Cinema

“Fai bei sogni” di Marco Bellocchio: Recensione del film

“Fai bei sogni.” Con questa frase Rosaria Pastore era solita ad augurare la buonanotte a suo figlio Massimo. Quello che però il piccolo Massimo non immagina è che sognerà ad occhi aperti per tutta la vita, rimuovendo i ricordi troppo dolorosi e sostituendoli con immagini più rassicuranti. E’ il 31 dicembre del 1969 quando la madre di Massimo decide di suicidarsi. Massimo si rifiuta di vedere questo suicidio. Si rifiuta di guardare oltre gli inganni dei grandi per non procurargli dolore, preferendo invece fare bei sogni.

Anche divenuto adulto, guardandosi indietro, si rifiuta di cogliere la verità dentro una bugia: una madre e un figlio soli in casa. Lui che fa i compiti in cucina, lei che balla per lui e poi, all’improvviso, si ferma come colta da un brutto presentimento, forse presagisce il proprio destino. Ma Massimo sottovaluta questo segnale e ricorda soltanto scene di perfetta vita domestica.

Dall’omonimo romanzo autobiografico di Massimo GramelliniMarco Bellocchio dirige Fai bei sogni, un film sul rifiuto del dolore. Perché scegliere il romanzo di Gramellini? Perché si toccano temi che hanno accompagnato la sua filmografia da I pugni in tascaGli occhi, la bocca,  ma soprattutto L’ora di religione e Vincere, con cui il film sembra avere molto in comune. Come Chiara di Buongiorno, notte, Massimo (Valerio Mastandrea) vive in uno stato sospeso tra il sonno e la veglia, pur a stretto contatto con una dolorosa realtà. Non è l’amore che è mancato a Massimo, quanto piuttosto la verità. La  verità che si cela dietro alle immagini in mogano lucido di un appartamento borghese.

La sua infanzia non è una cartolina sbiadita, ma un immagine arricchita da un colore innaturale. Quella incarnata da questo personaggio è una generazione orfana, abbandonata a sé stessa, messa di fronte alla disillusione. Sono stati i loro padri a creare queste illusioni, a spingerli a non vedere, come testimonia una scena in cui la madre di Massimo gli copre gli occhi di fronte ad una scena di suicidio di un film. Non vedere per non conoscere. Non conoscere per salvarsi. Ma senza questa conoscenza Massimo non è salvo, è incompleto e lo sarà per tutta la vita, fino al giorno in cui non incontra Elisa (Bérénice Bejo).

Bellocchio prende la storia di Gramellini e la ri-racconta come se fosse la sua, realizzando il suo film più cupo, pieno di rimandi, di confronti con il passato. E cosa è stato il passato se non un bel sogno?

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Claudio Rugiero

Laureato in DAMS all'Università degli Studi di Torino e diplomato in Filmmaking presso la Scuola Holden, ha frequentato diversi workshop di sceneggiatura e critica cinematografica, formando la sua esperienza anche presso alcuni Festival cinematografici (Torino, Bobbio e Venezia). Già redattore presso "Darkside Cinema" e "L'Atalante", è autore di racconti, soggetti e sceneggiature, nonché regista di un cortometraggio, "Interno familiare". Nel 2016, un suo soggetto per lungometraggio è stato tra i finalisti al Pitch in The Day- Concorso Opere prime.
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