Antonio Gramsci, Biografia del fondatore del Partito Comunista

Nell'80° anniversario della sua morte, il ricordo e la biografia di Antonio Gramsci, fondatore del partito Comunista d'Italia

Sono passati ottanta anni dalla morte di Antonio Gramsci, uno dei più grandi pensatori del ‘900 italiano, tra i fondatori del nuovo Partito Comunista d’Italia, deputato ed ideatore de “L’Ordine Nuovo” e de “L’Unità”. Nel 1928 venne indicato come “il cervello del comunismo italiano” e condannato a venti anni di carcere; morirà nella clinica romana Quisisana, appena una settimana dopo la scarcerazione, a soli quarantasei anni.

Antonio Gramsci: dall’infanzia alla fondazione del Partito Comunista

Nato ad Ales, in provincia di Cagliari, nel 1891, da una famiglia modesta, Antonio Gramsci pratica la sua formazione culturale e politica a Torino, dove nonostante le ristrettezze economiche e una salute cagionevole (era affetto fin dall’infanzia da una deformazione alla colonna vertebrale) partecipa da subito alla vita sociale e politica della città sabauda, iscrivendosi al partito socialista e frequentando l’ambiente delle lotte operaie.

Eletto segretario di partito della sezione socialista di Torino nel 1917, due anni dopo fonda insieme a Palmiro Togliatti, il settimanale “L’Ordine Nuovo”, vero e proprio bollettino dei ferventi consigli di fabbrica che imperversano in questo periodo. Da sempre contrario all’ala moderata e riformista dei socialisti progressisti, è tra i promotori di una scissione del Partito, e nel 1921, durante un congresso a Livorno, se ne distacca ufficialmente, dando vita al Partito Comunista d’Italia.

Gramsci fonda “l’Unità”: cerniera tra operai e contadini

Proprio nei primi anni dell’esperienza fascista, che segnerà per un ventennio la storia d’Italia, Gramsci capisce la necessità di rafforzare il partito comunista, nato da pochi anni, e bloccato tra il rigorismo politico e la necessità di creare alleanze per contrastare i fascisti. La scelta del titolo di quello che sarà l’organo di comunicazione ufficiale del Partito, non è casuale, proprio come spiegherà egli stesso: “Io propongo come titolo l’Unità puro e semplice, che sarà un significato per gli operai e avrà un significato più generale, perché credo che dopo la decisione dell’esecutivo allargato sul governo operaio e contadino, noi dobbiamo dare importanza specialmente alla questione meridionale (…) come uno degli aspetti della questione nazionale”.

Gramsci capisce che il proletariato delle classi operaie poteva diventare classe dirigente solo nel momento in cui fosse riuscito a creare delle alleanze contro il capitalismo, e questo in Italia sarebbe stato possibile solo con l’appoggio delle masse contadine, da sempre in mano, invece, all’influenza della Chiesa. La questione meridionale arriva a farsi una vera e propria questione nazionale: i due blocchi di lavoratori che dall’unione italiana del 1861 erano a servizio, da una parte degli industriali del Nord e dall’altra dei proprietari terrieri del Sud, dovevano necessariamente coalizzarsi, per rovesciare l’egemonia della classe dirigente. Ruolo fondamentale per fare da collante tra questi due grandi movimenti doveva essere ricoperto dagli intellettuali.

La prigionia nelle carceri fasciste e il grande testamento dei Quaderni

Viene arrestato dopo il discorso alla Camera, l’unico della sua vita, in merito ad alcune leggi fasciste che con la scusante di colpire la massoneria, in realtà vogliono bloccare l’iniziativa delle opposizioni. Circa un anno dopo, nel 1926, Gramsci viene arrestato appena rientrato a casa da Montecitorio, in violazione dell’immunità parlamentare. Condannato dapprima a cinque anni di confino a Ustica, venne in seguito deferito e condannato a venti anni e quattro mesi di reclusione, vicino Bari. Nonostante il periodo della prigionia fosse terribile per lui, anche vista la sua già precaria condizione di salute, rifiuta sempre di fare domanda di grazia.

Circa due anni dopo l’inizio della reclusione, inizia a dedicarsi ad appunti, riflessioni, esercizi di traduzione, note di autocommento nei quaderni che gli vengono concessi dalle autorità carcerarie, e che non erano certo pensati per essere pubblicati, (sono sprovvisti anche del titolo che sarà poi aggiunto più tardi in fase di edizione). In questi scritti Gramsci approfondisce i grandi temi di cui si era già occupato precedentemente: dalla questione meridionale al dibattito con Croce, dal ruolo degli intellettuali fino alla famosa riflessione sul Risorgimento come “rivoluzione mancata”.

La raccolta del pensiero gramsciano dei Quaderni del carcere si staglia come un vero e proprio testamento di tutta l’ideologia di Antonio Gramsci, e lo porterà di diritto ad essere considerato non soltanto un uomo politico indipendente, ma anche uno tra i più grandi pensatori del secolo scorso, e negli anni ’60 travalicherà i confini nazionali riscuotendo interesse in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Nonostante continui a scrivere, le sue condizioni di salute ben presto si aggravano e viene trasferito nel carcere-ospedale di Formia; dopo alcune crisi, infine, viene ricoverato nella clinica Quisisana a Roma, dove morirà il 27 aprile del 1937, circa una settimana dopo la sua scarcerazione, scontata a dieci anni da indulti e amnistie.