Intervista ad Alberto Salerno: “Ecco la mia Officina della musica e delle parole”

La carriera e gli ultimi progetti di Alberto Salerno, grande autore della musica leggera italiana.

Definire Alberto Salerno con un solo titolo è praticamente impossibile, ha iniziato a metà degli anni ’60 come paroliere scrivendo canzoni che sono entrate di diritto nel firmamento della musica leggera italiana (da “Io vagabondo” a “Lei verrà”, passando per “Bella da morire”, “Donne”, “Terra promessa”, “Senza pietà” e tante altre), per poi intraprendere la strada di produttore discografico insieme a sua moglie Mara Maionchi.

Da qualche tempo, la sua esperienza e il suo estro hanno dato vita all’Officina della musica e delle parole, un laboratorio che supporta i giovani e la loro creatività. Un impegno attivo e costante all’interno della discografia, sotto molteplici vesti, che lo hanno portato ad essere considerato oggi come uno dei più grandi esperti e conoscitori di musica. Lo abbiamo incontrato per voi, scoprendo quali sono i momenti più importanti della sua vita artistica, oltre che i suoi nuovi obiettivi e progetti professionali.

Cinquant’anni immersi nella musica. Ad oggi, qual è il suo personale bilancio? “Più che positivo. Ho iniziato come autore nel lontano ’65, mio papà Nicola è stato un grande paroliere, noto con lo pseudonimo di Nisa, ma è stato determinante per me l’incontro con Mogol, che mi ha impostato. Il primo vero successo è arrivato nel ’68, con la canzone ‘Avevo un cuore’ di Mino Reitano, un artista che ricordo con grande tenerezza e che ringrazierò per sempre, perché con gli introiti di quella canzone ho comprato la mia prima automobile. Altro grande artista con il quale abbiamo fatto la storia è Pino Mango, il più grande cantante con cui abbia lavorato che, purtroppo, non è stato capito e apprezzato per come meritava. I nomi sono tantissimi e non possiamo citarli tutti, ma diciamo che nella seconda parte della carriera mi sono dedicato con Mara all’attività di produttore scoprendo, tra i tanti, anche Tiziano Ferro. Oggi come oggi riconosco più la stessa avanguardia che esprimeva con noi agli esordi, il suo talento non è in discussione ed è rimasto immutato, ma la sua debolezza è quella di essere diventato un po’ troppo popparolo”.

Cosa ci racconta, invece, di questa sua nuova carriera 3.0? “Pur amando e rimanendo all’interno della musica, ho deciso di mettere da parte quello che è un po’ il protagonismo dell’artista per dedicarmi ai giovani. Ho sempre avuto un occhio di riguardo per loro, soprattutto con le difficoltà di oggi, mi sono reso conto che ci sono un sacco di ragazzi talentuosi che non hanno la possibilità di entrare a contatto con professionisti con i quali confrontarsi. C’erano in giro dei laboratori, come il CET di Mogol, ma tutti a pagamento e l’idea che uno debba corrispondere denaro per dei consigli a me, personalmente, non è mai piaciuta. Una cosa è firmare un pezzo, l’altra è esprimere un semplice parere. Così ho contatto altri sette miei autorevoli colleghi, tutta gente di primo piano, e abbiamo deciso di creare l’Officina della musica e delle parole, dove selezioniamo la gente che ci spedisce online i propri file, per incontrarli nella nostra sede di Milano. Non solo, riusciamo anche a garantire delle borse di studio, mediante il pagamento del viaggio e del soggiorno, per tutti coloro che risiedono altrove. Non è che se uno abita a Reggio Calabria deve essere penalizzato, per questo attingiamo a dei finanziamenti regionali, essendo noi un’associazione no profit. Più di questo non saprei proprio cos’altro inventarmi”.

Da qualche tempo è molto attivo nella divulgazione della musica italiana, analizzando sul web alcune della canzoni più belle. Ce n’è una di queste che avrebbe voluto scrivere lei? “Più che un’analisi è per me un vero e proprio viaggio nelle canzoni. Tutte le canzoni che ho raccontato, in realtà, avrei voluto scriverle io. Non ho mai avuto un problema di gelosia, ma nutro una sana invidia nei confronti dei miei colleghi e dei cantautori. Sul piano artistico io non ho problemi, come in tanti hanno di ammettere che qualcun altro è bravo per il timore di sminuire se stessi, di questo non me ne frega niente. Sono testi che io amo, lo faccio molto volentieri e non mi pesa. ‘Genova per noi’ di Paolo Conte mi fa impazzire, ma anche ‘Splendido splendente’ della Rettore è un testo attualissimo, che oggi fa il mazzo a tanti altri che circolano in giro”.

A quale decennio è maggiormente legato sia personalmente che a livello di produzioni? “Ricordo con molta nostalgia la mia giovinezza, per cui il mio decennio preferito va dal ’65, quando ho iniziato ufficialmente a lavorare, fino al ’75. Anche se i grandi successi, in effetti, sono arrivati dopo, considero per me più importanti questi anni, quelli della mia crescita personale”.

Il suo più grande successo è indubbiamente “Io vagabondo”, che rimane ancora oggi uno dei brani più belli mai stati scritti. Com’è nata questa canzone? “Una canzone che ha fatto la storia, che è passata attraverso tante generazioni, calcola che è uscita nel ’72 ed è invecchiata con me. E’ diventato come un inno e per questo bisogna ringraziare Beppe Carletti, leader dei Nomadi che ha tenuto in piedi la bandiera del gruppo nonostante lo scorrere del tempo ed il cambiamento dei suoi componenti”.

Eros Ramazzotti e Zucchero sono, tra gli artisti con il quale ha collaborato, tra i pochi che sono riusciti portare la musica italiana nel mondo. Qual è stato, secondo lei, il loro valore aggiunto e perché si fatica così tanto a portare in giro la nostra arte? “Oltre quelli che citi anche Laura Pausini e Raffaella Carrà sono molto famose all’estero. I motivi sono molteplici, secondo me bisognerebbe avere il coraggio di ricominciare a scrivere un certo tipo di canzoni, orecchiabili e cantabili come una volta. Poi ci vuole anche il personaggio, insomma, è difficile poterti dare una ricetta”.

Lei fa un utilizzo culturale della rete, ma a livello generale, secondo lei, il web è più un valore aggiunto o un fardello per la discografia? “Per chi lo sa usare è un vantaggio, perché ci sono fior di artisti che stanno venendo fuori senza il bisogno delle case discografiche. Il web va utilizzato ma bisogna saperlo usare, ma non è così semplice. E’ un lavoro. Nella discografia ormai si parla più di visualizzazioni che di vendite, la musica ormai sembra più che si veda e non che si ascolti. Credo che bisognerebbe tornare ad un criterio di qualità musicale, che esca un pochino dai canoni tradizionali, tentando di utilizzare la rete per quella che è: un’arma molto potente, ma anche pericolosa. Internet è stata la fonte principale della pirateria, ma guardiamola sotto un altro aspetto… sono sempre di più gli artisti che utilizzano il web come vetrina in modo che siano poi le grandi case discografiche a bussare alla loro porta”.

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica e spettatore interessato di tutto ciò che è intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.