Cinema

Golden Globe 2019: Bohemian Rhapsody miglior film drammatico

Si dice che i Golden Globe siano l’anticamera degli Oscar, un modo per capire in quale direzione si muoveranno le scelte dell’Academy per la prossima edizione. Quello che è certo da diversi anni a questa parte, però, è che i Globi d’Oro premino ciò che gli Oscar potrebbero ignorare, permettendo così a tutti di aver un riconoscimento equo. I Golden Globe sono assegnati dalla Hollywood Foreign Press Association, di cui fanno parte i giornalisti internazionali esperti di cinema e tv: i vincitori vengono decisi in base al voto di circa 90 tra di loro.

Sul palco del Beverly Hills Hotel, a presentare la cerimonia di assegnazione del ‘Globo d’Oro, sono stati Sandra Oh e Andy Samberg. Una scelta non casuale se si pensa che tutta la manifestazione si è svolta all’ insegna della diversità, dei diritti dei migranti, degli omosessuali, della lotta al razzismo nei confronti degli afroamericani. Infatti va ricordato che proprio Sandra Oh vinse questo premio nel 2006 con la serie tv Grey’s Anatomy, entrando così nella storia come la prima attrice asiatica a ricevere una nomination ai Golden Globe. Mentre Andy Samberg lo ha ricevuto nel 2014 per la sua interpretazione nella sitcom Brooklyn Nine-Nine. 

I Premi

Doppio premio, un po’ a sorpresa, per Bohemian Rhapsody, il film exploil della stagione che ha vinto come miglior film drammatico e anche per il miglior protagonista a Rami Malek nel ruolo di Freddie Mercury: “Ho fatto parte di una famiglia con questo film” ha detto dal palco dove è salito dopo aver abbracciato Brian May.Grazie ai Queen, a te Brian May e a te Roger Taylor perché avete garantito autenticità e inclusività nella musica, nel mondo e in tutti noi. Grazie a Freddie Mercury di avermi dato la gioia di una vita, sei un uomo bellissimo e io ti amo”. Rami Malek era accompagnato dalla fidanzata Lucy Boynton che nel film interpreta il ruolo di Mary Austin.

La miglior commedia è stata giudicata Green Book, la storia vera di un’amicizia tra il buttafuori italoamericano del Bronx Tony Lip (interpretato da Viggo Mortensen) e il pianista jazz afroamericano Don Shirley nell’ America razzista degli anni sessanta. Mahershala Ali, che interpretava Shirley, è stato premiato come migliore attore non protagonista e il film ha vinto anche il riconoscimento per la miglior sceneggiatura. A ritirarlo sono stati Nick Vallelonga, figlio del personaggio interpretato da Mortensen, il regista Peter Farrelly e Brian Currie. “Questa storia – ha detto Farrelly – mi ha dato speranza; noi tutti possiamo farcela. Abbiamo bisogno di parlare e non di giudicare, dobbiamo cercare i punti che abbiamo in comune: amare e essere amati”.

Il miglior film non in lingua inglese è Roma di Alfonso Cuarón che ritirando il premio ha fatto un discorso politico: “Il cinema è per costruire ponti e abbattere muri, questi nuovi volti del cinema – ha detto facendo riferimento alla sua protagonista Cleo, ispirata alla sua tata di origine india – anche se diversi ci fanno capire quanto invece sono familiari e ci fanno capire quanto abbiamo in comune. Grazie famiglia, grazie Messico” ha aggiunto in spagnolo. Alfonso Cuarón ha vinto anche come miglior regista: “Mi sento un traditore perché io non ho fatto altro che assistere alla bellissima recitazione di queste giovani attrici e perché credo che questo film sia stato diretto da mia mamma e dalla mia famiglia”.

La prima statuetta come miglior attore di una serie in forma di commedia è andata a Michael Douglas per la serie tv Netflix The Kominsky Method, dal palco l’attore, 75 anni il prossimo settembre, ha ringraziato il suo “sparring partner” Alan Arkin, la moglie Catherine Zeta-Jones e ha detto che consegnerà la statuetta al padre Kirk di 102 anni. La serie è stata giudicata anche la migliore per la categoria commedia. Il miglior cartoon è Spider-Man – Un nuovo universo, su un nuovo supereroe Miles, il giovane “super” che prende il testimone di Peter Parker e punto dal ragno radioattivo sviluppa i noti poteri. Dietro al film d’animazione c’è la matita italiana Sara Pichelli.

Dopo un primo assaggio sul fronte cinema si ritorna a premiare le serie tv: la migliore drammatica è The Americans. Lo show è l’avvincente e storicamente accurato racconto dell’America della Guerra Fredda è alla sua sesta stagione. Mentre Richard Madden ha vinto il riconoscimento come miglior attore in una serie tv drammatica per BodyguardBen Whishaw ha vinto come miglior attore non protagonista nella serie A very english scandal, miniserie inglese sulla storia del deputato liberal Jeremy Thorpe che dovette affrontare lo scandalo di veder rivelata la sua relazione gay al mondo politico, nel dopo cerimonia Whishaw ha detto alla stampa che si augura che sempre più ruoli di eterosessuale vengano affidati a gay: “Credo che gli attori possano interpretare e incarnare qualsiasi cosa”. Patricia Arquette si è aggiudicata la statuetta per la migliore attrice in una miniserie drammatica con il suo ruolo inEscape at Dannamora, che racconta la vicenda vera del piano di fuga che nel 2015 permise a due detenuti di evadere per la prima volta nella storia dalla più grande prigione di massima sicurezza di New York. Rachel Brosnahan è la migliore attrice in una commedia o musical tv con La fantastica signora Maisel.

Un momento emozionante, con standing ovation e tutta la platea dei Golden Globe in piedi ad applaudirla, è stata la consegna del Carole Burnett Award alla grande comica americana. “Sono rimasta tramortita, devo accettarlo tutti gli anni? – ha scherzato l’attrice classe 1933 – con la mia nonna andavo al cinema tutti i giorni e poi da ragazzina quando abbiamo avuto la tv mi sono innamorata di un altro mezzo, ma quello che mi piaceva era vedere quelle star fare ridere e piangere e il mio sogno sarebbe stato farlo anch’io. L’ho fatto con uno show comico che mezzo secolo dopo evidentemente fa ancora presa sul pubblico”. Un altro premio alla carriera è andato a Jeff Bridges, il Drugo, “è stato un onore far parte di quel film dei fratelli Coen” che sul palco ha ricordato molti protagonisti della sua lunga carriera tra cui Michael Cimino. Emozionante anche l’arrivo sul palco, insieme a Emily Blunt, di Dick Van Dyke per presentare Il ritorno di Mary Poppins.

Delusione invece per A Star is Born, candidato a 5 premi ma che si deve accontentare di quello alla migliore canzone, Shallow cantata da Lady Gaga che, commossa, è salita sul palco insieme a Mark Ronson, Anthony Rossomando e Andrew Wyatt e dopo essersi ripresa dall’emozione ha detto: “Da donna che fa musica è difficile farsi prendere sul serio, questi tre uomini speciali mi hanno aiutato e sostenuto e Bradley, questo è per te”.

Miglior attore per una commedia è stato giudicato Christian Bale per il suo lavoro mimetico su Dick Cheney nel film Vice – L’uomo nell’ombra che ha citato “Satana” come sua fonte di ispirazione per il ruolo.

Regina King ha vinto il premio come miglior attrice non protagonista per il suo ruolo di madre in “Se la strada potesse parlare” L’attrice dal palco ha ringraziato il regista: “Mio figlio mi ha detto che per la prima volta ha visto sé stesso sullo schermo. Io da oggi per i prossimi due anni voglio prendermi un impegno, so che sarà difficile da rispettare ma tutto quello che farò sarà al 50% realizzato da donne e io voglio sfidare chi è in una posizione di potere, e non parlo solo nel settore cinematografico, di venire dalla nostra parte”.

Glenn Close è arrivata a quota terza statuetta dei Golden Globe per il miglior film drammatico nel film The Wife – Vivere nell’ombra, in cui interpreta una donna che per quarant’anni ha sacrificato il proprio talento e i propri sogni, lasciando che il marito, l’affascinante e carismatico Joe (Jonathan Pryce), si impadronisse della paternità delle sue opere. Finché alla vigilia del premio Nobel conferito al marito per la sua apprezzata produzione letteraria tutto questo diventa per lei insopportabile: “Questo personaggio mi ha ricordato mia madre che arrivata a 80 anni pensava di non aver realizzato nulla. Le donne hanno la missione di nutrire i figli e stare accanto ai loro partner, ma noi donne dobbiamo dare corpo ai nostri sogni, non dimentichiamoli”

 

 

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Antonio Caporaso

Antonio Caporaso è nato a Salerno, vive a Portici. Laureato in Giurisprudenza, è fotoreporter dal 1990. Insieme con Jacopo Naddeo, dal 2016 ha costituito un laboratorio per le arti fotografiche in Pellezzano (Sa). Ha partecipato a numerose mostre e concorsi fotografici. Scrive libri e collabora con alcune riviste e case editrici nazionali.

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