Trump riconosce Gerusalemme: affronto alla Palestina

Trump ha deciso, applicando una vecchia legge, di spostare l'ambasciata USA a Gerusalemme rischiando di far scoppiare una polveriera. Ad avere la peggio saranno i manifestanti palestinesi che già hanno annunciato tre giorni di protesta.

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Trump sposterà l’Ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme, questo l’annuncio che da ore sta mettendo in allerta i governi di mezzo mondo. Da Washington si è deciso di applicare una legge votata ma dormiente da più di venti anni.

Nel 1995 il Congresso votò il “Jerusalem Embassy Act” con possibilità di prevedere deroghe alla norma da rinnovare due volte l’anno. La definizione più esatta è di “legge minaccia”, ovvero una legge promulgata da usare quando le dinamiche geopolitiche l’avrebbero richiesto.

 

È quindi facile capire che il vero problema non è il trasloco dell’Ambasciata o il riconoscimento di una capitale contesa ma il fatto che si sia creato il contesto per rompere definitivamente i rapporti con il mondo arabo.

Blindare Israele per sfidare Iran: la strategia di Trump

La Palestina, come Israele d’altra parte, è un territorio dove storicamente due superpotenze si sono scontrate e continuano a scontrarsi. Una volta si chiamava URSS, ora si chiama Russia.

Trump ha evidentemente sentito il bisogno di polarizzare lo scontro in Medio Oriente in modo da “blindare” lo storico alleato Israele. D’altronde con la Siria saldamente in mano di Putin e l’Iran entrato nella lista nera degli Stati Uniti, il rischio di perdere l’egemonia in zona mediorientale, già in bilico a causa dei tentennamenti di Obama, è altissimo.

“Uno stato, due stati? Decidete voi”, così a maggio il Presidente Trump ha fatto intendere di non essere interessato a porsi come garante della mediazione, ruolo da sempre ricoperto dalla Casa Bianca.

Ma ha anche fatto intendere che qualsiasi mossa di Israele, comprese nuove occupazioni, non sarebbero state sanzionate in sede ONU per via del diritto di veto che gli USA avrebbero sicuramente esercitato.

I problemi quindi, diventano due. In primis è da tenere sotto osservazione la polveriera che rischia di esplodere a causa di strategie militari e geopolitiche. Il secondo, a più immediata rilevanza, è la reazione che i Palestinesi opporranno a quello visto come atto di forza.

Gerusalemme, al via giorni di tensione

Sarebbe l’ennesimo momento di grave tensione che va ad aumentare da mesi. A partire dall’incidente alla Spianata delle Moschee di quest’estate. Ne sono così coscienti anche gli Stati Uniti da chiedere ai propri cittadini di non recarsi a Gerusalemme Est per nessun motivo.

Il leader palestinese Abu Mazen ha già avuto colloqui con il Papa per tentare di mediare politicamente la situazione. Ma è inevitabile che il popolo Palestinese rinunci a protestare: tre giorni di manifestazioni sono già in programma, e la volontà del premier israeliano di inviare rinforzi in Cisgiordania non fa sperare bene.