Attualità

Coronavirus, quando arriva il picco dell’epidemia?

Virologi e infettivologi avrebbero individuato il lasso di tempo in cui l’epidemia del coronavirus COVID-19 raggiungerà il picco massimo

La silenziosa ascesa del coronavirus COVID-19 è stato un fulmine a ciel sereno che nessuno si aspettava di dover fronteggiare. Un nemico invisibile capace di mandare in disuso diversi Stati, non preparati a questo exploit e di cui sta mettendo a dura prova il tessuto sanitario, sociale, economico e politico.

Tutto è cominciato intorno a metà dicembre 2019, quando le autorità sanitarie di Wuhan, capitale della provincia di Hubei in Cina, hanno riscontrato i primi casi di pazienti che mostravano i sintomi di una “polmonite di causa sconosciuta“. Il gruppo era collegato al mercato locale del pesce, composto da bancarelle in cui si vendevano anche polli, fagiani, pipistrelli, marmotte, serpenti, cervi macchiati e organi di altri animali selvatici.

Inizialmente s’ipotizzava infatti che si trattasse di un nuovo coronavirus proveniente da una fonte animale, altrimenti nota come “zoonosi”. Teorie e ipotesi a parte, il ceppo responsabile è stato identificato successivamente nei primi giorni di gennaio 2020 e designato SARS-CoV-2, oppure conosciuto come “Nuovo Coronavirus di Wuhan“. Il suo genoma è stato pubblicato postumo il 10 gennaio.

L’11 febbraio 2020 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha annunciato il nome ufficiale della malattia: “COVID-19”. La nomenclatura “COVID-19”, ha spiegato il direttore Tedros Adhanom Ghebreyesus, sta per CO-rona, VI-rus e Di-sease (malattia), mentre il numero “19” è l’anno in cui l’epidemia è stata identificata per la prima volta, ossia il 31 dicembre 2019.

Nessuno si sarebbe aspettato un’impennata così eclatante del COVID-19 in Europa, manifestatosi per la prima volta in Italia il 30 gennaio, quando una coppia di turisti cinesi era risultata positiva al virus SARS-CoV-2 a Roma. Un successivo focolaio si è poi registrato il 21 febbraio con 16 casi confermati in Lombardia, aumentati a 60 il giorno successivo con i primi decessi segnalati negli stessi giorni.

Da lì in poi un drastico aumento con un bilancio mostruoso che inaspettatamente ha collocato l’Italia rispettivamente al secondo posto per numero di infezioni al mondo, dopo la Cina, e al primo per numero di casi attivi e di decessi.

È ipotizzabile assurgere a ipotesi circa il periodo temporale in cui il virus toccherà il suo picco, ma trattasi pur sempre di ipotesi e asserzioni che mutano giornalmente.

Cosa è il coronavirus COVID-19

Il coronavirus deve la sua denominazione alle punte a forma di corona presenti sulla superficie. Comunque sia, si parla di coronavirus al plurale in quanto appartenenti ad un’ampia famiglia di virus respiratori che sono in grado di comportare diverse tipologie di malattie, i cui sintomi possono variare da un semplice raffreddore a una pericolosa patologia respiratoria come la SARS (Sindrome Respiratoria Acuta Grave) o la MERS (Sindrome Respiratoria Mediorientale).

Di norma, i coronavirus sono comuni in diverse specie animali, come ad esempio cammelli e pipistrelli, e raramente si evolvono e infettano l’essere umano, per poi diffondersi nella popolazione. Si tratta naturalmente di un fenomeno da non sottovalutare e i suoi risvolti virali lo dimostrano in questo periodo.

Quando si parla di ‘nuovo coronavirus‘ si allude ad un novizio ceppo che non è mai stato precedentemente identificato nell’uomo. In particolare, nulla si sapeva di quello denominato all’inizio dell’epidemia come 2019-nCov, poi segnalato a Wuhan a dicembre 2019.

Nella prima metà di febbraio l’International Committee on Taxonomy of Viruses (ICTV), che si occupa della designazione e della denominazione dei virus (quindi specie, genere, famiglia e così via), ha assegnato al nuovo coronavirus il nome definitivo di “Sindrome respiratoria acuta grave coronavirus 2“, abbreviato in SARS-CoV-2. Il nuovo coronavirus, secondo l’équipe di scienziati che ha analizzato il ceppo, è imparentato col virus che provocato la SARS (SARS-CoVs). Per tale motivo è stato scelto il nome di SARS-CoV-2.

Fatta la premessa di base, affrontare il coronavirus vuol dire tenere conto di aspetti importanti come:

  • sintomatologia;
  • trasmissione;
  • periodo di incubazione.

La sintomatologia da contagio da coronavirus

I sintomi variano dai casi più comuni a quelli più gravi. Nel primo caso rientrano febbre, tosse e difficoltà respiratorie, mentre in quello più grave si può incorrere in patologie più serie come polmonite, sindrome respiratoria acuta grave, insufficienza renale e persino la morte.

I sintomi relativi al coronavirus includono nello specifico:

  • mal di testa;
  • naso che cola;
  • gola infiammata;
  • tosse;
  • febbre;
  • malessere fisico.

La trasmissione del contagio

Essendo un nuovo virus respiratorio, esso si diffonde principalmente mediante il contatto con le goccioline del respiro delle persone infette. Per ulteriori delucidazioni è consigliabile consultare il sito del Ministero della salute (link qui).

Tutto questo si esplica attraverso:

  • contatti diretti personali;
  • saliva;
  • tosse;
  • starnuti;
  • mani: ad esempio quando si tocca con le mani non ancora lavate bocca, naso oppure occhi.

Il contagio può avvenire di rado tramite contaminazione fecale ma la più pericolosa rimane quella respiratoria.

Occorre chiarire un aspetto importante: ossia, le malattie respiratorie non si trasmettono con gli alimenti, sebbene sia doveroso rispettare le buone pratiche igieniche ed evitare il contatto fra alimenti cotti e crudi. Dunque per combattere il virus sono state disposte una serie di precauzioni basate tutte sulla corretta igiene delle superfici e delle mani. A tal proposito sono consigliabili l’uso di disinfettanti contenenti alcol (etanolo) al 75% o a base di cloro all’1% (candeggina), mascherine e guanti.

Il periodo d’incubazione del nuovo coronavirus

Il periodo d’incubazione varia tra 2 e 14 giorni.

Lo stato pandemico

La dichiarazione dello stato di pandemia in merito al contagio da coronavirus COVID-19 è avvenuto l’11 marzo. Il direttore dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus aveva spiegato nel corso di un briefing a Ginevra che il COVID-19 “può essere caratterizzato come una situazione pandemica”, con “aumentata e prolungata trasmissione del virus nella popolazione generale”.

La sua escalation a livello globale è stata davvero impressionante, propriamente pandemica. Per comprendere meglio l’enfasi pandemica del virus, occorre scavare nell’etimologia stessa del termine ‘pandemia‘, derivante dal greco ‘pan-demos’ e allude al significato di “tutto il popolo”. L’Oms ha specificato infatti che la pandemia è “la diffusione mondiale di una nuova malattia”, per la quale le persone non hanno immunità. Tale malattia infettiva dev’essere non solo contagiosa ma comportare al contempo un elevato tasso di mortalità.

Nell’accezione classica, essa si configura come “un’epidemia che si verifica in tutto il mondo o su un’area molto ampia, attraversando i confini internazionali e di solito colpendo un gran numero di persone” la quale, ha ribadito l’epidemiologo australiano Heath Kelly, “non include nulla sull’immunità della popolazione, la virologia o la gravità della malattia”. L’epidemiologo ha chiarito poi che “una vera pandemia di influenza si verifica quando la trasmissione quasi simultanea avviene in tutto il mondo. Le epidemie stagionali non sono considerate pandemie”.

La pandemia contempla a sua volta sei fasi individuate dall’Oms:

  • Fase 1: il rischio è basso;
  • Fase 2: il rischio che il virus influenzale diffuso negli animali si possa trasmette nell’uomo;
  • Fase 3: un nuovo sottotipo di virus infetta l’uomo, ma non si registra la trasmissione diretta della malattia da persona a persona;
  • Fase 4: limitata trasmissione da uomo a uomo e la cui diffusione è localizzata poiché il virus non si è adattato ancora bene alla specie umana;
  • Fase 5: si tratta di un “rischio pandemico sostanziale” poiché il virus si adatta alla specie umana sebbene la sua trasmissione da uomo a uomo risulti ancora localizzata;
  • Fase 6: indica lo “stato di pandemia” vero e proprio, in cui il virus si trasmette in tutta la popolazione.

La gestione della pandemia

Gestire la pandemia è un evento tanto importante quanto complesso. De facto, le persone che presentano una sintomatologia connessa al coronavirus COVID-19 devono allertare il numero di emergenza 112 anziché recarsi direttamente in ospedale, al fine di limitare la diffusione della malattia.

Inoltre il Ministero della Salute ha fornito un sito web e un numero telefonico (1500) con cui le persone possono ottenere maggiori dettagli e informazioni sulla situazione della pandemia di coronavirus in Italia, nonché segnalare casi sospetti. In collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità (ISS), è stato anche pubblicato un primo manifesto, grazie pure al supporto degli Ordini professionali di medici, farmacisti, veterinari e infermieri e delle principali società scientifiche e associazioni professionali, oltre che della Conferenza Stato-Regioni. Suddetto manifesto elenca dieci punti con le indicazioni su come lavarsi le mani, pulire le superfici e confutando le principali false notizie.

La diffusione del virus nel nostro Paese ha avuto un’impennata incredibile e devastante soprattutto per l’apparato sanitario. Inizialmente, l’8 gennaio, il Ministero della Salute aveva attivato una serie di controlli sui voli diretti provenienti inizialmente da Wuhan, estesi poi a tutti i voli provenienti dalla Cina, con misurazione della temperatura dei passeggeri prima dello sbarco in Italia.

Questo aveva condotto il ministero, il 22 gennaio, a dichiarare che in Italia non ci fosse circolazione virale, ed era stata avviata una sorveglianza specifica per la COVID-19, fornendo altresì istruzioni per la gestione dei potenziali casi e per la gestione delle persone provenienti dalle aree affette in Cina, e per i lavoratori a contatto con il pubblico.

La situazione poi è precipitata con l’insorgere di nuovi focolai tra Lombardia e Veneto, aree d’incipit dell’epidemia da coronavirus. Casi di contagio e di decessi aumentati nel giro di pochissimo giorni che hanno indotto il 21 febbraio il ministro Roberto Speranza a diramare un’ordinanza con l’obbligo della quarantena obbligatoria per chi fosse stato a contatto con persone positive per l’infezione virale, nonché la sorveglianza attiva e la permanenza domiciliare per chi fosse stato nelle aree a rischio nei 14 giorni precedenti, con obbligo di segnalazione alle autorità sanitarie locali.

Lo stesso giorno è stata diffusa una nuova ordinanza firmata congiuntamente con la presidenza della Regione Lombardia, che sospendeva tutte le manifestazioni pubbliche, le attività commerciali non di pubblica utilità, le attività lavorative e ludiche e sportive, e chiudeva persino le scuole in dieci comuni: Codogno, Castiglione d’Adda, Casalpusterlengo, Fombio, Maleo, Somaglia, Bertonico, Terranova dei Passerini, Castelgerundo e San Fiorano. Essa non aveva una durata   prestabilita, per via del monitoraggio quotidiano e costante e delle decisioni assunte in base all’evoluzione del quadro generale.

I decreti attuativi

Diversi Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri sono stati adottati per combattere la pandemia.

Ecco l’elenco dei Decreti legislativi e dei Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri attuativi:

Decreto legislativo 22 febbraio:

  • quarantena a partire dal giorno successivo di oltre 50 000 persone provenienti da 11 comuni diversi del Nord Italia;
  • l’isolamento dei dieci comuni del lodigiano già interessati dalla pandemia, e del comune di Vò in provincia di Padova;
  • la sospensione delle manifestazioni e iniziative di qualsiasi natura sia pubbliche che private;
  • chiusura delle scuole di ogni ordine e grado, dei musei e degli altri istituti e luoghi della cultura e di tutte le attività commerciali, ad eccezione degli store di vendita di beni di prima necessità, usufruibili con l’utilizzo di dispositivi di protezione individuale;
  • la sospensione dei servizi ferroviari regionali per le aree più colpite;
  • soppressione delle fermate alle stazioni di Codogno, Maleo e Casalpusterlengo.

A tal proposito il premier Giuseppe Conte aveva ribadito il sunto: “Nelle aree di focolaio, l’ingresso e l’uscita non saranno consentiti. La sospensione delle attività lavorative e degli eventi sportivi è già stata ordinata in tali zone”. Sulla stessa linea il ministro della Sanità Roberto Speranza: “L’autorità sanitaria locale adotterà le misure di quarantena, sotto una sorveglianza attiva o, in presenza di condizioni difficili, misure alternative di efficacia equivalente. Esiste l’obbligo di comunicare al dipartimento di prevenzione delle autorità sanitarie locali di aver soggiornato nelle aree di pandemia. Il mancato rispetto delle misure previste costituirà una violazione dell’ordinanza”.

In aggiunta, il governo aveva annunciato l’invio delle forze armate per imporre il blocco dei comuni in quarantena, le sanzioni per violazione del blocco variabili da una multa di 206 euro a 3 mesi di reclusione.

Dpcm 25 febbraio 2020:

  • valido per le Regioni Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria;
  • estensione dei provvedimenti oltre agli 11 comuni epicentro dei focolai di coronavirus;
  • disposizioni principalmente relative a scuole, musei, uffici giudiziari, telelavoro, valide fino al 15 marzo;
  • sospensione di tutti gli eventi sportivi nelle suddette regioni, consentendo lo svolgimento di gare e partite “a porte chiuse”.

Il giorno successivo è stato  un decreto esteso alle altre regioni, al fine di uniformare le norme a livello nazionale e le cui misure riguardavano la profilassi ed il trattamento dei soggetti che hanno soggiornato nelle aree della Cina o nei comuni con trasmissione locale del virus.

Dpcm  1º marzo:

  • proroga di alcune misure precedenti e l’introduzione di ulteriori per rafforzare l’uniformità su base nazionale;
  • distinzione delle misure sulla base di aree geografiche;
  • misure applicabili negli 11 comuni della “zona rossa”: Bertonico; Casalpusterlengo; Castelgerundo; Castiglione d’Adda; Codogno; Fombio; Maleo; San Fiorano; Somaglia; Terranova dei Passerini; Vo’;
  • misure applicabili nelle regioni Emilia Romagna, Lombardia e Veneto, e nelle province di Pesaro-Urbino e di Savona;
  • misure applicabili nelle province di Bergamo, Lodi, Piacenza e Cremona;
  • misure applicabili nella regione Lombardia e nella provincia di Piacenza;
  • misure applicabili sull’intero territorio nazionale.

Dpcm 4 marzo:

  • misure valide a livello nazionale;
  • sospensione delle attività didattiche in tutte le scuole di ogni grado e università fino al 15 marzo seguente; chiusura delle porte di tutti gli stadi a livello nazionale fino al 3 aprile;
  • indicazioni riguardanti l’accesso di parenti e visitatori alle strutture sanitarie, e per gli istituti penitenziari e penali per minori.

Dpcm 8 marzo:

  • sostituisce i DPCM del 1 e del 4 marzo;
  • misure restrittive che si applicano alla Lombardia e a 14 province del Centro-Nord (Modena, Parma, Piacenza, Reggio nell’Emilia, Rimini, Pesaro e Urbino, Alessandria, Asti, Novara, Verbano-Cusio-Ossola, Vercelli, Padova, Treviso, Venezia);
  • abolizione delle “zone rosse” stabilite all’inizio della pandemia;
  • divieto di ogni spostamento da e per i territori soggetti a restrizione, nonché all’interno dei territori stessi.

Tuttavia aleggia un giallo attorno a questo Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri. Difatti, la sera del 7 marzo era trapelata sul web una bozza del decreto, causando inevitabilmente un “scappa scappa” generale di molti lavoratori e studenti meridionali verso le loro regioni d’appartenenza, al fine di evitare di rimanere bloccati nelle zone che sarebbero state poste sotto quarantena nelle ore successive.

L’esodo impreviste avrebbe favorito ulteriormente la velo della trasmissione del virus nelle regioni del Sud Italia. Infatti sono stati imposti, da parte delle regioni del Mezzogiorno, controlli e quarantene a tutti coloro che sarebbero giunti tramite autobus e treni.

Per di più la notizia delle restrizioni ha provocato diverse rivolte nelle carceri italiane, a causa della sospensione di colloqui e visite dei familiari ai detenuti e della limitazione dei regimi di semilibertà. Basti pensare che nel carcere Sant’Anna di Modena e in quello di Rieti sono morte  dodici persone mentre altre decine sono rimaste ferite o intossicate nei vari incendi scoppiati anche negli altri istituti.

Decreto #IoRestoaCasa 11 marzo

  • estensione a livello nazionale le misure del Dpcm 8 marzo e in vigore sino al 3 aprile;
  • sospensione delle attività commerciali al dettaglio, i servizi di ristorazione;
  • divieto degli assembramenti di persone in luoghi pubblici o aperti al pubblico.

Decreto Coronavirus 25 marzo

Nel nuovo Dpcm sono contenute le seguenti misure:

  • multe fino a 4 mila euro per chi non rispetta i divieti di circolazione e le regole di contenimento;
  • stop fino a 30 giorni per le attività commerciali;
  • possibilità per i governatori di regione di emettere ordinanze più restrittive nei territori a maggiore circolazione del virus, da convalidare entro sette giorni con decreto del presidente del consiglio dei ministri. Rimane l’unica autorità in grado di disporre in via urgente e temporanea misure che comprimono le libertà costituzionali;
  • nuovo modulo di autocertificazione.

Il picco dell’epidemia

Diverse teorie e ipotesi si susseguono sul “picco” del coronavirus in Italia, ovvero quando la curva dei contagi raggiungerà il massimo livello, per poi cominciare la fase di decrescita. Il picco, si stima, dovrebbe toccare l’apice tra fine marzo e inizio e/o metà aprile.

Quindi resta da capire se le misure restrittive adottate e stabilite dai vari Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, in riferimento rispettivamente alle date dell’8 e 11 marzo, comincino a produrre risultati e, in più, permettano di allentare la morsa sul sistema sanitario italiano. Obiettivo prefissato è limitare al massimo il contagio tra le persone.

Il parere degli esperti sul picco

Quando sarà il picco dell’epidemia? È l’interrogativo che ci si pone negli ultimi giorni e a cui il viceministro della Salute Pierpaolo Sileri ha cercato di rispondere intervenendo sul tema. Sileri ha scritto sul Blog delle Stelle: “Con i numeri a disposizione e le elaborazioni di virologi ed epidemiologi, possiamo aspettarci il raggiungimento del picco nel giro di 7-10 giorni e, ragionevolmente, la diminuzione del contagio”.

Il viceministro pentastellato ha poi spiegato:

In queste ore, in cui viviamo un’altalena di speranza ed estrema lucidità per restare fedeli ai dati epidemiologici sull’andamento della diffusione del coronavirus la curva dei contagi cresce ma si mostra più lineare, regolare. I dati ci mostrano che i numeri dei positivi che vediamo, comunque elevati, sono da mettere in relazione al maggior numero di test fatti in questi giorni”.

In tal senso si stanno rivelando fondamentali i tamponi. “L’aumento del numero dei tamponi rappresenta la direzione giusta da seguire – ha aggiunto Sileri-. Lo ribadisco da diversi giorni e la scelta di incrementare il numero dei test è stata portata a regime: i tamponi, o comunque i test diagnostici, per individuare i positivi, vanno condotti su tutte le persone esposte e/o venute a diretto contatto con una persona colpita dal virus”. Sia il personale sanitario che le forze dell’ordine e più in generale coloro che hanno un’esposizione al pubblico devono sottoporti al tampone.

Ritornando al picco, il viceministro ha evidenziato: “Un calo era iniziato qualche giorno fa, poi vi è stato un aumento dei numeri perché è stato fatto un numero maggiore di tamponi. È chiaro che se fai un numero maggiore di tamponi in questo momento trovi più positivi, ma andando avanti ci sarà un numero maggiore di tamponi con meno positivi perché tutte le misure di restrizione prese diverse settimane fa sortiscono ora l’effetto. Un calo dovrà esserci”. Per questo, ha poi sottolineato, “prima ci sarà un calo dei positivi e poi successivamente un calo della mortalità”. Solo monitorando la curva in fase decrescente “sarà possibile programmare un ritorno progressivo e lento alla normalità”.

Secondo Alessandro Vespignani, fisico e informatico che a Boston dirige il Network Science Institute, è verosimile che a partire dalla fine di questa settimana cominci l’inversione di tendenza: “ Bisognerà vedere se ha avuto effetto, più che la chiusura della Lombardia, quella più generale del Paese. Se le misure sono state rispettate, gli effetti si sentono dopo un paio di settimane”.

Non è un caso che in questi giorni si senta parlare de Parametro R0, ovverosia il “numero di riproduzione di base” che misura la potenziale trasmissibilità di una malattia infettiva. Il parametro  prevede quindi un calcolo ben specifico: infatti si calcola che ogni persona, in una popolazione mai venuta a contatto con il patogeno, contagi tra 2 e 3 persone.  Pertanto, quando l’R0 scende sotto il valore 1, allora vuol dire che l’epidemia comincia a regredire. In riferimento all’epidemia del coronavirus COVID-19, i dati analizzati finora dimostrano che la trasmissione del virus è da 1 a 2,5.

Invece il virologo Roberto Burioni ha mostrato un certo scetticismo sulle date del picco e sulla loro efficacia: “È impossibile davvero sapere quando accadrà. In teoria, se le misure di contenimento hanno funzionato, il loro effetto sarebbe tra 15 giorni. Ma immaginiamo che il reale picco dei contagi sia stato ieri: ce ne accorgeremmo solo tra 10-15 giorni”. Il motivo lo ha spiegato lo stesso virologo: “Perché il periodo di incubazione va da 2 a 11 giorni, con una media di 5-6 giorni. Ma quando è stata fatta la diagnosi? Non lo sappiamo”. Ergo, il picco conta fino a un certo punto: “Se lo superiamo e poi molliamo, raggiungeremo nuovi picchi. Noi dobbiamo solo pensare a stare a casa e a contenere l’epidemia, perché il virus non ha le gambe per muoversi”.

Tesi concordata dallo stesso Vespignani: “Uno potrebbe pensare: ma cosa stiamo facendo? Beh, stiamo cercando di non farci travolgere, di salvare il sistema sanitario. E molte vite umane. La scommessa è tenere il virus sotto controllo e aspettare”. L’estate potrebbe essere un’ottima alleata:  “ Che arrivi l’estate, anche se non è certo che il caldo diminuisca i contagi. Che si trovino terapie adeguate, spero entro sei mesi. Che si trovi un vaccino, e ci vorrà almeno un anno. E poi c’è l’immunità di gregge”.

Strategia invocata inizialmente dal premier della Gran Bretagna Boris Johnson. “Loro stanno cercando di fare un gioco molto pericoloso: rallentare l’epidemia senza strangolarla, fino a quando non c’è un 50 per cento di infetti, che con l’immunità crea un rallentamento naturale. Perché chi è stato contagiato sviluppa l’immunità: solo in pochi casi ci si riammala e spesso in forma lieve. Si chiama flatten the curve”, ha spiegato il ricercatore. E ha aggiunto: “Abbassare la curva in modo che non si intasi la sanità. Sistema rischioso perché non è sicuro che non collassi il sistema e perché c’è un costo enorme di decessi da Covid e ‘secondari’, ovvero di chi magari è infartuato e non trova posto in terapia intensiva”. Lo stesso premier britannico è risultato poi positivo al COVID-19, i cui sintomi sono emersi nella giornata di ieri 26 marzo.

Stabilire una data certa in cui il coronavirus raggiungerà il picco è un po’ come giocare al lotto: gli esiti sono imprevedibili e non è detto che il risultato sia esatto e definitivo. Per questo è consigliabile cambiare il focus dell’interrogativo, passando da “quando” a “come” “appiattire la curva dei contagi”. Ciò dipende da un fattore importante: infatti più rigidi ed efficienti saranno i controlli, tanto più la curva verrà appiattita, di modo che nelle proiezioni si abbassi il picco dei contagi.

In altre parole maggiori controlli implicano un abbassamento della curva e, di conseguenza, del picco rispetto alla linea della capacità, delle strutture e del personale sanitario, di assistere i pazienti. Un parametro fondamentale da non sottovalutare, considerato che tanto maggiore sarà l’efficienza della sanità nell’affrontare la crisi, meno ci si preoccuperà del picco.

Anche cambiando prospettiva, ad esempio vagliando la chiusura dei confini, il leitmotiv non cambia suggerirebbe Richard Wagner: più grande è la popolazione, maggiore sarà l’intervallo di tempo che trascorrerà prima che si raggiunga il picco di contagi, presumendo che non venga attivato alcun tipo di controllo. Dunque ,se aumenta il tempo per raggiungere il picco, significa che avremo molte più persone che si ammaleranno. Indi per cui, il sistema sanitario può influire nell’appiattire la curva nella misura in cui non solo risulta maggiore il numero dei guariti, ma si abbasseranno le probabilità che avvengano nuovi contagi.

Quando la curva supera piuttosto la capacità di tempestiva gestione di tutti i casi, occorre fare qualcosa per limitare gli spostamenti delle persone. Per tale motivo sono stati stabiliti dal Decreto Ministeriale una serie di limitazioni negli spostamenti, ad eccezione degli spostamenti ragioni lavorative, di necessità o di salute. Ciò si aggiunge ad altre regole ferree quali: restare a casa e adempiere alle norme igieniche e di profilassi. Escamotages essenziali per combattere la diffusione del virus.

Un dato interessante da cui partire potrebbe essere quello dei casi totali. Ciò va valutato ovviamente in termini di percentuali di crescita o di riduzione e, in parole povere, che tipo di curva viene prodotta: se è logaritmica l’epidemia è ancora in fase di crescita, se si riduce, sta più o meno lentamente avviandosi a un picco e poi verso un decremento e la fine.

L’aItro dato da tenere in considerazione è quello dei pazienti attualmente positivi, che si ottiene sottraendo dai casi totali il dato delle vittime e dei dimessi/guariti. Non ultimo, è fondamentale carpire dati sui pazienti ricoverati e, soprattutto, i dati relativi alla terapia intensiva, in parte perché richiedono molte risorse, in parte perché a sua volta influenza il caso dei decessi. Ergo: meno pazienti figurano in terapia intensiva, meno decessi si registreranno.

Il modello dei tre scenari

Appare interessante un modello elaborato all’Università di Genova da una équipe multidisciplinare composta da infettivologi, esperti di sistemi complessi e informatici. Come riporta Repubblica.it, infatti, tale modello numerico individua giornalmente, con un accettabile margine di errore, i numeri che raccontano il Covid-19.

Esso è stato realizzato da Flavio Tonelli, professore di Simulazione dei sistemi complessi all’Università di Genova, Andrea De Maria, professore di Malattie infettive presso lo stesso ateneo ed Agostino Banchi, esperto di sviluppo di modelli software Tonelli.

Qual è il principio base del modello numerico? Di fatto, si ipotizza che il picco dell’epidemia da Coronavirus, in termini di nuovi casi giornalieri, si avrà la settimana prossima tra lunedì 23 e mercoledì 25 marzo.

La simulazione dell’epidemia

Il modello era stato sperimentato inizialmente a Febbraio in base ai dati provenienti dalla Cina, producendo così “risultati rilevanti con un errore medio di predizione, negli ultimi giorni di febbraio, che si assestava sempre e comunque sotto al 5-7%”.

Flavio Tonelli ha spiegato per l’occasione:

“Nei primi giorni di marzo il nostro modello numerico ci ha permesso di simulare la proiezione dell’intera epidemia sull’Italia fino a fine Aprile, generando diversi scenari che a oggi hanno avuto un errore medio di previsione tra il 7 e il 9%. In particolare, 8,82% per la curva dei contagiati totali, il 7,96% per la curva degli infetti nel tempo, 3,29% per la curva dei decessi totali, 5,53% per la curva dei ricoverati in terapia intensiva, 9,49% per la curva dei guariti totali”.

Tra le variabili del modello sono state inserite le misure di “distanziamento sociale” applicate dal governo giallorosso.

Di lì l’elaborazione di tre possibili scenari per l’evoluzione dell’epidemia, quali:

  • Scenario base: si fonda su parametri in grado di riprodurre valori e dinamiche utilizzati dalla Ragioneria di Stato per chiedere all’Unione Europea la deroga sul patto di stabilità;
  • Scenario ottimistico: si immagina una stretta osservanza da parte degli italiani delle norme di contenimento del virus a livelli di isolamento “cinese”;
  • Scenario peggiorativo: assume che molti non rispettino la consegna dell’#iorestoacasa.

Nel primo caso il picco sarebbe raggiunto il 17 marzo con un numero di nuovi contagiati giornalieri di 4500; nel secondo blocco il picco si toccherà il 23 marzo con oltre 5000 nuovi casi giornalieri ed una decrescita del contagio assai più lenta; nel terzo scenario, infine, il picco sarebbe stato previsto per il 17 marzo con poco più di 4000 nuovi casi al giorno.

I tre ricercatori hanno descritto poi la ratio e la funzione dell’algoritmo:

“La maggioranza dei modelli esistenti assume che i parametri caratteristici dell’epidemia siano noti e stabilizzati, ma questo può essere un interessante esercizio di ricostruzione a posteriori, mentre è di scarsa utilità nelle prime cruciali settimane di evoluzione”.

In parole povere il compito del modello è far evolvere nel tempo ogni singolo individuo sulla base di parametri variabili: data di inizio dell’epidemia, capacità di contagiare altri soggetti, mortalità/letalità, giorni necessari per l’incubazione, giorni di degenza, numero di casi gravi (quelli che presumibilmente finiranno in terapia intensiva) rispetto agli infetti, distribuzione di probabilità che la morte avvenga in un certo periodo di tempo e con una certa distribuzione, i giorni necessari per la guarigione.

Le date del “contagio zero”

Il 16 maggio potrebbe essere la data del contagio zero, ovvero il giorno in cui non risulteranno più tamponi positivi da registrare. Lo rivela uno studio pubblicato dall’Istituto Einaudi per l’Economia e Finanza, che ha individuato un range indicativo di date entro cui potrebbe avvenire l’azzeramento dei dati di contagio in Italia. Il lasso di tempo stimato varierebbe tra il 5 e il 16 maggio.

Di conseguenza, la data varierebbe da regione a regione:

  • Trentino Alto Adige: 6 aprile;
  • Liguria, Umbria e Basilicata: 7 aprile;
  • Valle d’Aosta: 8 aprile;
  • Puglia: 9 aprile;
  • Friuli Venezia Giulia: 10 aprile;
  • Abruzzo: 11 aprile;
  • Veneto e Sicilia: 14 aprile;
  • Piemonte: 15 aprile;
  • Lazio: 16 aprile;
  • Calabria: 17 aprile;
  • Campania: 20 aprile;
  • Lombardia: 22 aprile;
  • Emilia Romagna: 28 aprile;
  • Toscana: 5 maggio.

Si tratta pur sempre di previsioni che potranno essere confermate o disattese.

 

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Veronica Mandalà

Palermitana di nascita, sono laureata in Media, Comunicazione Digitale e Giornalismo all'Università "La Sapienza" di Roma. Appassionata scrutatrice della realtà in tutte le sue sfumature, mi occupo di attualità, politica, sport e altro.
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