Musica

Faber Nostrum: l’omaggio indie a Fabrizio De Andrè

La domanda nasce spontanea: avevamo veramente bisogno dell’ennesimo tributo a Fabrizio De Andrè?
Direi proprio di no! Non necessariamente volendo far polemica, ma ritengo che questo dover per forza omaggiare, di continuo, una figura iconica e carismatica come quella del cantautore genovese, sia diventata una prassi di cui potremmo fare semplicemente a meno.

D’altra parte, se fosse ancora vivo lo stesso De Andrè sarebbe contrariato da questa ulteriore speculazione mediatica nei suoi confronti facendo prevalere lo “spirito anarchico” che tanto lo ha contraddistinto in vita e che in molti, soprattutto gli ideatori di questi tributi, ignorano o fanno finta d’ignorare scontrandosi con tutto quello che un’artista del calibro di Fabrizio De Andrè ha rappresentato.

Come se non bastasse, se proprio vogliamo dirla tutta, e forse qui un po’ di polemica ce la mettiamo, da un punto di vista prettamente musicale, salvo alcuni casi, la cosiddetta scena Itpop, che si è resa partecipe del tributo in questione, ha poco a che fare, se non proprio niente, con l’insegnamento socio-politico scaturito dalle canzoni di De Andrè.

L’eredità poetico – musicale tramandata dall’artista genovese sembra non aver attecchito nelle nuove generazioni musicali che imperterrite continuano a sfornare produzioni ben lontane dallo spirito anarchico e pacifista che hanno reso Fabrizio De Andrè uno dei capisaldi della canzone italiana.

De Andrè il “cantautore a quattro mani”

Rimarcando l’importanza che l’operato di De Andrè ha avuto all’interno della nostra scena musicale, e non solo, mi preme però puntualizzare un aspetto dell’artista che in molti ignorano, correndo il rischio di cadere, spesso, in futili considerazioni e definizioni errate sul personaggio. Un errore comune che in passato anche un personaggio decisamente rilevante come Fernanda Pivano, scrittrice, traduttrice e critica musicale, nonché amica del Faber, ha commesso, scivolando in curiosi strafalcioni nel tentativo di voler omaggiare l’amico.

De Andrè viene definito, infatti, come il “cantautore a due voci e quattro mani”. Se la definizione a “due voci” è legata al cambio di tonalità intercorsa nel modo di cantare del cantautore in un certo periodo della sua carriera, è la definizione “a quattro mani” che mi preme evidenziare. De Andrè è stato un cantautore atipico, proprio perché nel corso degli anni si è avvalso, spesso, di collaboratori per la stesura dei testi delle sue canzoni. Uno dei meriti che venivano attribuiti a De Andrè consisteva soprattutto nella sua capacità di saper fare proprie anche quelle canzoni non prettamente scritte da lui. Tralasciando le reinterpretazioni di brani di colleghi stranieri come Brassens, Dylan o Cohen, per citarne alcuni, in diversi casi, il cantautore genovese ha collaborato anche a stretto contatto con altri cantautori come Fossati e De Gregori, ed altre volte anche interpretando canzoni altrui in cui il suo contributo alla stesura è stato minimo, se non proprio inefficace.

Riprendendo il discorso sul tributo, leggendo le definizioni che gli vengono attribuite, De Andrè è considerato come poeta, pensatore o punto di riferimento fondamentale per intere generazioni, appellativi giustissimi ma spesso avvalorati da esempi sbagliati.

Il voler tributare un’artista come De Andrè è un discorso abbastanza complicato per spiegarlo in poche righe, anche per i motivi sopra elencati. Bisognerebbe, effettivamente, studiarne la discografia ed esaminarla pezzo per pezzo se si vuole fare una cosa fatta bene e con criterio.

Se proprio vogliamo definirla tale, la critica è indirizzata, diciamo, oltre alla rappresentanza di alcuni artisti, anche verso la scelta delle canzoni reinterpretate. È lecito domandarsi sulla base di quale criteri sono state scelte determinate canzoni al posto di altre. Se esaminiamo la track – list del tributo, scorgiamo alcune canzoni che sebbene racchiudano in sé l’essenza della poetica “deandreaina” non sono state scritte da lui, canzoni come “Se ti tagliassero a pezzetti” e “Hotel Supramonte” sono state scritte, infatti, interamente dal cantautore Massimo Bubola. Altre canzoni come “Canzone per l’estate”, “Verranno a chiederti del nostro amore”, “Smisurata preghiera”, “Fiume Sand Creek” e “Cantico dei drogati” sono state, invece, scritte a quattro mani, o “Il suonatore Jones” è il riadattamento di un testo letterario (“Spoon River” di Edgar Lee Masters).

Quindi, alla fine dei conti, una maggiore conoscenza del soggetto in questione non guasterebbe di certo.

FABER-NOSTRUM

Il tributo dell’indie italiano

Come già accennato, “Faber nostrum” è il tributo realizzato da quella che, a tutti gli effetti, e direi purtroppo, viene definita la nuova scena indie italiana, o meglio conosciuta come Itpop. Una manciata di artisti della nuova scena musicale hanno voluto omaggiare il cantautore genovese, come già molti altri hanno fatto in passato, reinterpretando alcune delle canzoni “scritte (!?!)” dall’artista ritenute tra le più rappresentative della sua “straordinaria” carriera.

Tra queste abbiamo già potuto ascoltare “Canzone dell’amore perduto” rifatta da Colapesce, “Verranno a chiederti del nostro amore” di Motta e “Inverno” dei Ministri. Ecco la track – list completa del disco che uscirà venerdì 26 aprile:

Gazzelle – Sally
Ex-Otago – Amore che vieni, amore che vai
Willie Peyote – Il bombarolo
Canova – Il suonatore Jones
CIMINI feat. Lo stato sociale – Canzone per l’estate
Ministri – Inverno
Colapesce – Canzone dell’amore perduto
The Leading Guy – Se ti tagliassero a pezzetti
Motta – Verranno a chiederti del nostro amore
La Municipàl – La canzone di Marinella
Fadi – Rimini
The Zen Circus – Hotel Supramonte
Pinguini Tattici Nucleari – Fiume Sand Creek
Artù – Cantico dei drogati
Vasco Brondi – Smisurata preghiera

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Alfonso Fanizza

Storico-critico musicale, laureato al D.a.m.s. e in possesso di un Master in “Manager della gestione e organizzazione di eventi culturali e artistici”. Grande appassionato di musica, libri e cinema, con una particolare predisposizione al viaggio.

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