Politica

Cos’è Alternativa Progressista? Intervista a Giordano Bozzanca

 InOltre – Alternativa Progressista è un’associazione politica vicina al Partito Democratico che punta a fornire idee e progetti per il rilancio del Paese. L’obiettivo è quello di uscire dalla logica delle correnti ancorandosi a valori come l’etica ambientale e politica. Abbiamo parlato con Giordano Bozzanca, Presidente dell’Associazione per capire come funziona questa organizzazione e quali sono i loro obiettivi.

Come nasce InOltre, quando e perché?

Nell’aprile 2018, su mio impulso, a ridosso della sconfitta delle elezioni politiche, ho sentito l’esigenza di costruire un luogo politicamente agibile, dove poter proporre, dove l’idea di un singolo potesse divenire collettiva e migliorarsi con le posizioni degli altri. Abbiamo così iniziato ad aggregare tanti ragazzi tramite il passaparola e un coinvolgimento tramite i social. Fino al 4 giugno 2019 non ci eravamo dati ancora una forma associativa, ma abbiamo iniziato a cercare aderenti in ogni regione, fino a riuscirci in 6 mesi. Dapprima ci siamo dati una base
valoriale comune nell’intento di superare certe dinamiche malsane che attanagliano purtroppo il partito e poi abbiamo fatto sintesi fra di noi per darci basi programmatiche e una struttura aperta, solida e dinamica che fosse pronta alla ricezione di energie esterne, promosse dal basso, siano esse individuali o associative.

Quali sono le principali attività e a chi sono rivolte?

Il primo anno, il 2018, è stato dedicato alla redazione di un agenda programmatica. Dividendoci in gruppi di lavoro tematici che toccassero diverse macroaree ( fra queste: sanità, ambiente, immigrazione, economia, legalità, giustizia, meridione, welfare, lavoro e previdenza sociale, cultura, infrastrutture, forma-partito, agricoltura, digitalizzazione e start up etc). Ne seguirà una pubblicazione degli elaborati che presenteremo sui territori. Il materiale è stato condiviso con un largo pool di docenti ed esponenti di associazioni per ricevere contributi.

Quali sono i valori in cui vi riconoscete maggiormente?

La libertà e la giustizia sociale. Come diceva Pertini la libertà senza la giustizia sociale è una conquista fragile. Furono anche i capisaldi del movimento fondato da Carlo Rosselli nel 1929, penso siano le due colonne portanti. Il vero tema delle sinistre sarà più che mai coniugare l’economia collettiva con la libertà individuale, muovendo dalla minima garanzia della libertà dell’indigenza. Noi non siamo un partito ma un’associazione che vuole fare da cinghia di trasmissionne fra il partito e società civile. Un gruppo di pressione che vuole battersi per dare
sicurezza elementare di vita a chi non ce la fa, senza livellare le intelligenze e le capacità, perché la diseguaglianza di una generazione si riverbera sulla successiva non è un male a sé stante. Per questo
sentiamo la responsabilità di agire come collettivo. Il nostro manifesto dei valori si concentra anche su tanti altri aspetti.

Ci descrivi la struttura dell’associazione e i suoi organi?

Si articola su più livelli. Un consiglio direttivo come organo di indirizzo politico insieme all’assemblea dei soci, un esecutivo, un team di comunicazione, responsabili di dipartimenti tematici, dei responsabili regionali, un collegio dei garanti e un collegio dei revisori. Nel nostro statuto sono definite le rispettive funzioni

Come vi possono contattare le persone che leggeranno questa intervista e che possono essere interessati a partecipare?

I nostri canali social sono recettivi a chi si voglia avvicinare e condividere i nostri valori e obiettivi. A breve stiamo predisponendo un sito internet con un’area riservata ai soci.

Come stanno reagendo le persone? Qual è stata la risposta finora?

Si sono avvicinati tanti giovani in maniera costante e soprattutto il livello di competenze e partecipazione interna è molto elevato. Ognuno dà il suo apporto in serenità senza vincoli a seconda della propria disponibilità, sapendo di far parte di una comunità proattiva.

Ve lo aspettavate quando avete lanciato questo progetto?

Sì, sapevamo di agire con metodo e vera condivisione: questo avrebbe retto su tante gambe, non sulle spalle di pochi. Un gruppo dirigente poi di ragazzi politicamente impegnati e preparati che garantisce continuità e crescita al progetto insieme a tutti i suoi membri, i quali essendo distribuiti in più parti d’Italia offrono diretta testimonianza delle questioni più territoriali e questo ci consente di acquisire con velocità informazioni.

Quali sono le iniziative o le attività che avete in mente per il futuro?

Avevamo in cantiere un incremento del radicamento e dell’attivismo territoriale, cercando di coprire con iniziative palmo a palmo le varie province. Connettere i civismi prestandoci all’ascolto, ma questo è solo rimandato. L’emergenza sanitaria, tuttavia ci impone di ripensarci e disegnare delle proposte alla luce di questo mondo che cambia.

Riempire questo momento di elaborazione politica di fronte a una società che vede rafforzarsi gli analogici sui digitali, che vede la necessità di intervenire sul digital divide, che apre le porte alla telemedicina. La centralità del lavoro, dello smartworking, della digital trasformation delle imprese e la la sburocratizzazione della PA. Inoltre, focalizzarci sulla conversione ecologica, basti pensare che l’unico laboratorio prima dove si doveva scegliere tra lavoro-ambiente-salute era Taranto, oggi è l’Italia intera. Giusto ieri ci siamo occupati invece si diritti dei lavoratori attraverso una proposta indirizzata al dipartimento agricoltura del PD, che ha raccolto le nostre istanze per impegnarci nella regolarizzazione dei migranti irregolari nel settore agricolo. Crediamo fortemente nella
pacificazione sociale che passa dall’espansione dei diritti e delle tutele degli ultimi, contro chi propone una guerra di odio fra poveri.

Qual è la situazione in Italia dal vostro punto di vista? Vedi dei cambiamenti nell’ultimo periodo?

Gli effetti nefasti del virus ci lasciano sgomenti, i numeri sono inclementi e ancora non si vede la fatidica luce in fondo al tunnel. Vale il detto: “se non riesci ancora a uscire dal tunnel, arredalo!” Ma arriverà il momento in cui, una volta superata la fase critica, superato il famoso picco di diffusione, avremo il lasciapassare dal mondo
scientifico per poter lentamente ritornare alla nostra quotidianità. E non dobbiamo arrivare impreparati al giorno in cui politica e scienza si troveranno di nuovo allo stesso tavolo. Perché quando sarà il momento, toccherà alla politica, con tutte le dovute precauzioni e la collaborazione del mondo scientifico, far ripartire l’Italia. Si può
iniziare a costruire il puzzle della nuova Italia per far fronte alle sfide di oggi, preparandoci alla ripartenza investendo in banda larga, rifacimento di strade e autostrade, far partire i cantieri subito cantierabili, investire in edilizia scolastica e trasporti.

Com’è cambiato e come cambierà il PD nei prossimi anni, secondo te?

La fusione a freddo alle origini nel Pd non ha aiutato a costruire una visione di società e di Paese, le logiche correntizie e le filiere hanno reso difficile il protagonismo delle idee. La sinistra tutta deve federarsi sulle idee, per usare il nome della nostra associazione: deve “Oltrepassarsi” e il Pd deve essere di impulso a questa contaminazione. La campagna elettorale di Elly Schlein in Emilia Romagna è stato un precedente virtuoso sul come formare il consenso e interagire con i corpi sociali. Studierei quella. La sinistra ad ogni modo deve affrontare la mancanza più grande in questo momento che è quella di un modello teorico a sinistra, che non significa nostalgia di ideologie. La refrattarietà alla teoria e all’approfondimento ha prodotto l’improvvisazione.

Non si può ancora procedere solo con singole proposte o sulla generica difesa del welfare. Difesa del welfare che tra l’altro non ha inventato la sinistra, ma Bismarck, che per ironia della sorte era uno di destra. Tutte le più grandi società sono nate del resto sulla base di un modello teorico. L’Europa medievale reggeva sulla Cristianità, gli Stati del Seicento sul modello luterano, il Settecento e quelli dell’Ottocento su modello illuminista di Montesquieu e sul modello liberale di Smith, l’Italia sui retaggi di Cattaneo, Gioberti, Mazzini e così via. Noi invece che società vogliamo costruire? A livello europeo bisogna rinvigorire la solidarietà a discapito degli
isolazionismi.

Oltre alla lacuna di contenuto, a noi risalta poi la lacuna comunicativa. Molto interessante è notare come la destra, in tutto il mondo, abbia saputo creare la sua “Bestia”, mentre la sinistra sia stata rallentata nella marcia informatica, salvo il caso di Obama. La risposta del PD, alla piattaforma decennale dei 5S, è stata ‘Democratica’ e nemmeno i sindacati hanno ancora sviluppato una loro piattaforma all’altezza dei tempi, se non la UIL che è il sindacato meno a sinistra tra i tre, che presenta un primo strumento. Non siamo soddisfatti degli ultimi progressi sul digitale, svilupperemo una piattaforma concreta per consegnarla al Partito.

Su cosa si dovrebbe investire e cosa si può fare per migliorare in Italia?

In questi giorni abbiamo consolidato delle certezze. Il mondo intero deve consorziarsi contro tre grandi nemici: quello interno delle disuguaglianze e i due esterni, ovvero il virus e il riscaldamento del  pianeta. L’altra cosa che abbiamo imparato è che un problema grosso ci costringe a cercare un equilibrio tra salute, economia e politica. A sinistra prima di tutto dobbiamo scegliere nettamente tra neoliberismo e socialdemocrazia. Tanti disastri vengono dalla vittoria mondiale del neoliberismo sregolato. Nel 2002, infatti, avevamo il 57,4% occupati in Italia contro il 76% della Germania.

Con la flessibilità selvaggia abbiamo offerto alle aziende private più di 25 miliardi e questo è anche costato scioperi e conflittualità per passare dopo vent’anni solo al 58,2%. Vero è che di mezzo c’è stata la crisi del 2007, ma i nomi di quelle riforme più o meno recenti in parte sono anche nostri. L’esperienza del virus, deve stimolare il Governo anche mettere mano sullo snellimento della PA: per informatizzare serve semplificare. La sinistra per prima si cimentò con il rapporto Giannini del 1979, dieci anni dopo Cassese, credo sia un male atavico su cui intervenire e farlo in questa fase servirà a ripartire più forti.

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