’astronave protagonista, oltre a degli effetti in digitale, seppur molto grezzi per via della loro vecchiaia, buoni nelle loro fasi di utilizzo, per esplosioni, onde elettromagnetiche e altri elementi altrimenti irrealizzabili praticamente (il famoso “effetto warp” venne creato proprio in questo film per poi essere preso in prestito da una saga cinematografica molto più famosa, quella di “Star Wars”). Proprio in merito agli effetti pratici, segnalo anche la realizzazione ottima del buffissimo alieno presente nel film, letteralmente costruito con mani deformate e una palla da spiaggia che creano un animatrone rudimentale ma ben animato e decisamente convincente, un piccolo gioiello dell’inventiva sopra i grandi budget.

Infine, anche il sonoro necessita di una menzione obbligatoria per diversi motivi. Persino qui abbiamo la mano sacra di O’Bannon che crea effetti sonori tra i più variegati che vanno a caratterizzare e dettagliare tutto ciò che vediamo, dalle migliaia di impulsi uditivi della nave ai versi dell’alieno, passando per i rumori di movimento delle macchine, le distorsioni vocali e gli adattamenti dell’audio in generale a seconda dei punti in cui si manifesta, anche qui creando un impianto sonoro di tutto rispetto in unione alla colonna sonora. A questo punto ci introduciamo a un altro grande marchio di fabbrica di Carpenter, poiché assieme a questo film avrebbe firmato anche successivamente la soundtrack della gran parte dei suoi lavori, infatti egli stesso in quanto musicista elabora delle sonorità molto personali, un synth-rock molto sperimentale che sarebbe da lì in avanti sarebbe diventato distintivo anche nel suo lavoro discografico e che qui diviene funzionale a creare un’atmosfera sempre tesa, seppur nella sua leggerezza, con strumentali dai tempi ritmici allungati e distesi, quasi surreali, cosa che ha sempre fatto benissimo in carriera.

In fin dei conti, “Dark Star” è un’opera importantissima sotto diversissimi aspetti; non è solamente un film che elogia e ama la sua natura fortemente indipendente e “povera”, in cui sono gli espedienti e l’uso di soluzioni artigianali a decretare la qualità quasi kitsch ma autentica e affascinante di questo prodotto, ma ha la fortuna di portare il nome e far nascere artisticamente un autore come John Carpenter, la cui incredibile importanza vediamo oggi testimoniata dalla sua filmografia, e di essere stato creato con la collaborazione del più volte succitato Dan O’Bannon, un uomo importantissimo per il cinema e che ha contribuito a creare alcune tra le opere più importanti degli anni ’70 e ’80, scrivendo la sceneggiatura di “Alien” nel 1979 ma anche creando universi che oggi riconosciamo come iconici, tra cui quello di “Star Wars”, del cult movie “Heavy Metal” e “Total Recall”. Insomma, un film pienamente e meritatamente di culto, sia davanti che dietro le quinte, destinato a rimanere nel cuore degli appassionati di un certo tipo di cinema, anche a scapito dei suoi problemi e dei suoi difetti, che quasi lo rendono ancora più autentico e brillante.

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Anthony Gatto

Anthony è un ragazzo appassionato di arte da tanti anni. Affiancando un amore spassionato e profondo per la scrittura, ha sviluppato la voglia di argomentare e analizzare le proprie passioni, come il cinema e i videogiochi, nel tentativo di crescere assieme a loro.
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