Attualità

Gli italiani non sono ignoranti: sfatiamo il mito

Da qualche anno circolano tra i capillari dell’opinione pubblica i risultati di una ricerca sociologica, secondo cui l’Italia deterrebbe il primato di paese più ignorante (nel senso che ignora, cit) d’Europa. Bene, qual è la novità? potrebbero chiedersi alcuni lettori; il luogo comune vuole che gli italiani, siano, in qualche modo, appena inferiori rispetto al livello conoscitivo-culturale europeo medio.
Ma è davvero così?

La ricerca in questione viene svolta ogni anno dall’istituto britannico Ipsos Mori, che dal 2013 persegue un programma internazionale di sondaggi denominato Perils of perception (pericoli della percezione) al fine di raccogliere delle statistiche descrittive sull’ Index of ignorance (indice di ignoranza), ovvero sul divario tra ciò che sappiamo/crediamo e i dati reali.
Alcune delle domande somministrate sono: “Secondo te su 100 persone in Italia quanti sono musulmani? Quant’è a tuo parere la percentuale di over 65? E quella di ragazze minorenni che ogni anno diventano madri?” lo stesso vale per immigrati, disoccupazione, affluenza alle urne, tasso di omicidi ecc…

Nel 2014 l’Italia si è classificata the least accurate (la meno precisa) tra 14 paesi, mentre dal 2015 al 2017 abbiamo raggiunto il 13, 33 e 10mo posto su una media di 30/40 paesi partecipanti.perils-of-perception-global-16-638

 

 

 

 

 

 

 

Gli italiani in particolare hanno sopravvalutato il numero di immigrati, disoccupati e over 65. Tuttavia nel complesso nessun paese, eccetto forse Svezia, Norvegia e Canada, può considerarsi salvo in termini assoluti; anzi, negli ultimi due anni il sondaggio si è allargato con ulteriori domande quali le elezioni statunitensi, il numero della propria popolazione, relazione vaccini-autismo ecc… Paesi come Francia, Usa, Sudafrica – per citarne alcuni tra i più sviluppati – superano (in peggio) ampiamente l’Italia in svariati temi. Lo stesso direttore dell’istituto, Bobby Duffy, commentando i risultati, ammette che il problema riguarda la quasi totalità dei paesi compresa la gran Bretagna.

Nell’imaginario collettivo di molti l’Italia rimane nient’altro che un paese vecchio, in decadenza; pasta pizza e Mafia. Unita la penisola, lo storico Pasquale Villari ammoniva: “Bisogna che l’Italia cominci col persuadersi che v’è nel seno della Nazione stessa un nemico più potente dell’Austria, ed è la nostra colossale ignoranza”.
Ma questi stereotipi, a malincuore per gli auto-razzisti, non valgono più.

L’Italia è il paese (o uno dei paesi) con il quoziente d’intelligenza più alto dell’occidente.direct
A rivelarlo ci pensano diversi studi: tra i più importanti, il primo fu condotto dallo psicologo Richard Lynn e il ricercatore Tatu Vanhanen, basato sui test QI sottoposti in 113 paesi, a partire dal 2002. Subito dopo la Cina e il Giappone con una media di 105 punti, l’Italia si è posizionata al prodigioso terzo posto in solitaria a 102 punti.

Un altro studio datato 2016 ad opera dello Statistic Brain Research Institute, invece ci colloca all’ottavo posto a pari merito con Paesi Bassi, Germania e Austria, superati dagli asiatici di Singapore, Taiwan, Giappone, Corea del Sud e Hong Kong.

Considerazione aggiuntiva: ammettendo che tali classifiche possano evidenziare un collegamento tra istruzione e ricchezza di un paese; in tal caso l’Italia sarebbe l’outsider dell’élite tenendo conto della situazione di crisi economica, diversa appunto rispetto al resto dei “cervelloni”; dettaglio non di poco conto.

In questo momento gli italiani residenti all’estero sono 5 milioni, ovvero ben l’8,3% della popolazione italiana totale. La fuga dei cervelli cresce ogni anno a ritmo esponenziale; il tasso dei trasferimenti all’estero degli under 40 è cresciuto negli ultimi tre anni del +34,4%; ciò significa che ogni mille abitanti ci sono 3,3 giovani che se ne vanno in cerca di maggior riconoscimento per i propri meriti. Inoltre circa 150mila persone l’anno trovano lavoro manuale fuori dai confini.

In pratica esiste un’altra Italia fatta di tanti Ulisse sparsi per il globo; conoscenze e talenti che perdiamo ogni anno, da un paese costretto a rimanere vecchio e stagnante, riflettendosi poi in un’immagine offerta all’esterno che non rispecchia la nostra vera potenza.

screenshotrsf-kv4-U11002474314421w1F-1024×576@LaStampa.it.jpg

Attualmente siamo al 77esimo posto per libertà di stampa; pertanto se la percezione popolare riguardante argomenti di attualità non brilla per accuratezza, sarebbe il caso di ricercare delle cause non attribuibili direttamente al popolo-plebe… Il terrorismo mediatico dilaga tra immigrazione, disoccupazione, attentati terroristici, economia e chi più ne ha più ne metta; notiziari e stampa cartacea rimangono le maggiori casse di risonanza di fatti ingigantiti e reiterati al limite del loop psicologico. I social media oscillano invece tra enigmatiche news false, accanimento inquisitorio e una informazione più approfondita, libera da condizionamenti (finora).
Gli stessi dati affermano che non c’è nessuna correlazione tra percezione e intelligenza: sudcoreani, cinesi, taiwanesi sono tra i più intelligenti, anche più degli italiani, ma allo stesso tempo il loro divario percezione-realtà supera ampiamente la nostra.

Da sempre produciamo eccellenze universalmente riconosciute; esportiamo talento nelle aziende e siamo fonte d’ispirazione per milioni di visitatori ogni anno. Quest’anno, per fare un esempio, il romano Alessio Figalli ha vinto la medaglia Fields, equivalente ad un Nobel per la Matematica.
Siamo stati la nazione dell’Impero romano e del Rinascimento, dell’arte più bella e della cucina migliore al mondo; navigatori, condottieri, inventori e artisti inestimabili.

Per secoli siamo stati piccoli, divisi, diversi gli uni dagli altri; non è forse per questo che ci siamo dovuti ingegnare: l’arte di arrangiarsi, di usare la testa, comprendere la vita e apprezzarne i doni.
In nostro ossequio il regista Orson Welles disse “In Italia, sotto i Borgia, per trent’anni hanno avuto guerre, terrore, assassinii, massacri: e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e cos’hanno prodotto? Gli orologi a cucù.”
P.S. gli svizzeri non hanno mai inventato gli orologi a cucù

Matteo Parigi

Classe 1996. Studio scienze politiche e relazioni internazionali all'università Cesare Alfieri di Firenze, dove sono nato e cresciuto.

Articoli correlati

Back to top button
Close
Close