Musica

Caparezza “ti fa stare bene”: dalle canzoni al palcoscenico

Con il concerto tenuto a Taranto lo scorso 18 febbraio presso il Palamazzola, in supporto al tour di presentazione del nuovo album “Prisoner 709, Caparezza ha fugato ogni dubbio, mostrando, senza tanti giri di parole, doti artistiche come pochi, rivelandosi così il miglior performer che la nostra scena musicale mainstream possa attualmente vantare.

Lo affermiamo e ribadiamo con cognizione di causa, la bravura dell’artista molfettese va oltre la singola performance live, dimostrando nel complesso un’attitudine artistica a 360 gradi. Pochi suoi colleghi contemporanei, forse nessuno, possono vantare una congenita predisposizione a districarsi con le parole con facilità disarmante e tenere, allo stesso tempo, la scena con naturalezza come il rapper pugliese, anche alla luce del problema che lo affligge oramai da diverso tempo.

Sono molteplici le qualità intrinseche dell’artista Caparezza, ma basta evidenziarne alcune per ribadire il concetto che sta alla base di quanto detto: genio della testualità e vero e proprio animale da palcoscenico.

Lo spettacolo nello spettacolo

Assistere ad un concerto di Caparezza, all’anagrafe Michele Salvemini, è un’esperienza che tutti, alla fine, dovrebbero fare, in quanto prendere parte ad una sua performance live va al di là del mero e semplice concerto dal vivo. Un concerto di Caparezza è uno spettacolo nello spettacolo. Tutto ciò che lo circonda entra a far a parte della scenografia, anche i tecnici di palco, che nel tour di “Prisoner 709” sono vestiti da corvi per meglio apparire quando il copione lo rende necessario. Sono anni che ogni sua esibizione è un evento da non dover perdere, come per ogni tour l’artista molfettese, o chi per lui, cura tutto nei minimi dettagli, dagli effetti luci ai travestimenti, in modo tale che ogni sua canzone venga sempre accompagnata da uno spettacolino in tinta con i testi da lui enunciati. Guardare per credere, come si dice in queste occasioni.

Caparezza: l’importanza dei testi

Non è la fede che ha cambiato la mia vita, ma l’inchiostro che guida le mie dita, la mia mano, il polso.

In questa frase, tratta dal brano “China town” (“Museica”, 2014), è racchiusa tutta l’importanza che Caparezza dedica all’arte della scrittura, quello che la parola scritta, e poi cantata, rappresenta per un’artista del calibro del rapper pugliese: una vita spesa a giocare con le parole forgiando testi di una certa rilevanza interpretativa.

L’estro di Caparezza risiede proprio nelle parole, nel suo essere in grado di usare e sfruttare, a proprio piacimento, riferimenti, concetti, allusioni, citazioni e quanto altro fino a raggiungere la forma finale delle sue canzoni.

Senza essere eretici, possiamo considerare Caparezza una sorta d’istrionico De Andrè dei giorni nostri, diverso nello stile ma non nei contenuti, proprio per l’importanza delle tematiche affrontate che non discriminano nessuno, e che danno voce ai diversi, agli ultimi e agli emarginati.

Caparezza può diventare anche artista scomodo per la peculiarità d’alcune tematiche affrontate nelle sue canzoni, basti pensare che qualche anno fa uno dei suoi brani più celebri come “Vieni a ballare in Puglia” è stato oggetto di critiche e soggetto alla censura perché accusato di “vilipendio al turismo di massa”.

Scorrendo la sua discografia, possiamo constatare come ogni sua canzone, affronti argomenti disparati senza scadere nella banalità. Caparezza affronta la realtà in cui viviamo con quel personale e geniale piglio ironico che lo contraddistingue, ma allo stesso tempo accusatorio, passando da un tema all’altro con disinvoltura.

Attraverso le sue canzoni più conosciute, il cantautore pugliese si fa portavoce di quella sofferenza e quell’indignazione generazionale degli ultimi venti anni. Non a caso, canzoni come “Vengo dalla luna”, “Fuori dal tunnel”, “Abiura di me”, “La mia parte intollerante”, “Io diventerò qualcuno”, “Non sono stato io”, “Legalize the Premier”, “Non me lo posso permettere” e le ultime “Ti fa stare bene” e “L’uomo che premette”, solo per citarne alcuni, sono entrate di diritto nell’ascolto quotidiano dell’ascoltatore italiano per l’importanza concettuale sviscerata dalle sue parole.

D’altra parte, per carpirne quest’importanza, basta sapere che “L’uomo che premette” è candidata al Premio Amnesty International Italia 2018, il riconoscimento riservato ai brani sul tema dei diritti umani pubblicati dai musicisti più importanti della musica italiana durante il 2017.

https://www.youtube.com/watch?v=E_9YZ1pbZsY

Inoltre, per evidenziare in pieno l’abilità sin qui descritta del cantautore Caparezza, c’è da lodarne il coraggio di aver fatto del suo “fastidioso” problema, parliamo dell’acufene di cui soffre da alcuni anni, tematica per le sue canzoni: “Nel cervello c’è Tom Morello che mi manda feedback. Hai voluto il rock? Ora tienilo, fino alla fine” (“Larsen”, da “Prisoner 709”, 2017).

Caparezza: la discografia

Per chi volesse ripercorrere la carriera discografica dell’artista pugliese riportiamo i dischi da lui pubblicati. Nell’arco di venti anni, Michele Salvemini ha pubblicato 9 album in studio, 7 sotto il nome Caparezza e 2, i primissimi dischi, sotto lo pseudonimo di Mikimix, ma questa è un’altra storia:

Tengo duro (1996)
La mia buona stella (1998)

?! (2000)
Verità supposte (2003)
Habemus Capa (2006)
Le dimensioni del mio caos (2008)
Il sogno eretico (2011)
Museica (2014)
Prisoner 709 (2017)

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Alfonso Fanizza

Storico-critico musicale, laureato al D.a.m.s. e in possesso di un Master in “Manager della gestione e organizzazione di eventi culturali e artistici”. Grande appassionato di musica, libri e cinema, con una particolare predisposizione al viaggio.
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