Paolo Borsellino, 26 anni fa la strage di via D’Amelio

La lotta alla mafia ed una vita di attivismo per mantenere vivo il ricordo di uomini come Falcone e Borsellino

Nell’Italia delle ombre, dei misteri, degli affari celati, ventisei anni fa si verificava il più crudo dei misfatti. L’attentato contro Falcone, quello poi contro Borsellino erano il chiaro segnale d’allarme che la lotta alla mafia fosse tutt’altro che un gioco. Dietro alle scrivanie dei propri uffici, per la prima volta, esistevano due uomini che non avrebbero mai avuto a che fare con il nemico. Le squadre dei magistrati di Palermo, il nemico, l’avrebbero affrontato a muso duro fino all’ultimo grammo di tritolo. Lo racconta Angiolo Pellegrini, generale dell’Arma dei carabinieri e comandante dell’antimafia di Palermo dal 1981 al 1985. Uomo di fiducia del pool, spalla di Falcone, artefice delle più compiute indagini su Cosa Nostra, scrive in “Noi, gli uomini di Falcone” (2015): “La voce atterrita di mio figlio dall’altro lato del telefono fu una secchiata d’acqua gelida” continua “Le prime immagini alla televisione dell’autostrada saltata in aria, lo sconcerto generale per un massacro di proporzioni mai viste. Le preghiere, le bestemmie, l’accavallarsi di comunicazioni e notizie frammentarie, fino a quella finale, senza appello: sono tutti morti”.

Ed era solo il primo dei vuoti incolmabili lasciati dalla violenza inesauribile delle iniziative di Cosa Nostra. Solo due i mesi che separano la strage di Capaci da quella in via D’Amelio. Cinquantasette giorni dopo Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Limuli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina furono uccisi dall’esplosione di una Fiat 126 imbottita di esplosivo e parcheggiata dalla mafia sotto casa della madre del magistrato, in via Mariano D’Amelio 21, dove il giudice, quella domenica pomeriggio del 19 luglio 1992, si era recato in visita. Il boato non fu che l’urlo assordante di una sconfitta immeritata, per quei due eroi che si sentivano già tempo addietro “morti viventi”. Le battaglie di Falcone e Borsellino in vita, d’altronde, erano la maratona ad ostacoli contro un sistema sconfinato di marciume. La triste verità di un ordigno diabolico che fermentava nei meandri dello Stato e che oggi, ventisei anni dopo, si scopre “uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”. Ma alla tragedia di quel diciannove luglio non è concessa chiarezza e i nomi imputati risalgono secondo le indagini a: Giuseppe Graviano, i fratelli Graziano, legati alle famiglie Madonia e Galatolo di Cosa Nostra, il poliziotto Giovanni Aiello, conosciuto come “faccia da mostro” e presente nelle più note scene del crimine risalenti all’organizzazione mafiosa palermitana, per di più accusato di aver azionato il telecomando che avrebbe indotto l’esplosione mortale.

Giorni che sembrano non essere mai trascorsi, che immobili si abbandonano con un seguito di amarezza nei più vivi ricordi italiani. Perché Falcone e Borsellino erano e sono oggi il simbolo di una nazione che combatte e non si arrende dinnanzi alla criminalità organizzata. Nella nauseante convergenza di interessi tra Cosa Nostra e i più grandi centri di potere statale, i magistrati, vittime stesse del Paese che andavano difendendo a spada tratta, erano il temibile nemico da eliminare. Erano giustizia, onestà, civiltà, libertà. Ma Paolo Borsellino, che dichiarava “Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo”, questo lo sapeva beneNon avevano paura, ma la incutevano a chi corrompeva nel quotidiano la purezza e la bellezza dell’Italia dei giovani, loro che per la nostra terra disgraziata pretendevano il profumo di libertà che facesse rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.