Cinema

“Jesus”, primo film in concorso al Torino Film Festival: Recensione

Una lunga sequenza di street dance apre Jesus del cileno Fernando Guzzoni, primo film in concorso del 34esimo Torino Fim Festivalche si già candida automaticamente ad essere additato come il film-scandalo di turno di questo festival con scene di nudo integrale, incluse scene esplicite di fellatio e masturbazione.

Santiago. Jesus di cristiano c’ha solo il nome. E’ infatti un giovane ragazzo di strada orfano di madre e con un difficile rapporto con il padre Héctor, con cui non riesce a comunicare. A diciotto anni non si è ancora responsabilizzato: non studia e non ha un lavoro. Passa le sue giornate a bighellonare con amicizie sbagliate fra la street dance di un gruppo coreano e scorribande varie.

La sua identità è confusa quanto la sua sessualità. Quando, un giorno, un giovane ragazzo viene violentato ad opera degli amici di Jesus, qualcosa si risveglia nella coscienza di Jesus, che tuttavia preso dalla propria confusione personale finisce con l’ignorare il problema. Un secondo tragico evento lo spingerà però a chiedere aiuto all’ultima persona con cui riesce a comunicare.

Non è la prima volta che un film falsa un po’ il suo vero tema, rivelandolo solo alla fine: una situazione del genere si è già vista ne La samaritana di Kim Ki-duk, ma il film di Guzzoni deve in realtà tutto alla filmografia dello statunitense Larry Clark, a partire dalla scelta di raccontare le trasgressioni giovanili.

Per il trentatreenne regista Fernando Guzzoni, che curiosamente realizza un film dal titolo Jesus proprio al raggiungimento degli anni di Cristo, è già l’opera seconda: la sua opera precedente, Carne de perro, fu presentata al Festival di San Sebastian.

Con Jesus realizza un film sulla gioventù di strada e sull’incomunicabilità, anche se i temi affrontati dal film sono in realtà più di uno. E lo fa con una regia focalizzata più che altro sulla rappresentazione dei corpi, sullo scontro carnale, con conseguenti numerose inquadrature di membri virili. I giovani ritratti dal regista sono diciottenni ancora fermi all’auto-erotismo, all’esplorazione del corpo.

Pur avendo una messa in scena abbastanza schedata (il film può, per la resa visiva, ricordare un po’ il vincitore di due edizioni fa di questo stesso Festival, e cioè il francese Mange tes-morts di Jean-Charles Hue), Jesus è buono proprio per la rappresentazione di questa gioventù. Il problema è che per stare dietro a questa rappresentazione finisce talvolta per tralasciare la narrazione e, di conseguenza, per circa trenta minuti il film rappresenta ma non racconta molto, dando l’impressione che lo sviluppo della plot-line sia pure troppo rapido.

“Porto” al Torino Film Festival 2016: Recensione

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Claudio Rugiero

Laureato in DAMS all'Università degli Studi di Torino e diplomato in Filmmaking presso la Scuola Holden, ha frequentato diversi workshop di sceneggiatura e critica cinematografica, formando la sua esperienza anche presso alcuni Festival cinematografici (Torino, Bobbio e Venezia). Già redattore presso "Darkside Cinema" e "L'Atalante", è autore di racconti, soggetti e sceneggiature, nonché regista di un cortometraggio, "Interno familiare". Nel 2016, un suo soggetto per lungometraggio è stato tra i finalisti al Pitch in The Day- Concorso Opere prime.

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